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Tridico: «Reddito minimo, salario minimo e decreto Dignità sono gli strumenti per regolare il mercato del lavoro»

Con l’economista, capolista pentastellato al Parlamento europeo nella circoscrizione Sud, parliamo anche di autonomia differenziata, lavoro, pensioni e sanità

Pubblicato il: 05/04/2024 – 7:00
di Emiliano Morrone
Tridico: «Reddito minimo, salario minimo e decreto Dignità sono gli strumenti per regolare il mercato del lavoro»

Pasquale Tridico è un economista apprezzato, professore ordinario di Politica economica nell’Università di Roma Tre, editorialista dei giornali La Repubblica e il Fatto Quotidiano, già presidente dell’Inps e ispiratore del Reddito di cittadinanza e del decreto Dignità, provvedimenti del primo governo guidato da Giuseppe Conte. Con Tridico – che nella circoscrizione Sud sarà candidato al Parlamento europeo quale capolista del Movimento Cinque Stelle – oggi parliamo del contrasto tra capitalismo e persona umana, di futuro dell’Europa, autonomia differenziata, lavoro e pensioni. Con l’intervistato, che conosciamo e cui diamo dunque del Tu, discutiamo anche di sanità e trasporti in Calabria, regione di cui è originario e per cui vuole impegnarsi, da intellettuale, in ambito politico.

Professore, partiamo dal tuo libro, intitolato “Governare l’economia. Per non essere governati dai mercati”. Che cosa significa?

«Vuol dire cercare soluzioni affinché l’economia giri attorno alle persone, invece che subire il capitalismo finanziario che governa gli uomini e le donne. Parlo di una prospettiva differente: mettere al centro le esigenze, i desideri, i bisogni e la felicità delle persone, piuttosto che soggiacere ai mercati. In questa visione che propongo, il centro dell’economia è l’uomo, la persona umana, da tutelare con princìpi e regole fondamentali. Occorre perseguire la giustizia sociale con il reddito minimo e il salario minimo, in modo che il disoccupato non patisca la fame e che il lavoratore non sia sfruttato. Penso pure a misure, come quelle del decreto Dignità, atte ad evitare che le persone cadano nella trappola della precarietà. Reddito minimo, salario minimo e decreto Dignità sono strumenti per regolare il mercato del lavoro, da cui poi discendono le regole dell’economia».

È possibile andare in questa direzione con un’Europa che sembra aver dimenticato la persona umana a vantaggio dei mercati?

«Sì, mettendo al centro la politica e non l’economia. Al riguardo la politica ha un ruolo straordinario. Intanto, nel contesto europeo bisogna liberarsi del rinnovo del Patto di stabilità, che avrà conseguenze molto negative sul bilancio di ogni Stato membro e sul processo di integrazione degli Stati. Per rilanciare il progetto europeo e mettere al centro la persona, l’approccio dovrebbe essere quello che aveva caratterizzato il periodo della pandemia».

Cioè?

«Si dovrebbe recuperare la solidarietà europea attraverso la creazione di un debito comune europeo e di una politica fiscale comune, almeno con un bilancio centralizzato del cinque per cento. Una tassa unica sul capitale favorirebbe un’integrazione maggiore a livello europeo, insieme a un bilancio comune. La tassa sul capitale confluisce principalmente nel bilancio centrale dell’Unione europea e da lì si potrebbe ripartire per fare politica sociale. Il welfare europeo, che vede al centro il reddito minimo, è finanziato anzitutto attraverso la politica fiscale europea, che raccoglie i costi attraverso una revisione del sistema fiscale, a cominciare dalla tassa unica sul capitale. Questo, in prospettiva, è a mio parere ciò che l’Europa dovrebbe fare per rilanciare il sogno realistico del reddito di base, cioè uno strumento che sia sempre meno condizionato, lo scrivo nel mio libro, e che sia universale per tutti i cittadini europei».

Propositi espressi, in qualche modo, anche dal vicepresidente esecutivo della Commissione europea Valdis Dombrovskis e da Nicolas Schmit, Commissario Ue per il Lavoro e i Diritti sociali.

«Noi, però, li abbiamo attuati in Italia con il governo Conte. L’Europa, se vuole vivere come una realtà sempre più integrata e unita, deve cominciare a creare diritti di cittadinanza, che sono alla base del sogno europeo e sono prioritari. Uno dei diritti di cittadinanza è proprio il reddito minimo».

Qualcuno ha detto, con riferimento al Reddito di cittadinanza, che si è trattato della più grande rivoluzione sociale, almeno degli ultimi 50 anni. Secondo altri, la misura è stata una manna per scioperati. Tu, che da tecnico hai visto molto da vicino, come la vedi?

«Sull’abolizione del Reddito di cittadinanza, la presidente Meloni ha soltanto messo la firma, ma quasi tutto il sistema mediatico e politico ha contribuito ad abbatterlo. A mia memoria, non c’era mai stato un attacco così spregiudicato, infondato, verso una misura sociale di straordinaria importanza come il Reddito di cittadinanza. Un attacco simile l’avevo visto soltanto nei miei ricordi e nelle mie letture sulla Cassa per il Mezzogiorno, strumento che, per la prima volta, dall’Unità d’Italia in poi, determinò la riduzione dei gap di crescita tra il Nord e il Sud. Grazie alla Cassa per il Mezzogiorno, il Sud ebbe, tra gli anni ’60 e gli anni ’70, tassi di crescita più alti rispetto a quelli del Nord. Rammento che la Cassa fece grossi investimenti al Sud. Allora sorsero importantissimi stabilimenti industriali, per esempio a Melfi, dove sono stato due volte negli ultimi quattro mesi. Lì ho visto un declino incredibile: persone in cassa integrazione, un’azienda a rischio e con dimissioni volontarie e incentivi all’esodo per quarantenni».

L’aria inquietante della dismissione?

«Lì ci sarebbero varietà di modelli da approcciare. E c’è la transizione ecologica che dobbiamo abbracciare. Con 1.300 veicoli al giorno, la Fiat di Melfi era la fabbrica più produttiva d’Italia. Oggi, però, pare destinata al declino irreversibile perché manca una visione, manca un modello. Sono partito da qui per dirti che la Cassa per il Mezzogiorno ha finanziato quello strumento ed è stata aggredita da un sistema mediatico e politico incredibile. Proprio come il Reddito di cittadinanza, che ha permesso la riduzione della povertà, che ha salvato il Paese durante la pandemia».

Perché era scomodo il Reddito di cittadinanza, era uno strumento che non consentiva la schiavizzazione dei lavoratori?

«Il Reddito di cittadinanza non è conveniente per tutti coloro che vogliono ricattare i lavoratori. Per la prima volta, il Reddito di cittadinanza aveva permesso la non ricattabilità dei lavoratori, che potevano permettersi di rifiutare un salario a nero di 500 euro al baretto, oppure al ristorante o in servizi a basso contenuto tecnologico, dato il sussidio dello Stato, tra l’altro elargito in modo anonimo, discreto: attraverso una carta e non attraverso i Comuni. Oggi c’è il ritorno di molta gente davanti alle porte dei municipi; me lo dicono i sindaci, anche di destra, ogni volta che vado nei territori. Con il Reddito di cittadinanza, mi riferiscono i primi cittadini, nessuno bussava alla porta del sindaco per rappresentare le proprie difficoltà di arrivare a fine mese».

Il governo attuale potrebbe obiettare d’averne fatto una buona. Per esempio, per le partite Iva, aumentando il tetto del regime forfetario a 85mila euro.

«Non c’entra. Dal punto di vista sociale, il Reddito di cittadinanza è stata la misura rivoluzionaria più importante degli ultimi 50 anni, paragonabile al sostegno per l’invalidità. L’invalidità e la povertà sono due condizioni involontarie che possono capitare agli uomini. Gli uomini non sono invalidi per loro scelta e, come dice Papa Francesco, la povertà viene dal capitalismo. Il capitalismo crea residui ambientali e umani, quindi genera povertà, di cui dobbiamo farci carico come società».

Stando al dibattito politico, la tutela dei diritti dei cittadini meridionali è minata oppure favorita dal regionalismo differenziato? Ci sono anche altre questioni controverse, per esempio la riduzione del Fondo per lo sviluppo e la coesione per finanziare il Ponte sullo Stretto. Tu sei un intellettuale del Sud, quale tipo di politica ti proponi di portare avanti? Vedi un’aggressione nei confronti del Mezzogiorno?

«Vedo e come un’aggressione. Prima ti raccontavo dell’abolizione della Cassa per il Mezzogiorno, in sostanza avvenuta a metà degli anni ’80, poi, a livello formale, nel ’91-’92. Questo regionalismo odierno, questa secessione dei ricchi rispetto al Sud del Paese, cominciava ad affacciarsi politicamente anni fa. È stato il loro primo attacco politico al Sud, dal 1945. Il secondo è stato contro il Reddito di cittadinanza; il terzo è la secessione attraverso il ddl Calderoli, con  cui si avvia l’autonomia differenziata che non guarda più in faccia le disuguaglianze ma le abbandona al mercato e, al contrario di come vogliamo fare noi con l’idea di governare l’economia per non essere governati dai mercati, mette al centro il capitale piuttosto che la solidarietà, l’idea di abbandonare le politiche di coesione e di imputare al Nord dei residui fiscali ipotetici che non esistono, ai sensi della nostra Costituzione».

Scorgi una pesante discriminazione, perfino costante nel tempo?

«La nostra Repubblica è fatta di milioni di persone mobili sul territorio. Basti pensare che, durante il Novecento, 25 milioni di cittadini hanno abbandonato il Sud e sono andati prevalentemente nelle regioni del Nord. Io lo dico sempre, sono l’ultimo di sette figli, cinque dei miei fratelli vivono al Nord. Allora di chi è questo residuo fiscale? Dell’Italia semmai, dei cittadini italiani che si sono mossi in tutto il Paese, anche dopo tentativi molto espliciti, durante la storia della Repubblica, di organizzare lo sviluppo principalmente attorno agli assi più proiettati verso l’Europa, quindi verso il Nord. Tutte le ricostruzioni italiane – quella dopo l’Unità d’Italia, quella dopo la Prima guerra mondiale, quella dopo la Seconda guerra mondiale, quella dopo la costruzione della Comunità economica europea nel 1957 – sono state volte a favorire l’industrializzazione del Nord per la vicinanza ai mercati dell’Europa, non una proiezione verso l’Africa».

Una «società sparente», insomma.

«Un’emigrazione in certo modo indotta, la quale ha favorito infrastrutture, strade, ferrovie e investimenti al Nord, che tra l’altro si è servito di un grande bacino di manodopera espulso dalle campagne del Sud. Questo è stato il modello di sviluppo economico del Paese. L’autonomia differenziata lo dimentica parlando di residuo fiscale, che non esiste, e abbandonando al mercato le differenze che si sono costituite, segmentate e cristallizzate nei decenni scorsi».

Se, come pare, l’autonomia differenziata trovasse attuazione, sarebbe la fine del Servizio sanitario nazionale oppure un’occasione imperdibile di ripartenza?

«Vuol dire che in 23 materie, dalla sanità alla scuola, dai trasporti alla protezione civile, avremmo delle repubblichine, degli staterelli che gestiranno parti importanti del bilancio del Paese; parliamo di circa il 30 per cento delle risorse nazionali che verranno gestite in modo differente. Pensiamo alla sanità, che è un grande bene comune già molto assente nel sud Italia. Pensiamo alla protezione civile, a come possano cambiare le regole da una regione a un’altra e proviamo a immaginare, in caso di terremoto, gli effetti di un’emergenza gestita da 20 staterelli. Come sappiamo, i terremoti non colpiscono una regione dentro i propri confini. Pensiamo, ancora, a un’emergenza pandemica, che non è regionale ma è nazionale. Ecco, oltre alle gravi diseguaglianze, ci sarebbe il caos, l’impossibilità di fornire risposte efficaci».

Con i tempi che corrono, le nuove generazioni avranno la pensione o stanno pagando a vuoto i contributi?

«Durante il mio lavoro in Inps, ho cercato di evidenziare quanto i bassi salari e la precarietà siano oggi la causa principale delle pensioni misere. Nelle nostre ricerche in Inps, abbiamo calcolato che il 53 per cento dei lavoratori attivi dal 1996 hanno maturato una pensione sotto la soglia di povertà. Abbiamo anche stimato che basterebbe aumentare il salario minimo attuale fino alla soglia di 9 euro, per incrementare la pensione del 10 per cento. Abbiamo poi visto che la precarietà dai due ai cinque anni causa, anche all’interno di un successivo percorso stabile, una pensione bassa; in media sotto i 1000 euro. Per questo abbiamo proposto il riscatto della laurea gratuito per i giovani che entrano tardi nel mercato del lavoro e che comunque meritano che i loro anni di studio siano valorizzati adeguatamente».

Quindi potrebbero esserci delle speranze concrete?

«Se, come succede in Germania, introducessimo il riscatto gratuito della laurea, avremmo una mitigazione delle basse pensioni per una generazione di giovani. Quindi, occorrono il salario minimo, il riscatto della laurea e il decreto Dignità, che limiterebbe la precarietà lavorativa. Quando io dico che dobbiamo preoccuparci non delle pensioni ma del lavoro, dico esattamente questo: cerchiamo di porre, a fondamento del nostro mercato del lavoro, delle regole che limitino la precarietà, alzino i salari e favoriscano lo studio, dunque il riscatto della laurea gratuito».

In Calabria c’è un’emigrazione per sanità, alludo alla mobilità passiva, che si aggira intorno ai 300 milioni annui. Purtroppo, l’istituto del commissariamento, di là dalle singole persone incaricate dal governo, non è valso a riportare equità e giustizia nell’ambito della tutela del diritto alla salute. Qual è il tuo punto di vista al riguardo?

«Vivo con angoscia le disparità esistenti tra i Servizi sanitari regionali. Conosciamo e viviamo tutti la condizione del Servizio sanitario della Calabria, sicché dobbiamo denunciare che i provvedimenti del governo vanno ad aumentare le ingiustizie, non a ridurle. Da una parte si parla di Livelli essenziali delle prestazioni che dovrebbero essere garantite su tutto il territorio, ma dall’altra non si fa nulla per finanziarle».

Cioè?

«Il centrodestra lascia i divari al loro posto e addirittura li rafforza dimenticando la Costituzione. Al Sud mancano ospedali, specie nella zona ionica cosentina. Stesso ragionamento possiamo condurre riguardo alle infrastrutture, ai trasporti, alle ferrovie. Il ponte sullo Stretto leva 20 miliardi di euro a opere essenziali di cui c’è bisogno sia in Calabria che in Sicilia, tanto per i collegamenti interni che per quelli verso altre regioni. Io voglio un Sud che funzioni. Ora non ci sono collegamenti moderni tra Bari e Cosenza e tra le città meridionali, che invece sarebbero il volano dello sviluppo e della crescita. Immagino un collegamento triangolare, a metropolitana, tra Bari, Napoli e Reggio Calabria, prima di pensare a mettere 20 miliardi di euro su un ponte che reputo inutile e insostenibile dal punto di vista tecnico».

Non credi che l’autonomia differenziata responsabilizzerebbe gli amministratori regionali, a partire dall’organizzazione e gestione dei servizi sanitari?

«Non credo proprio. Sulla sanità c’è un primo grande problema, cioè la ripartizione iniqua del Fondo sanitario».

Un problema di natura strutturale che Conte non ha affrontato, però.

«Onestamente non ne ha avuto il tempo. Prima ha dovuto governare con un soggetto politicamente inaffidabile come Salvini, poi ha avuto la responsabilità dell’emergenza pandemica e infine è stato tradito a causa di congiure di palazzo, con le conseguenze che sappiamo».

Sulla sanità, in Calabria si apprezzano a tuo avviso novità significative, a partire dall’Azienda unica “Renato Dulbecco”?

«Sono abituato ad analizzare i problemi a 360 gradi, non fermandomi a ciò che gli altri mi mostrano. Se mai dovesse essere costruito il ponte sullo Stretto, la linea e l’area ionica della Calabria sarebbero completamente tagliate fuori. Dunque, la fusione tra l’ospedale e il policlinico universitario di Catanzaro perderebbe di significato, nonostante gli 850 posti letto prospettati. Lo sviluppo si concentrerebbe soltanto nell’area tirrenica, anche per il previsto passaggio della linea dell’alta velocità ferroviaria. Sono questioni che dobbiamo porci, che vanno affrontate senza pregiudizi, con la forza della ragione e il coraggio della verità».

Puoi fare un altro esempio?

«Uno su tutti. Se esamini la nuova rete ospedaliera della Calabria, non c’è alcuna novità di rilievo. In pratica è uguale a quella progettata dall’Agenas nel 2010 e non tiene conto, per dirne una di peso, dell’esigenza di avere un ospedale di tipo hub nella Sibaritide e di potenziare gli ospedali montani, al momento ridotti a semplici strutture di Pronto soccorso e destinati a diventare luoghi di assistenza territoriale, in mancanza di specifiche dotazioni, di strumenti diagnostici e di professionalità mediche».

Grazie e, come a tutti i candidati, in bocca al lupo.

«Viva il lupo e grazie a voi dello spazio».

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