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LA FAIDA DI ‘NDRANGHETA

La “Strage dell’Epifania”: l’inseguimento e la resa del killer nel racconto di un Carabiniere eroe. «L’Arma aveva vinto»

La vicenda raccontata al Corriere della Calabria dal Maresciallo – in pensione – Agatino Alberio che 34 anni fa arrestò Rosario Michienzi

Pubblicato il: 06/01/2025 – 7:01
di Giorgio Curcio
La “Strage dell’Epifania”: l’inseguimento e la resa del killer nel racconto di un Carabiniere eroe. «L’Arma aveva vinto»

VIBO VALENTIA È a tutt’oggi l’unico arresto eseguito dalle forze dell’ordine, in Italia, per strage di stampo mafioso. Un grande esempio di coraggio e dedizione. È il 6 gennaio del 1991, giorno della “strage dell’Epifania” consumatasi a Sant’Onofrio, nel Vibonese. Drammatico atto della guerra armata che il gruppo Petrolo-Bartolotta – capeggiato da Rosario Petrolo e istigato dai Lopreiato di Stefanaconi – scatenò contro la potente consorteria criminale dei Bonavota di Sant’Onofrio, lasciando per strada una lunga scia di sangue e morte, affiliati di entrambi i fronti uccisi barbaramente. «Un paese della Calabria come Chicago». Un inquietante parallelismo che, un vecchio titolo de “L’Unità” utilizzò per descrivere quanto avvenuto. Il sangue scorre ancora per le strade della città ma quella mattina – alle ore 11.12 per l’esattezza – la storia cambierà definitivamente.  



Il racconto concitato di quei momenti

A distanza di 34 anni, il racconto drammatico e concitato di quanto avvenuto: gli spari, la chiamata, l’adrenalina (e la paura), poi la cattura e il trionfo. A descrivere quanto accaduto da una posizione di assoluto protagonista – in esclusiva al Corriere della Calabria – è il Maresciallo dei Carabinieri in congedo, Agatino Alberio. Classe 1961 di Catania, con alle spalle quarant’anni di servizio effettivo nell’Arma. Un curriculum eccezionale: prima Ausiliario al Battaglione Carabinieri Paracadutisti Tuscania, poi 5 anni di Stazione, 6 al Nucleo Operativo Radiomobile e, infine, 28 anni di scorte a magistrati e personalità.
Il suo è il racconto di una delle vicende più drammatiche degli ultimi decenni, il culmine di una terribile e sanguinosa faida di ‘ndrangheta tra clan contrapposti e agguerriti. Le vittime di quella che verrà ribattezzata la “strage dell’Epifania” sono due morti innocenti, il 38enne Onofrio Addesi e il 44enne Francesco Augurusa, completamente estranei alle logiche di ‘ndrangheta e alla terribile e sanguinosa faida che, proprio in quel periodo, si stava consumando a colpi di agguati e vittime eccellenti in una logica criminale spietata e sanguinaria.

La strage, l’inseguimento

«Il 6 gennaio 1991 mattina, avuta notizia da una vedetta che i due killer del clan Bonavota erano in piazza Umberto I fermi a parlare nei pressi del “Bar Pezzo”, il commando parte dalla masseria per la missione di morte. Arrivati in piazza sul luogo designato, cominciano a sparare in direzione dei due obbiettivi, i quali, intuito il pericolo, con destrezza scappano in mezzo alla gente, venendo inseguiti. I colpi sparati non si contano. Una carneficina». «Un Carabiniere a diporto della Stazione che era in piazza vede la macchina scappare e dà l’allarme. Lungo il tragitto della fuga, passano a tutta velocità davanti ad un posto di controllo, spianando le armi dove c’era il comandante di stazione, che cercherà invano di inseguirli. L’autista, in aperta campagna, nei pressi di una masseria di un affiliato alla cosca, lascia i tre sodali e prosegue verso Pizzo portandosi dietro la beretta 7,65 ancora con 4 proiettili, uno in canna».

Così ad entrare in scena è proprio il maresciallo

«Ore 11 circa. Mi chiama via radio la Centrale operativa, comunicandomi di accendere i dispositivi e portarmi in piazza a Sant’Onofrio, dove poco prima era successa una strage (…) L’adrenalina sale, la “paura” anche, ma siamo Carabinieri al Nucleo Operativo Radiomobile, interveniamo su tutto (…) dico all’autista di portarsi sulla Strada Statale 18, per poi risalire dalla provinciale per Sant’Onofrio, la strada più breve; d’altronde il commando era scappato dal lato opposto del paese (poi risulterà un “depistaggio”). Dopo 5 chilometri circa, dal lato opposto, noto un’Alfa 33 di colore nero con a bordo solo l’autista. L’Alfa procede lentamente e, scendendo, incrocia la nostra auto, mentre lo sguardo dell’uomo alla guida punta dritto, come se nulla fosse. “Gira, gira, gira! Andiamo a prenderlo!”, esclamo». «Il tempo di fare inversione nella strada stretta, sento sgommare e vedo l’auto schizzare via come un missile. Andiamo a tutta con la nostra Alfa 90, ma la 33 ha la meglio su quel percorso tutto curve in discesa». «Non lo vediamo più, ci ha seminati. Scendiamo quindi fino alla statale 18, al bivio, bar degli Amici (dove arrivano da tutte le parti per gustare il famoso “Tartufo di Pizzo”). La rabbia è tanta. Dalla centrale non mi sentono e non posso dare l’allarme via radio. Non mi rassegno. “Torna indietro per 700 metri, gira a sinistra”, dico a Silvestro. Siamo in periferia, in mezzo a delle case popolari. “Gira, entriamo dentro”, continuo, mentre il cuore mi esce dal petto. Facciamo 50 metri e vedo il muso dell’auto, nascosta dietro un palazzo».



Individuata l’auto, i militari procedono alla cattura

Come raccontato ancora dal Maresciallo, «appena ci scorge, riparte. Ho la mitraglietta M12 già armata, ma non sparo nemmeno in aria. Ci sono dei bambini che giocano. Due, tre, quattro giri attorno alle case popolari a velocità folle. Alla fine, desiste e si ferma, non prima di aver buttato qualcosa dall’abitacolo: una pistola! Ho la mitraglietta sempre puntata su di lui, ma non premo il grilletto. “Alza le mani, mettile sul cofano”, grido. Mi avvicino e lo ammanetto con la paura che mi parta un colpo dall’M12, già a tracolla, ma ancora armato. Lui ha il “barbaro” coraggio di dirmi in dialetto: “Ma io nun fici nenti!”. “Ma io non ho fatto niente!”. “Lui” si chiama Rosario Michienzi, 31 anni, pregiudicato, appartenente alla cosca Petrolo-Matina-Bartolotta. Recuperiamo la pistola a terra. All’interno dell’auto, nei tappetini, bossoli di Kalashnikov e di pistola».

Nucleo Radiomobile dei Carabinieri di Vibo Valentia

Il successo del Nucleo Radiomobile di Vibo

Catturato Michienzi, i Carabinieri riescono finalmente a comunicare con la Centrale, «vengono i rinforzi e rientriamo “trionfanti”. La paura è passata. Complimenti e pacche sulle spalle da tutti i presenti in caserma, compreso il capitano Castello, Comandante Sezione Anticrimine di Catanzaro, ora Generale, comandante Legione Sicilia. Averlo catturato vivo è stato il migliore risultato possibile». L’evento – come raccontato dal Maresciallo – avrà ovviamente «una ribalta mediatica nazionale. I telegiornali, prima, e tutti maggiori quotidiani nazionali, l’indomani, riportano la notizia della strage in prima pagina, ma evidenziano anche l’intervento della pattuglia del Nucleo Radiomobile di Vibo e lo “spettacolare” inseguimento che costringeva alla resa uno dei killer. L’Arma aveva vinto!».

Decisiva la collaborazione di Michienzi

Sarà lui a «fare arrestare i correi, i quattro ideatori mandanti e i tre del commando. Il 10 gennaio farà rinvenire al Reparto Operativo, in un fitto canneto nei pressi della masseria dove si riunivano, un bidone interrato contenente le altre armi della cosca», racconta il Maresciallo. E poi «farà catturare il capo Rosario Petrolo, latitante, e arrestare anche un “infedele”, un Appuntato della zona in servizio, ritenuto colpevole di aver fornito proiettili cal. 7,65 e 357 magnum al capo della cosca. Farà arrestare, sempre al Reparto operativo, i componenti delle due cosche». Nel racconto, poi, un risvolto inatteso. «Anni dopo, tramite il servizio centrale di protezione, avrò modo di parlare con questo “collaboratore di Giustizia”, a Reggio Calabria, in occasione del rinvio della Cassazione alla Corte di Appello reggina per un imputato. Non scorderò mai quello che mi disse alla fine di un colloquio telefonico: “Ti ringrazio mi hai salvato la vita”. Sono stato felice per quelle parole». (g.curcio@corrierecal.it)

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