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‘Ndrangheta vibonese, l’ascesa criminale di Salvatore Morelli: l’«erede» di Mantella

Dal clan Lo Bianco alla scissione «per prendersi Vibo». Nella sentenza anche l’episodio della minaccia tramite una carcassa di delfino

Pubblicato il: 18/06/2024 – 7:00
‘Ndrangheta vibonese, l’ascesa criminale di Salvatore Morelli: l’«erede» di Mantella

VIBO VALENTIA «Intraprendente, spregiudicato e violento». È questa l’immagine fornita dai giudici di Rinascita Scott di Salvatore Morelli, il «superlatitante» inizialmente sfuggito alle forze dell’ordine per poi essere catturato a dicembre 2021. Morelli, accusato di essere ai vertici della cosca Pardea-Ranisi di Vibo Valentia, è stato condannato nel processo svoltosi nell’aula bunker di Lamezia Terme a 28 anni di carcere, a fronte dei 30 richiesti dalla Dda di Catanzaro. Per il tribunale collegiale di Vibo, presieduto da Brigida Cavasino, la sua intraneità alla ‘ndrina dei Pardea «non è in discussione», come si legge nelle motivazioni della sentenza, in virtù di tutti gli elementi probatori presentati dall’accusa e, soprattutto, in base alla convergenza delle dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia vibonesi: Andrea Mantella, Raffaele Moscato, Bartolomeo Arena e Michele Camillò.

L’ascesa criminale: dai Lo Bianco alla scissione

I giudici ripercorrono la carriera criminale di Salvatore Morelli dal 2012 in poi, dal momento che per l’arco di tempo precedente conta già una condanna «per il reato di partecipazione all’associazione di stampo mafioso diretta da Carmelo Lo Bianco». È proprio legandosi ai Lo Bianco che Morelli avrebbe iniziato a compiere il suo percorso criminale, fino alla nascita del gruppo scissionista guidato dall’attuale collaboratore Andrea Mantella. I due, scrivono i giudici, «hanno condiviso fianco a fianco imprese criminali, ambizioni scissioniste» e, infine, il «passaggio di consegna» tra Mantella e Morelli, designato dallo stesso collaboratore come «suo erede naturale». Lo stesso si sarebbe occupato, nel progetto scissionista, dei vari “rimpiazzi”, il cui significato lo spiega Mantella: «Il rimpiazzo in gergo ‘ndranghetistico si intende dire che vengo ufficialmente affidato ad uno specifico gruppo ‘ndranghetistico di cui io faccio riferimento».

Le attività tra usura ed estorsioni

Non solo “rimpiazzi”, ma tutto ciò che riguardava la ritualità ‘ndranghetista era affidata a Morelli in quanto tra gli «affavellati», ovvero «coloro che ricordano bene la liturgia di ‘ndrangheta». Sarà poi la carcerazione di Mantella a fare da apripista per il vertice del nuovo gruppo a Morelli, come sempre il collaboratore, in quanto «osservatore privilegiato dell’ascesa criminale dell’imputato», riporta nelle sue dichiarazioni, accusandolo di aver svolto «attività di narcotraffico» e «attività usuraria» per conto del gruppo. Propalazioni che secondo i giudici trovano riscontro in quelle di Raffaele Moscato e Bartolomeo Arena, che entrambi lo identificano come «soggetto attivo nel settore dell’usura, dei danneggiamenti e della droga». Anche Moscato riferisce degli intenti scissionisti del nuovo gruppo, specificando anche quale fosse il loro obiettivo, ovvero «prendersi Vibo, nel senso di comandare loro su Vibo», e indicando in Morelli proprio la persona più «carismatica». Il collaboratore, elencandone le attività criminali, racconta poi di un episodio di usura in cui, in sua presenza, avrebbero dato 4000 euro a una persona per poi richiederne 5000 appena un mese dopo, a dimostrazione di un alto tasso di interessi imposto.

La carcassa di un delfino e la pedana bruciata

Anche nel settore delle estorsioni Salvatore Morelli sarebbe stato particolarmente attivo. I giudici citano e trattano il caso più eclatante, ovvero il rinvenimento di una carcassa di delfino di fronte la sede di una società di costruzioni. Accusa contestata a Morelli e alla sua «squadretta», che nei vari casi di attività estorsiva sarebbe stata «armata o altrimenti istruita e coordinata» da lui. E ancora, il caso di un’estorsione seguita da danneggiamenti ad un noto pub di Vibo Valentia: anche qui, spiegano i giudici, «era proprio Morelli ad innalzare il tiro rispetto ai proventi richiesti alla persona offesa». Dopo aver imposto, come gruppo, uno sconto obbligato sulle consumazione per tutti i sodali della ‘ndrina Pardea Ranisi – si legge – Salvatore Morelli «spingeva perché la cosca imponesse il pagamento di una tangente annua di 10.000 euro». Da qui sarebbe poi scaturito l’incendio della pedana all’esterno del pub, che sarebbe stato eseguito ancora una volta dalla “squadretta” «su mandato di Salvatore Morelli». (Ma.Ru.)

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