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La ‘ndrangheta delle Preserre tra faide e vendette: una lunga serie di omicidi che non sembra avere fine

Originario di Monsoreto di Dinami, quello del 24enne ucciso l’8 aprile è solo l’ultimo degli agguati avvenuti nell’entroterra calabrese

Pubblicato il: 19/04/2024 – 9:54
La ‘ndrangheta delle Preserre tra faide e vendette: una lunga serie di omicidi che non sembra avere fine

DINAMI Che l’omicidio di Domenico Oppedisano sia legato a motivi di ‘ndrangheta è ancora da accertare, data anche la fedina penale pulita della vittima. Che la brutale uccisione del 24enne a San Pietro di Caridà si inserisca in un contesto fortemente mafioso lo testimoniano il metodo e la lunga seria di omicidi che negli anni si sono susseguiti nella zona delle Preserre. Luoghi incantevoli scolpiti nella piccola catena montuosa e “bagnati” dalla scia di sangue che dagli anni ’80 fino ai tempi più recenti ha coinvolto i comuni di Soriano, Gerocarne, Acquaro, Vazzano, Dinami e zone limitrofe. Vittime uccise per vendette criminali, originate dalla sanguinante guerra tra i clan delle Preserre, ma anche vittime innocenti, come Filippo Ceravolo e Pino Russo. Quest’ultimo ucciso e sepolto nelle campagne di Monsoreto di Dinami, la piccolissima frazione di cui era originario anche Domenico Oppedisano. Diversi i moventi tra un omicidio e l’altro, ma alla base la stessa violenza disumana della ‘ndrangheta delle Preserre.

Le sanguinose faide delle Preserre

Gli assetti criminali di Dinami e dintorni restano ancora un tabù: il piccolo paese si trova al centro di una zona che coinvolge due faide, quella dei boschi e delle Preserre, e numerose famiglie: dai Loielo contro i Maiolo e gli Emanuele, ai Vallelunga e i Turrà sempre contro gli Emanuele, i Ciconte e i Nardò. Interessi criminali nel gestire la “geologia” dei boschi, attività nel settore boschivo e questioni di potere territoriale. Piccoli paesini a fare da sfondo alla guerra tra “soldati” delle famiglie ‘ndranghetiste di zona. Oltre trenta omicidi nell’arco di quarant’anni. Nel mezzo cittadini e residenti estranei alla criminalità organizzata, ma vittime indirette del brutale scambio di colpi avvenuto nelle piazze cittadine o nelle strade di campagna. A volte anche vittime dirette, come nel caso di Filippo Ceravolo, il giovane di Soriano ucciso il 25 ottobre 2012 mentre era in macchina con Domenico Tassone, legato agli Emanuele e ritenuto vero obiettivo dei carnefici. Ma anche Pino Russo, ucciso e sepolto per essersi innamorato della cognata del boss Antonio Gallace. Per il suo omicidio è stato condannato anche Alessandro Morfei, zio ed omonimo del 30enne ucciso a Dinami nel 2022.

L’operazione “Luce nei boschi”

Ucciso nella notte del 10 settembre, Alessandro Morfei avrebbe, inoltre, un rapporto di parentela con Domenico Oppedisano, con il quale sembrerebbe condividere, secondo le prime ricostruzioni, anche le modalità dell’omicidio: un vero e proprio agguato lungo la strada con i killer che si sarebbero nascosti tra i cespugli. Anche il padre Pietro Morfei, ritenuto esponente dell’omonimo clan, fu vittima di un agguato nel 1998, quando venne ucciso in piazza a Dinami. Omicidi forse non legati tra loro, ma inseriti in un contesto criminale che coinvolge tutta la zona delle Preserre e sul quale soltanto un paio di operazioni hanno provato ad accendere i riflettori. Tra queste la più importante, denominata “Luce nei boschi” avviene nel 2012 e porterà alla condanna di 14 persone, tra cui Bruno e Gaetano Emanuele, ritenuti all’apice dell’omonimo clan di Sorianello.

La scia di sangue nelle Preserre

Proprio gli Emanuele si sono resi protagonisti nella sanguinosa faida contro i Loielo, iniziata con il duplice omicidio dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo e dei fratelli Gallace, storici alleati di quest’ultimi. La risposta dei Loielo arriva negli anni seguenti: una vendetta che in poco tempo, dal 2012 in poi, porta via Nicola Rimedio e Antonino Zupo, ritenuti vicini agli Emanuele così come lo sarebbe Domenico Tassone, l’obiettivo dei sicari che hanno ucciso Filippo Ceravolo. Dalla parte dei Loielo rimangono vittime di agguati Salvatore Lazzaro e Domenico Ciconte ma anche Domenico Stambé ritenuto vicino alla famiglia, ma sul cui omicidio ancora non è stata fatta luce. In mezzo una serie di tentati omicidi e agguati mancati ai membri delle due famiglie. A questi si aggiungono l’omicidio di Salvatore Inzillo nel 2017 e Bruno Lazzaro nel 2018, quest’ultimo avvenuto ufficialmente per cause estranee alla faida. Da allora altri brutali agguati nelle zone montane vibonesi, omicidi sui cui ancora non è stata fatta chiarezza: quello di Morfei, di Giuseppe De Masi, ucciso a Soriano la notte di Capodanno nel 2022 e per ultimo quello di Domenico Oppedisano nella vicina San Pietro di Caridà. (Ma.Ru.)

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