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L’acqua è poca e la papera non galleggia. Piccola inchiesta sulla crisi idrica a Cosenza

Tra promesse storiche, ritardi istituzionali e soluzioni mai completate, una crisi che dura da decenni

Pubblicato il: 10/01/2026 – 6:55
di Paride Leporace
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L’acqua è poca e la papera non galleggia. Piccola inchiesta sulla crisi idrica a Cosenza

Noi boomer cosentini da adolescenti siamo cresi nel mito dell’acqua dello Zumbo che i nostri genitori ci decantavano con esagerazione tra le migliori d’Europa perché priva di cloro (non sapevamo che il cloro è un disinfettante e che senza si rischia di bere acqua infetta). Complicate le ragioni dell’acqua.
È memoria cittadina che i nostalgici dello Zumbo di “Cosenza nuova” fossero soliti recarsi nel centro storico per rifornirsi dell’acqua considerata “buona”. Altri tempi, prima delle crisi idriche che la modernità ha comportato. Resta celebre nella memoria anche un opuscolo del sindaco della città, Pino Gentile, che a fine del suo mandato negli anni Ottanta titolò entusiasticamente: “Come abbiamo risolto il problema dell’acqua”. In quegli anni la ex Cassa del Mezzogiorno mise in esercizio l’acquedotto Abatemarco, raddoppiando la dotazione per la città di Cosenza. Per contrappasso, dove oggi vive Pino Gentile è una delle zone più penalizzate nella carenza idrica.
A Cosenza e in numerosi comuni della provincia l’emergenza è continua. Ci si agita con rumore, ma quello che manca è l’informazione certa. Si registra solo il disagio più avvertito, come accaduto alla vigilia di Natale quando, nel popoloso e popolare quartiere di via Popilia, l’acqua è mancata, provocando rivolte sociali collettive per la sabotata tradizionale cena della Vigilia e innescando la reazione tribunizia del neoconsigliere regionale Francesco De Cicco che, lancia in resta, ha accusato la società regionale Sorical d’incapacità. Invece il problema era situato sulla linea elettrica di Enel che impediva il pompaggio dell’acqua dalle sorgenti. Le questioni idriche sono complesse e articolate e lo scorrere dell’acqua non sempre è trasparente. Puntualizziamo alcune responsabilità.
La Legge Galli, del 1994, è stata attuata con grande lentezza in Calabria: le firme definitive risalgono a tre anni addietro. A differenza di Rende, a Cosenza non si è ancora completato l’affidamento di gestione ad Arrical e Sorical. Siamo in una sorta di semestre bianco che segna a giugno il completamento del passaggio gestionale della rete idrica.
Nel frattempo i pesanti disagi hanno registrato un Consiglio comunale aperto, con la partecipazione di Sorical, lo scorso 3 dicembre (qui un approfondito resoconto per chi vuole conoscere i dettagli).
Sarebbe un punto di partenza il tavolo permanente e l’inizio del monitoraggio. Da quello che risulta al Corriere, il tavolo è per nulla permanente: si è riunito solo una volta e alla Sorical aspettano ancora la firma del primo verbale da parte del Comune per andare avanti. Per un problema così grave ci sarebbe bisogno invece di riunirsi quasi ogni giorno e iniziare a lavorare per ridurre i disagi.
L’impressione è che davanti al grande malato ci si comporti come quando si ha una banale febbre e il medico consiglia terapie da casa. Per la gravità della situazione, invece, sono necessari accertamenti approfonditi, paragonabili alle Tac e alle analisi di dettaglio della medicina specializzata.
Eppure gli strumenti esistono. I libri qualcuno li legge ancora? Nel 2018 l’editore Falco mandava in stampa la preziosa pubblicazione “La rete idrica di Cosenza. Origine, aggravamento e risoluzione di un problema storico” che, oltre a essere impreziosita dal disegno della storica fontana di Giugno, reca la firma dell’autore Giuseppe Viggiani, laureato in Ingegneria idraulica, già ricercatore dell’Unical e ingegnere della Sorical, che ricostruisce in dettaglio preziosi particolari attraverso misure di campo su tutta la rete idrica della città. In estrema sintesi le conclusioni della ricerca, sette anni fa, indicavano alcuni fattori chiave. Le maggiori criticità a Cosenza si registravano nei quartieri centrali, con erogazione limitata a 1-3 ore al giorno nonostante l’immissione di un volume doppio rispetto a quello previsto.
La situazione non è molto cambiata. C’è un luogo comune che indica l’acquedotto Abatemarco come vetusto e molto rattoppato. Non è una tesi condivisa da tutti. Una fonte qualificata ci spiega che è la rete di distribuzione all’interno della città e a valle dei serbatoi che presenta gravi difetti di funzionamento. Diversi quartieri della città più bassa, come via Popilia, viale Mancini e corso Mazzini, presentano pressione altissima; mentre la parte alta, che comprende via della Repubblica, via Roma, via Panebianco, San Vito Alto, viene servita per poche ore, ovvero per ultima. La disfunzione sarebbe da attribuire alla rete idrica comunale, mal progettata e non “distrettualizzata”, dove le zone basse “rubano” pressione a quelle alte. Si sostiene che modificando la rete con una distribuzione orizzontale tutto migliorerebbe. Sarebbe necessario un intervento sulle valvole, in parte già installate con un progetto della Regione dal valore di 5 milioni di euro. Noi non abbiamo le competenze tecniche per validare questo intervento.
Possiamo però osservare che ci sarebbe bisogno di costituire una task force scientifica, chiamando a farne parte l’ingegnere Giuseppe Viggiani che, insieme agli illustri docenti di Ingegneria idraulica dell’Unical, potrebbe indicare modalità e soluzioni sui buchi, poco metaforici, del servizio.
Si segnala da tempo la presenza di allacci abusivi. Quanti sono? Perché non si interviene con le forze di polizia? Altra questione: la vicenda dei cassoni di condomini privati che continuano ad assorbire acqua anche quando sono pieni, buttandola nella fognatura. Urgerebbe intervenire per regolare il fenomeno.
E poi chi paga? A fronte di pochi cittadini che onorano regolarmente il consumo (i più penalizzati sono quelli in zone mal servite), l’evasione è molto alta, circa l’80%. Nel vuoto di governance nessuno fornisce cifre precise. Sarebbe utile un censimento con annesso piano di rientro delle bollette non pagate, sul modello Agenzia delle Entrate.
Nel libro di Viggiani sta scritto che “le manovre introdotte di recente (era il 2017, ndr) e la separazione dal Centro del distretto Est hanno permesso, a parità di volume disponibile, di prolungare l’erogazione a 15 ore”. Qualcosa è cambiato da allora? Sarebbe utile saperlo. Si scriveva allora che, in prospettiva, “la realizzazione della necessaria distrettualizzazione del Centro e il controllo della portata immessa nei serbatoi privati costituiscono la possibilità più immediata del conseguimento di una erogazione continua”. Si sono verificate queste condizioni? Giriamo la domanda a Palazzo dei Bruzi e a Sorical.
Il presidente Occhiuto in queste ore ha annunciato le dieci cose da fare nel 2026. Non vediamo le questioni dell’acqua. Si è parlato di un nuovo progetto di investimento di cento milioni di euro per migliorare l’efficienza dell’Abatemarco e degli altri acquedotti della provincia di Cosenza con denari del Pnrr. Esiste il progetto o sono chiacchiere in libertà? Siamo la regione della Diga dell’Esaro, eterna incompiuta mai attuata, che si palesa spesso per una celebre foto del reporter Francesco Arena che mostra il braccio di un operaio che spunta da una feritoia durante una clamorosa protesta che vide le maestranze chiudersi in una galleria. Erano previsti 120 milioni di litri d’acqua per una diga destinata all’area urbana di Cosenza e alla Piana di Sibari. Abbiamo sprecato centinaia di milioni di euro inutilmente.
L’acqua non è un problema solo per Cosenza. Per due giorni, all’Istituto Nautico di Pizzo, uscita anticipata per mancanza d’acqua. La siccità legata al cambiamento climatico aumenta problemi e disservizi. Se non ci rimbocchiamo le maniche avremo il paradosso di una regione ricca d’acqua che muore di sete.
Viene nostalgia del dopoguerra, quando la Cassa del Mezzogiorno e la legge speciale per la Calabria, varata a metà degli anni Cinquanta, avviarono opere di sistemazione idraulica di grande rilevanza, oltre a dare un’organica sistemazione ai sistemi idrici calabresi. E poi uno dice che rimpiange la Prima Repubblica. (redazione@corrierecal.it)

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