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Il primato della ‘ndrangheta nel narcotraffico: «Su 66 clan attivi nei porti italiani 41 sono calabresi»

Gli scambi illeciti, la centralità del porto di Gioia Tauro e gli affari resi possibili grazie alla connivenza di operatori portuali collusi

Pubblicato il: 08/10/2024 – 16:24
di Mariateresa Ripolo
Il primato della ‘ndrangheta nel narcotraffico: «Su 66 clan attivi nei porti italiani 41 sono calabresi»

Tonnellate di droga in viaggio nei container delle navi che toccano i porti di tutto il mondo. Un business per un giro d’affari di milioni di euro quello del narcotraffico, una delle attività più redditizie attraverso cui operano le mafie: ‘ndrangheta in primis. Affari resi possibili grazie alla connivenza di operatori portuali collusi. «Un maggiore coordinamento tra autorità giudiziaria, forze dell’ordine, autorità portuali e imprese private appare necessario, non solo a scopo repressivo, ma soprattutto preventivo. La consapevolezza dei rischi criminali e corruttivi tra gli operatori pubblici e privati dei porti è essenziale per promuovere contesti meno vulnerabili agli scambi illeciti e per adottare politiche di sviluppo coerenti con tali obiettivi», viene rilevato nel report di Libera La Calabria, le Calabrie, storie di illegalità, percorsi di impegno”. Un’analisi che parte dalle relazioni della Direzione Nazionale Antimafia e della Direzione Investigativa Antimafia pubblicate tra il 2006 e il 2022 che mostrano che oltre un porto italiano su sette è stato oggetto di interessi da parte della criminalità organizzata.

Il primato della ‘ndrangheta

«In almeno 54 porti italiani hanno operato 66 clan in attività illegali e legali, tra cui spiccano le mafie tradizionali: ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra, oltre a organizzazioni criminali come la Banda della Magliana, Sacra Corona Unita e gruppi criminali baresi. Si trovano, inoltre, le proiezioni di diversi gruppi di cui viene indicata esclusivamente la provenienza geografica ( in base a dove svolgono le principali attività o all’origine territoriale dei membri): Asia, Europa dell’Est, Nord Africa, Albania, Cina, Messico e Nigeria». E un dato ancora più allarmante è quello che cristallizza il potere e l’influenza dell’organizzazione criminale calabrese: dei 66 clan, ben 41 appartengono alla ‘ndrangheta, attivi in diversi mercati illeciti: traffico di rifiuti, armi, contrabbando di sigarette e TLE, traffico di prodotti contraffatti, estorsioni, usura e soprattutto traffico di stupefacenti. Le proiezioni della ‘ndrangheta si manifestano sia nei piccoli porti calabresi, come quelli di Amantea, Badolato, Cetraro, Corigliano Calabro, Isola di Capo Rizzuto, Tropea, Crotone, ma sopratutto nell’importante hub di Gioia Tauro, diventato uno degli snodi centrali del narcotraffico mondiale, come emerso da diverse inchieste, tra cui quella denominata “Eureka” che ha visto la cooperazione delle Dda di Reggio Calabria, Milano e Genova, degli investigatori di Germania, Belgio e Portogallo e ha smantellato un’organizzazione transnazionale dedita al riciclaggio, al traffico di droga e armi in tutto il mondo, colpendo in particolare le cosche Nirta-Strangio di San Luca e Morabito di Africo.

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Il ruolo degli operatori portuali corrotti

E proprio le inchieste hanno fatto luce sulle modalità di azione delle organizzazioni criminali che pur avendo un ruolo centrale, non sono gli unici attori coinvolti: spesso è necessario il contributo di soggetti legati all’economia legale, come lavoratori portuali, dipendenti pubblici, imprenditori e professionisti del settore marittimo. – si rileva nel report di Libera – Per i traffici illegali, è spesso indispensabile il contributo di chi produce, imbarca, trasferisce, recupera il carico e ne cura la distribuzione.

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