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l’intervista del corriere della calabria

La strage di Ustica e il Mig libico di Castelsilano

L’ex caporale di Cosenza che indicò la pista giusta a Priore rivela: «Quattro incidenti in ascensore e uno speronamento in auto prima che deponessi davanti al giudice»

Pubblicato il: 17/06/2024 – 9:31
di Paride Leporace
La strage di Ustica e il Mig libico di Castelsilano

La sua vita ha incrociato uno dei peggiori misteri della Repubblica. Quello del muro di gomma che protegge la Strage di Ustica, una delle pareti alzate con depistaggi nel paese di Castelsilano, in Calabria. A Timpa delle Magare, dove il 18 luglio del 1980 fu dichiarato il rinvenimento di un aereo libico e di un pilota morto. Incontriamo Filippo Di Benedetto, 66 anni, nella sua casa estiva di Torremezzo, il litorale di Cosenza. Nei giorni scorsi l’ha cercato e sentito anche Massimo Giletti che il prossimo 25 giugno va in onda in prima serata su Raitre per lo speciale “Ustica, una breccia sul muro”.
Lo ha anche intervistato un inviato di Sky per uno speciale in occasione dell’ultimo anniversario della strage. Ma a noi ha aggiunto altro, questo cittadino, che ebbe il coraggio di non voltarsi dall’altra parte. Quattro incidenti ad ascensori, tre volte in quello di casa sua, e un molto strano speronamento sulla strada tirrenica al bivio di Fuscaldo. Cinque “casualità” che avrebbero potuto ucciderlo. Avvenimenti datati prima del suo primo interrogatorio con il giudice Rosario Priore. E chi conosce la saga di Ustica sa che quel magistrato scrupoloso nella sentenza-ordinanza del 1999 ha dovuto redigere nel suo possente italiano un capitolo dedicato alle 12 morti sospette che si intrecciano a questi misteri.

Filippo Di Benedetto

Testimone cruciale

Filippo Di Benedetto è un testimone cruciale della Strage di Ustica, 85 morti civili su un Dc 9, il 27 giugno 1980. Data senza giustizia in quello che conosciamo come il muro di gomma, secondo la celebre definizione data da Andrea Purgatori. Filippo ha rischiato di essere la tredicesima vittima che si aggiunge alle altre 85? Non possiamo affermarlo con certezza. La certezza è che Di Benedetto è uno dei testimoni decisivi delle menzogne e dei depistaggi che avvolgono questa infinita tragedia italiana, per aver egli rivelato, prima ad un giornale e poi ai magistrati, che il pilota libico dichiarato dallo Stato ufficialmente morto il 18 luglio del 1980 a Castelsilano era già cadavere accanto al suo aereo il 28 giugno, venti giorni prima. Quarant’anni fa, Di Benedetto era un caporale di leva a Cosenza, e grazie alla sua deposizione il giudice Rosario Priore riuscì a ricostruire vuoti e deviazioni di quella battaglia nei cieli di chi, verosimilmente, nel tentativo di abbattere l’aereo su cui viaggiava il capo della Libia , Muammar Gheddafi, per tragico errore uccise civili innocenti che ebbero la sola colpa di trovarsi nel punto sbagliato al momento sbagliato. Ha scritto il giudice Priore nella sua ordinanza «la vicenda denunciata da Di Benedetto appare ben precisa e collocata nel tempo».

«Quelle vittime meritano la verità»

Chiedo all’ ex caporale perché torna a parlare del fatto. «Perché quelle vittime meritano la verità e perché trovo giusto saper per quale motivo morirono. Quando ci ripenso mi viene la pelle d’oca». Riavvolgiamo il nastro della memoria a 44 anni fa. Filippo Di Benedetto riepiloga con precisione quello che tutti gli addetti ai lavori ben conoscono. Il caporale Di Benedetto rientra in servizio alle casermette di Cosenza, centro addestramento reclute. Ha appena goduto di un permesso per essersi candidato alle comunali di Cosenza con il partito Repubblicano in cui milita. Il primo agosto si congederà. È il 28 giugno 1980. Lui e un nutrito gruppo di reclute vengono svegliati all’alba dagli ufficiali. Una missione improvvisa. Come il militare dirà negli interrogatori con Priore e Salvi. Armati e con una mappa con un punto localizzato nei pressi di San Giovanni in Fiore. Sono tra i 12 e i 15 soldati che si spostano con una jeep e un camion guidati da un capitano. Dopo diverse ore di viaggio raggiungono a piedi il punto X lasciando i mezzi a un chilometro di distanza. «Non sapevamo ancora perché andavamo in questo posto lontano» dice Di Benedetto a distanza di decenni, il quale ricorda molto bene di aver visto l’aereo di colore azzurro, lo stesso della sua automobile di famiglia, una 126 Fiat. Due giorni e mezzo di vigilanza allo scenario con notti all’addiaccio della Sila e poche ore di sonno nel camion. Gli ufficiali alle domande delle reclute sono evasivi. Dalla sua postazione il caporale individua il pilota morto “accasciato sui comandi”. In un turno di riposo di un servizio lungo e affrontato giorno e notte, Di Benedetto si avvicina all’aereo e guarda da vicino quel pilota arrivato da lontano. Il cadavere nelle ore successive sparirà.
In quelle ore a Timpa delle Magare arrivano strani personaggi. «Ricordo che vennero delle persone a bordo di una magnifica Chevrolet» rievoca l’ex caporale, che è appassionato di automobili ed è stato anche pilota, un ricordo nitido come quello della croce sull’aereo. Erano agenti stranieri quelli della Chevrolet? Probabilmente. Al ritorno in caserma la raccomandazione degli ufficiali è la consegna del silenzio. Il caporale si congeda, Di Benedetto inizia a lavorare fuori da Cosenza, non ha idea che quello che ha visto sia collegato a Ustica.
La vicenda ritorna nel corso di una cena a Cosenza. Di Benedetto, ormai civile, è con Tonino Stumpo, dirigente del Pri, forse c’è anche l’architetto Sandro Adriano e il giornalista di Repubblica, Pantaleone Sergi. L’inviato, appresi i fatti, segnala la notizia al suo giornale.

«Ricordo benissimo che il giornale non pubblicò la mia intervista. Poi ci ripensarono e Sergi mi richiamò per rifarmi parlare». L’intervista sarà pubblicata il 2 novembre del 1990. Nome e cognome dell’ex caporale restano anonimi. Ma le generalità sono acquisite dalla Commissione Stragi e dal giudice Priore che convocherà Di Benedetto come testimone. «Mi ha sentito quattro volte il giudice, e sono stato io a condurlo a Timpa delle Magare». Nel corso di uno degli interrogatori a Cosenza, Di Benedetto cammina da solo nel corridoio, e questo è il suo racconto: «Venni avvicinato da alcuni ufficiali dell’esercito che mi conducono in una stanza. La scena viene notata dalla scorta del giudice, che intervenne prontamente mostrando i tesserini e facendo allontanare l’ex caporale». La circostanza è confermata da una relazione di servizio dei carabinieri. Chiedo di altre intimidazioni ricevute e lui mi rivela vicenda inedite che mai avevo appreso in libri e documenti ufficiali: «Quattro volte sono caduto con l’ascensore. È normale?». Chiedo dove. «Uno nell’ufficio dove lavoravo, e tre volte a casa mia». Intervennero i vigili del fuoco che scrissero delle relazioni ma non ci fu mai denuncia. Di Benedetto rivela un altro episodio inquietante: «Successe a Fuscaldo, venti metri dopo uno svincolo, una 112 mi speronò venendomi addosso deliberatamente e si è dato alla fuga, a pochi metri c’era un’automobile della polizia. Guarda caso i quattro incidenti negli ascensori e lo speronamento avvengono prima del mio interrogatorio con il giudice Priore».
Di questi episodi Filippo ne parlerà al magistrato che non ne farà cenno nelle sue storiche carte.

«Ignorata la verità»

L’ex caporale rimarrà da solo con le sue ansie e paure, nessuno lo ha mai cercato. E oggi che pensieri ha quell’ex caporale? «Che si sia ignorata la verità. L’aereo di Castelsilano è caduto la notte di Ustica. Penso sempre a quei poveri innocenti». Filippo Di Benedetto ha due ricordi rumorosi personali in questo intrigo di spie e depistaggi che affida al cronista: «Ho avuto la fortuna di incontrare Giovanni Spadolini a Cosenza per una visita istituzionale. Eravamo al bar Manna e guardandomi negli occhi disse che noi dovevamo avere il senso dello Stato. Anche per questo vorrei la verità. In questa terribile vicenda per fortuna ho avuto la vicinanza di mia moglie e dei figli. E grazie a loro se sono uscito dalla depressione che questa vicenda ha provocato alla mia vita e che rischiava di poter essere permanente».

La storia

Queste le verità dell’ex caporale. Testimone assieme ad un pugno di commilitoni (in tre hanno deposto davanti ai giudici confermando i fatti) che il Mig libico a Castelsilano non era caduto il 18 luglio 1980 ma attorno alle tragiche circostanze del buio del 27 giugno. Le versioni ufficiali dell’accaduto sono solo mattoni di quel vergognoso muro di gomma che circonda ancora la strage di Ustica. La sfida al buio per una verità, almeno storica, continua. (redazione@corrierecal.it)

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