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la storia

Vita e speranza di una giovane madre e del piccolo Junior

La mentalità blasfema inizia quasi sempre tra le mura domestiche, trasforma la casa da luogo di affetti a prigione infernale

Pubblicato il: 24/11/2024 – 7:30
di Ennio stamile
Vita e speranza di una giovane madre e del piccolo Junior

Credo che un modo efficace per costruire ponti sia quello di raccontare storie. Quella che vi racconto oggi l’ho ascoltata in questi giorni africani che, unitamente agli altri compagni di viaggio, sto vivendo qui in Benin, Stato africano stretto tra il Togo, il Burkina Faso e la Nigeria. Quest’anno si è aggiunto a noi anche il mio Vescovo, Monsignor Stefano Rega, che circa due anni or sono, ancora prima di fare il suo ingresso nella Diocesi di San Marco Argentano-Scalea, aveva espresso il desiderio di venire di persona a conoscere l’Ospedale di Dangbo che la nostra diocesi ha realizzato negli anni novanta del secolo scorso.

La storia inizia nell’orfanotrofio di Sakètè, posizionato a Sud di Porto Novo, proprio ai confini con la Nigeria. A raccontarmela è suor Matilde, una suora agostiniana che da un anno a questa parte è stata inviata a sostituire suor Stella, la precedente responsabile che, per molti anni, ha portato il peso di questo luogo che accoglie bambini abbandonati di ogni età. Il volto di Matilde, contrariamente al solito, è triste, manifesta quella sofferenza che da diversi mesi le sta scavando l’anima. Non riesce ad accettare che un padre di famiglia possa arrivare a tanto: stuprare la giovanissima figlia appena quindicenne. Per ovvie ragioni, non mi dice il nome della ragazza né da dove proviene, sottolinea, però, subito la forza d’animo e la fierezza perché, una volta accortasi di essere rimasta incinta, ha deciso di fuggire di casa e chiedere ospitalità proprio alle suore dell’orfanotrofio.

Una storia che si aggiunge alle tante altre di violenza sulle donne che, quotidianamente, si ripentono un po’ ovunque e non fanno altro che ribadire quella sorta di pseudo cultura ove il maschio ha una posizione predominante che tende ad oggettivare tutto, anche il corpo della donna. Questa mentalità blasfema che inizia quasi sempre tra le mura domestiche, trasforma la casa da luogo di affetti a prigione infernale. Se non fosse stato per il coraggio di questa ragazza, diventata madre di un bellissimo bambino che le suore hanno chiamato Junior, anche questa triste storia sarebbe stata sepolta dal silenzio che copre la violenza del carnefice e la sofferenza delle vittime. A volte per un senso di pudore, spesso per paura di ulteriore violenza, in alcuni casi sperando che qualcosa possa in futuro cambiare, si preferisce il silenzio alla denuncia. Nulla di più errato.

Ogni violenza, soprattutto quella perpetrata verso i più deboli, va subito fermata altrimenti rimane lì, nascosta nel cuore e nella mente di coloro che solo apparentemente hanno forma umana. Ciò che suor Matilde ha deciso di condividere con me è certamente tragico ma, contestualmente, è anche una storia di grande forza d’animo di una ragazza che, nel cuore del Continente africano, ha avuto la forza di uscire da quella che era diventata la sua prigione, per difendere ciò che non si può mai calpestare o disprezzare: la propria dignità, la libertà, l’unicità di essere donna e il valore immenso di una nuova vita che nasce. Questo racconto ritengo sia un ponte fra le culture che, se pur diverse, tutte hanno bisogno di essere purificate da ogni forma di violenza, che tende a soffocare la vera civiltà. Un antico adagio scritto da Marco Tullio Cicerone recita: “finché c’è vita c’è speranza“. Vita e speranza di una giovane madre di vedere oltre l’orizzonte un futuro migliore per lei e per il suo figlio. (redazione@corrierecal.it)

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