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affari tra cosche

‘Ndrangheta a Milano, la “chiamata” dei Palamara di Africo e la tensione del boss: «Noi parliamo solo con il lupo»

Nell’inchiesta della Dda le fibrillazioni dei Giacobbe dopo una truffa legata ad un’auto. Poi l’incontro chiarificatore

Pubblicato il: 06/05/2024 – 6:59
di Giorgio Curcio
‘Ndrangheta a Milano, la “chiamata” dei Palamara di Africo e la tensione del boss: «Noi parliamo solo con il lupo»

MILANO Uno sgarro forse commesso inconsapevolmente, forse no. Ma quando la presunta vittima è un esponente di una potente cosca di ‘ndrangheta o un sodale, allora bisogna stare attenti. Anche se l’autore è il figlio di un boss riconosciuto e rispettato. È quanto hanno ricostruito gli inquirenti nel corso dell’inchiesta che ha fatto luce sulla presenza delle cosche di ‘ndrangheta a Milano, con a capo la famiglia Giacobbe.

La richiesta di incontro

In un episodio risalente al 2019, infatti, gli inquirenti hanno ricostruito le fasi in cui i Giacobbe sono andati in fibrillazione per una non meglio precisata richiesta di contatto di un tale Franco. E lo spiegano in una intercettazione Vincenzo e Salvatore Giacobbe. «… mi ha detto che gli ha scritto uno di Gioia e gli ha detto di andare da un certo Peppe qui a Milano, che è parente di… ti ricordi quelli che erano con te venti anni fa a Opera, di Gioia Tauro?» chiede Vincenzo a Salvatore. «Peppe con la “B” inizia il cognome… i suoi nipoti con la “C” hanno il cognome. Sono dentro, i suoi cugini, sono educati, ti scrivevano, sono due o tre fratelli, stavano qui… dice che questo di Gioia gli ha detto “Vai da questo Peppe”, va beh ti dico il nome, Borgese» «gli ha detto questo di Pino gli ha scritto a Franco “vai da questo Peppe e digli di rintracciare… a questi”, intendendo noi». E Salvatore Giacobbe risponde: «Ma va se erano quelli di Gioia eccetera eccetera se era il fatto di Angelo lo sappiamo chi c’è!».

Le auto di mezzo

Nel prosieguo del discorso di intuisce che al centro della vicenda ci fossero delle macchine. « ‘ste macchine vuol dire più di una, no?» dice Salvatore Giacobbe. «(…) il grande, lo zio di quello di Cannata che era con noi là, suo zio è appena uscito dal carcere di Noto, mi pare, forse è uscito dal carcere di Noto. Ci conosce, ci scriviamo, eccetera eccetera. Con suo nipote era là a Opera poi purtroppo lo hanno condannato per omicidio e ha l’ergastolo…».  E ancora: «Ma no, c’è altro penso, magari forse altri amici a cui Angelo ha preso macchine, che sono paesani e noi non sappiamo…» «fa prima a venire là Angelo e glielo spieghi di persona e dopo me lo dici anche a me. A parte che dice le cose a metà… Comunque, come si dice?! non capisco come mai si rivolgevano a questi va beh». E poi chiosa: «(…) non viene mai uno di un altro paese! Perché, se sei di Gioia, ce la vediamo noi di Gioia e parliamo noi con questi amici nostri, anche se sono nemici! Non vengono mai da un altro paese…». Dunque, come riporta il gip nell’ordinanza, Salvatore Giacobbe «considerata l’importanza dell’incontro con una persona di spessore criminale della quale non era nota però l’identità, ma che comprendeva essere elevato, si preoccupava di mettere al corrente della vicenda proprio i Piromalli attraverso Agostino Cappellaccio, nel frattempo prontamente informato da Angelino Giacobbe».


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Le deduzioni del boss

Per come ricostruito dagli inquirenti, dunque, Salvatore Giacobbe, non conoscendo il soggetto in questione, inizia una fase di ragionamento deduttivo. Secondo il gip, infatti, «la persona interessata all’incontro doveva essere, infatti, in primo luogo un affiliato, ma sicuramente né di Gioia Tauro né di Platì. E poi la persona che li voleva incontrare era, poi, sicuramente personaggio di primo piano, in quanto lo spessore criminale a lui riconosciuto non avrebbe consentito che quest’ultimo si incontrasse con soggetti di secondaria importanza». In una conversazione riportata nell’ordinanza, infatti, Salvatore Giacobbe mentre parla con il figlio dice chiaramente: «(…) con i diretti! Con i diretti! E non con i secondi! Ma abbiamo il lupo e andiamo cercando i “piriti”… noi parliamo con il lupo e non parliamo con i “piriti”…». E racconta, poi, del rispetto che prima i napoletani e poi i siciliani gli avrebbero portato quando era detenuto. «(…) i napoletani che mi applaudivano, veramente come nei film! (…) quando ho fatto bordello che me la sono presa con tre siciliani che li ho messi sugli attenti che comandavano là no? E poi è venuto là quello: “no, compare Turi tu non c’entri… e compare Turi, c’è tutta la sezione con voi compare Turi!” diceva l’altro catanese!». Come riportato dal gip, infatti, il rispetto e la soggezione goduti da Salvatore Giacobbe «erano motivati anche dalla capacità di quest’ultimo di “dettare legge” e di mantenere l’ordine all’interno delle mura carcerarie, anche punendo personalmente coloro che si comportavano in modo ritenuto disdicevole», come nel caso di un cugino, Franco.

I dubbi e le perplessità

Come riportato dal gip nell’ordinanda, ancora Salvatore Giacobbe, questa volta in una conversazione intrattenuta con l’altro figlio, Angelino, «continuava ad apparire perplesso in quanto non riusciva a capire il motivo per il quale la persona che voleva incontrarlo non si fosse previamente rivolta al clan dei Piromalli», “saltando”, dunque, un passaggio indispensabile in quella che era considerata la modalità ordinaria di collegamento. «…o è l’uno o è l’altro… ma se è quello lì della Royale… ed è di Gioia ed ho capito più o meno chi è.… e sapeva con chi mandare l’ambasciata…» dice Salvatore Giacobbe. «Bisogna vedere che cosa ha capito questo di Pioltello… a parte che quelli di Gioia sanno come devono fare, se è uno di Gioia, ma se io penso che quello là è di Gioia Tauro ho capito più o meno chi è…». E ancora: «Se la trafila è quella? È quella no?». Come ricostruito dagli inquirenti e riportato dal gip nell’ordinanza, «padre e figlio non si davano pace perché, pur convinti che questa persona appartenesse alla ‘ndrangheta, non riuscivano ad individuarne la ‘ndrina d’appartenenza».

I protagonisti

In realtà, in quel momento Salvatore Giacobbe ed i suoi figli non potevano sapere «che – scrive il gip nell’ordinanza – la persona che voleva incontrarsi con loro, Francesco Palamara, non fosse originaria di Gioia Tauro, ma di Africo, facente parte del “mandamento ionico” della Calabria». Francesco Palamara, classe ’73 detto “Cicciu u ramatu”, seppure non indagato in questa inchiesta, è «gravato da precedenti di polizia per porto abusivo e detenzione armi e munizionamento, associazione per delinquere, ricettazione, associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, traffico illecito di sostanze stupefacenti, falsi in genere ed omicidio colposo», annota il gip nell’ordinanza. E, infatti, ad essere di provenienza gioiese era solo l’intermediario che avrebbe agevolato tale incontro, ovvero Giuseppe Borgese , classe ’73, «detenuto presso la Casa di Reclusione di Bollate in regime di semilibertà ed è gravato da precedenti di polizia per favoreggiamento, traffico illecito di sostanze stupefacenti, porto abusivo di armi in luogo pubblico, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, nonché ritenuto responsabile di due omicidi dolosi», annota ancora il gip.

L’incontro a Milano

Dopo tutti i preparativi del gruppo, puntualmente ricostruito dagli inquirenti passo dopo passo, avverrà effettivamente l’incontro tra Salvatore Giacobbe e Francesco Palamara, alla presenza dell’intermediario, Giuseppe Borgese. A loro insaputa, gli uomini della pg, li stavano osservando. Dopo i convenevoli di rito, i tre uomini entrano nel solito “Baldassarre Cafè dove proseguire indisturbati, in una saletta interna, le loro conversazioni. Al termine dell’incontro, e dopo gli altri convenevoli ripresi dalla pg, Salvatore Giacobbe telefona il figlio per informarlo: «Angelino ha fatto un grande danno che è “storto”, è perché è “storto” no per… per cose brutte…». Entrambi, come riporta il gip nell’ordinanza, concordavano che la problematica oggetto poi dell’incontro era «un’attività truffaldina messa in piedi dal fratello Angelino nella sua attività di noleggio auto», riporta il gip. E, ancora parlando col figlio, lascia emergere altri dettagli dell’incontro. «(…) ha detto, dice “No, è una cosa che si sistema… si può sistemare benissimo” poi…  “Come volete voi, come… un poco alla volta… come sapete voi” ho detto “non vi preoccupate, che ora lo chiamo io a mio figlio Angelo… poi… e facciamo…”». (g.curcio@corrierecal.it)

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