La sottovalutazione della ‘ndrangheta al Nord. «Si nascondono killer e latitanti, metterlo in discussione è inaccettabile»
Il procuratore di Imperia Alberto Lari, anni di indagini e una verità processuale: «La mala calabrese è presente, dobbiamo prenderne atto»

COSENZA «Credo che ci sia un problema serio: molti Stati europei non si rendono conto di quanto la ‘ndrangheta sia radicata in quei territori». Così parlava, poche settimane fa al Corriere della Calabria, Salvatore Dolce, sostituto alla Direzione nazionale antimafia (QUI L’INTERVISTA COMPLETA). La sottovalutazione della criminalità organizzata calabrese è nota, in molti continuano – ancora oggi – a ritenerlo un fenomeno legato e collegato solo alla Calabria con qualche sporadica incursione extraregionale. Niente di più falso. Anzi, forse sono proprio «le istituzioni che dovrebbero dimostrare più interesse per questo argomento», sottolinea – in un incontro a San Bartolomeo al Mare – il procuratore capo di Imperia Alberto Lari.
L’infiltrazione e la sottovalutazione
«Credo si debba fare un fronte comune, non può esistere nessuna divisione fra destra e sinistra, qui non c’entra niente la politica, ma bisogna essere tutti uniti nel combattere la ‘ndrangheta», precisa il procuratore. Un’altra osservazione del magistrato riguarda la validità dei fatti narrati supportati dalle sentenze e non solo da ipotesi di reato e indagini in itinere ed ancora in attesa di una conclusione processuale. «Tutto ciò che dico si basa sulle sentenze, non è un’opinione mia, è un fatto storico accertato in maniera giudiziaria: il nostro sistema democratico prevede che quando una sentenza stabilisce in via definitiva una cosa quella è la verità, almeno giudiziaria, e da quella si può partire». «Se la verità giudiziaria dice che c’è la ‘ndrangheta è presente a Ventimiglia, Bordighera, Diano Marina, Diano Castello e in altre località, dobbiamo prenderne atto. Metterlo ancora in discussione è inaccettabile dal punto di vista civico».
Le indagini e le scoperte
Dieci anni di indagini e processi sono serviti a raccogliere elementi utili a sostegno dell’attività che ha permesso di svelare la presenza di cellule ‘ndranghetiste nel Ponente. «Si potrà dire che in certi comuni è più infiltrata, in altri meno, però è un dato che dobbiamo tenere presente in maniera assoluta». Le indagini sulla ‘ndrangheta sono difficili, «perché è l’associazione più forte in assoluto e con una struttura tendenzialmente familiare diventa impenetrabile. Quasi non esiste il fenomeno del pentitismo. Adottano una prudenza che è maniacale». «Sembra di vivere in un film di Gomorra», sostiene ancora il procuratore quando cita alcuni episodi in grado di restituire il volto di una mala calabrese non solo radicata, ma in grado addirittura di sostituirsi allo Stato. Qualcuno ha scelto di non “denunciare” il furto di un’auto, non si è rivolto alle forze dell’ordine ma ad un boss. Non solo. La ‘ndrangheta ha mostrato grandi capacità organizzative quando si è trattato di organizzare una complessa «rete di protezione» che non solo consentiva di «ospitare dei latitanti, ma anche killer provenienti dalla Calabria per compiere omicidi».
Tornando alle difficoltà nel mettere insieme i pezzi di un mosaico assai contorto, il procuratore di Imperia ricorda i dettagli di alcune indagini sulla presenza della criminalità organizzata calabrese in Liguria. «Non abbiamo iniziato con il 416 bis, in quel caso dovrebbe esserci una persona che si siede davanti a me e dice “esiste la ‘ndrangheta a Ventimiglia”, è impossibile che accada». Il lavoro di chi indaga, dunque, parte «da un furto, da una rapina, dallo spaccio di droga e si cercherà di approfondire e dopo mesi e mesi di indagini verrà fuori che, forse dietro a questo pestaggio, c’è una struttura…». (f.benincasa@corrierecal.it)
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