«Terra inquieta, la Calabria non può più aspettare»
«Come studioso di storia e antropologia del terremoto in Calabria, come calabrese, dico che è urgente un piano di messa in sicurezza del territorio e degli abitati della regione»

Terra inquieta.
Adesso «siamo giusti». Mancava il terremoto. Così dicevano i vecchi di allora e ripete un vecchio di oggi. Come studioso di storia e antropologia del terremoto in Calabria, come calabrese, dico che è urgente un piano di messa in sicurezza del territorio e degli abitati della regione: un intervento massiccio di prevenzione e rigenerazione urbana. La cura del paesaggio fragile, dei paesi in rovina per lunga incuria e grande abusivismo edilizio; l’impiego di tecnici, urbanisti, ingegneri e architetti; di manodopera specializzata e da formare; di materiali locali; un piano urbanistico con un’idea di Calabria sicura e produttiva sono le migliori risposte allo spopolamento e al degrado del paesaggio e dei centri storici e minori. Un segnale di attenzione concreta al patrimonio materiale e immateriale, a una terra mobile e a rischio sismico, potrebbe rappresentare un’iniezione di fiducia e di speranza per tanti giovani che vorrebbero restare. Alvaro, di cui quest’anno ricorrono i 70 anni dalla morte, diceva che a nulla servono le piccole e fragili riparazioni o gli interventi dopo le calamità.
Bisogna ribaltare la filosofia dei ceti dominanti della regione che sulle disgrazie della gente hanno costruito le loro fortune. Bisogna ribaltare questo paradigma di morte dei luoghi. Bisogna mettere in azione saperi, anche locali, cura, progetti, lavoratori, giovani e ragazze per realizzare un grande Piano di rigenerazione urbana, civile, sociale e culturale per tutti i paesi della Calabria che resistono e non vogliono spegnersi. L’auspicio è che il governatore Occhiuto, le forze politiche di maggioranza e di opposizione, i sindacati, le organizzazioni di categoria, la Chiesa, il mondo della scuola e del volontariato non facciano cadere nel silenzio questo grido di allarme e queste proposte di interventi immediati e mirati, di lunga durata, che da anni arrivano da intellettuali, storici, antropologi, tecnici, maestranze, geologi, persone e giovani.
Troppe volte abbiamo ceduto al grido maledetto Forza Etna. Adesso si urli Forza Calabria e Forza Sicilia.
Il sisma di questa mattina ha confermato quanto sia folle pensare al Ponte sullo Stretto proprio là dove c’è sempre l’epicentro (1905, 1908 ce lo ricordano) di terribili flagelli. Che i soldi previsti per il Ponte, se ci sono, vengano subito adoperati per costruire strade e ferrovie necessarie e sicure; per la messa in sicurezza di paesi, paesaggi, chiese, palazzi, scuole, beni culturali e artistici; per creare economie dal basso e nuova occupazione per quei giovani che vogliono vivere qui, al grido di Forza Calabria, e non fuggire in città inospitali dove devono chinare il capo dinanzi a chi continua a dire Forza Etna, Forza Vesuvio.
Adesso o mai più, chiaramente con piani più vasti di rigenerazione e resistenza, di rinascita e di speranza.
*scrittore ed antropologo