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inchiesta ducale

‘Ndrangheta, il coraggioso rifiuto dell’operaio e l’intimidazione che manda in crisi la cosca. «Facciamo una brutta figura»

L’offerta di lavoro e le minacce dopo il rifiuto ricevuto. «Ma tu sai chi è Mimmo? Vattene entro questa sera da Sambatello»

Pubblicato il: 17/06/2024 – 7:07
‘Ndrangheta, il coraggioso rifiuto dell’operaio e l’intimidazione che manda in crisi la cosca. «Facciamo una brutta figura»

REGGIO CALABRIA C’è anche chi, nonostante l’imponente controllo criminale della cosca sul territorio, rifiutava coraggiosamente di lavorare per conto del “Duca” Domenico Araniti. Scatenando, ovviamente, la reazione del clan, tra chi avrebbe voluto “punirlo” e chi invece cercava di calmare le acque. È quanto emerge dall’operazione della Dda di Reggio Calabria denominata Ducale, che ha portato all’arresto 11 persone (7 in carcere e 4 ai domiciliari). Tra questi anche Carmelo Trapani (cl. ’73) detto il “Tacchino” e ritenuto dagli inquirenti vicino alla cosca, che si sarebbe reso, tra le altre cose, responsabile di alcune minacce nei confronti di un operaio, “reo” di aver rifiutato un lavoro da fare per conto di Domenico Araniti. Circa un mese dopo, l’operaio si è recato dai Carabinieri per denunciare un’intimidazione subita: 15 colpi sparati contro la sua macchina. Tuttavia, è proprio questo atto a mandare in “crisi” la cosca Araniti.

Le minacce all’operaio

Tornando a un mese prima dall’intimidazione, gli investigatori intercettano una conversazione tra Carmelo Trapani e l’operaio. «Vedi che ho parlato con mio cugino (Domenico Araniti, ndr), per dirtelo a te, dobbiamo sistemare delle tegole», indicando dunque dei lavori da svolgere a casa del “Duca”. Al rifiuto, apparentemente non motivato, dell’interlocutore, Trapani si sarebbe cominciato ad innervosire: «Ma tu hai capito quello che ti ho detto?… Ah?… Ma tu hai capito quello che ti ho detto io, di quale Mimmo parlo?». Ribadito nuovamente il rifiuto (secondo gli investigatori per timore di non essere pagato), Trapani sarebbe diventato ancora più insistente: «E tu vuoi stare in questo paese senza avere a che fare con Mimmo? Ma che ca**o stai dicendo..». Fino a passare alle minacce, “invitando” l’operaio a «fare le valigie» e abbandonare Sambatello: «Non scherzo io lo sai no! Ma tu sai chi è Mimmo?… Ora sto andando a dirglielo…». Ma neanche davanti al nome di Domenico Araniti l’interlocutore pareva cedere: «Vattene entro questa sera perché vengo io a casa hai capito? Vattene da Sambatello non te lo dico più».

L’intimidazione il giorno di Santo Stefano

Un “affronto” che sarebbe stato immediatamente riferito da Trapani a Domenico Araniti, mettendosi a disposizione per qualsiasi “ordine”. «Quello che vuoi che faccio, faccio». Ma dal “Duca” la risposta sarebbe stata quella di «non fare niente», decidendo per il momento di soprassedere. È in questo contesto che, poco tempo dopo, vengono esplosi i colpi di pistola contro l’auto dell’operaio, scatenando in primis una reazione “confusa” all’interno della cosca. Appena saputa la notizia, secondo la ricostruzione degli inquirenti, i vertici degli Araniti avrebbero pensato a Trapani, date le minacce esplicite appena un mese prima. Quest’ultimo avrebbe negato di essere stato l’autore, ma allo stesso tempo preoccupandosi perché l’indagine avrebbe potuto coinvolgere lui. In particolare, a preoccupare la cosca sarebbe stato anche «l’atteggiamento collaborativo» dell’operaio con le forze dell’ordine.

«È una brutta figura!»

Un’intimidazione “incontrollata” portava con se due problemi per il clan, come emerge dalle conversazioni intercettate: la paura di un’indagine delle forze dell’ordine e la «brutta figura» che si rischiava di fare con le persone. «Dobbiamo andare a finire in galera» avrebbe commentato Francesco Araniti, temendo «un coinvolgimento della cosca nella vicenda». Anche riportando il fatto a Domenico Araniti sottolinea le indagini fatte con «nuove tecniche». «È successo un bordello.. hanno chiuso la strada, Scientifica, Madonna, Signore e compagnia bella, hanno preso tutti i bossoli per fare la comparazione che so che ca**o di comparazione devono fare, non lo so. Con le nuove tecniche che ci sono..». Al timore delle indagini si aggiunge quello della reazione delle persone. In particolare, secondo gli inquirenti, Trapani si sarebbe mostrato rammaricato «per la brutta figura fatta agli occhi degli abitanti di Sambatello», lamentandosi soprattutto per il mancato ammonimento nei confronti dell’autore. Nel commentare quest’ultimo passaggio il gip ricorda le frasi di Pietro Araniti, il quale spiegava che in quanto cosca e uomini di ‘ndrangheta «devono rendere conto al “popolo” e a “Dio”, quasi ritenendo di aver ricevuto una investitura dal “popolo sovrano” ma anche “religiosa” per gestire il territorio». (Ma.Ru.)

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