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Il maestro se n’è andato

La lezione di Giancarlo Cauteruccio

Ci lascia un profeta della contemporaneità, che ha sempre saputo cogliere in anticipo tendenze, bisogni e priorità artistiche e culturali

Pubblicato il: 11/01/2026 – 16:09
di Emiliano Morrone
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La lezione di Giancarlo Cauteruccio

Un filo sottile e invisibile lega le persone, pure a distanza. Il maestro Giancarlo Cauteruccio se n’è andato. Da ultimo avevo saputo che lottava contro una brutta malattia e un po’ prima, a Capodanno, gli avevo inviato un messaggio di auguri cui aveva risposto con un auspicio: «speriamo di sentirci presto»; credo soddisfatto. Ieri mi era infatti parso che mi avesse chiamato attraverso il pensiero; il mio arrivava spesso dalle sue parti e negli ultimi tempi immaginavo, chissà per quale motivo, che il grande regista fosse alle prese con un nuovo progetto culturale ma ancora in Toscana, col dubbio che le sue intuizioni sul centenario della nascita di Saverio Strati non avessero avuto il giusto seguito in Calabria.
Non è facile scrivere a caldo, subito dopo la scomparsa del maestro, e provare a separare il mio rapporto personale con Giancarlo, di cui fui assistente 25 anni addietro, dal Cauteruccio cantore di Beckett, pioniere di un teatro sempre sperimentale, interprete di un presente diviso tra la globalizzazione e la custodia dell’identità territoriale, fra l’esigenza di memoria e il bisogno di innovare in maniera autentica, di affrontare, misurare e superare per sé e per il mondo le pressioni ambientali cui l’uomo contemporaneo è sottoposto in ogni momento.
Parto dalla tenerezza di Giancarlo, che pure a molti sembrava in certo modo burbero, a tratti indomabile. Rammento un suo compleanno festeggiato nella villa in cui viveva in una campagna sopra Scandicci. Eravamo nei primi anni del nuovo millennio, agli inizi di quel processo di abbattimento delle frontiere del mercato che avrebbe portato alla commercializzazione di ogni cosa e alla perdita dell’umanità degli uomini. Rammento una scena indicativa: lui stava ballando e, nonostante il baccano del momento, rivolse uno sguardo di amicizia e dolcezza verso Giuliana Rossi, già moglie di Carmelo Bene, che era seduta poco distante e indossava un dispositivo medico. Ecco, Giancarlo era inclusivo e si preoccupava di tutti: con una battuta, un’occhiata, una domanda, un gesto, un ricordo. Così, a distanza di tempo, ti chiedeva degli affetti personali e dopo apriva la discussione sulla lettura del tempo, cioè sulla direzione del progresso, sulla modernizzazione degli strumenti rappresentativi e sulle condizioni dell’uomo occidentale e della vita umana.
Cauteruccio era tornato in Calabria perché aveva sposato una calabrese, Anna Giusi Lufrano, e desiderava lasciare un segno, soprattutto ai giovani, alle nuove generazioni. Era persuaso che rispetto al passato fosse più difficile, per tante ragioni, imporre nell’arte un pensiero, una poetica, una scuola in un periodo segnato dalla logica del profitto e dall’ossessione dei numeri, dell’audicence, del successo in un contesto dominato dall’individualismo possessivo irrefrenabile. Eppure, lui ci teneva: aveva una progettualità ideale, desiderava partire dalle piccole cose, dal coinvolgimento dei talenti del posto per dare loro opportunità e valore. Lo fece dopo la tragedia di Steccato di Cutro, improvvisando, organizzando e dirigendo una performance con i materiali umani e artistici del territorio, che, ripeteva, doveva dare un segnale potente e lasciare un segno ai posteri delle proprie radici, della propria ricchezza e profondità.
Di questo suo intendimento discutemmo in più occasioni. Ero convinto che potesse determinare un cambio di rotta, riuscire a orientare i decisori pubblici verso la promozione dei talenti calabresi, all’interno di un percorso di formazione teatrale sostenuto da Regione e Comuni. Sarebbe stato bello e in primo luogo giusto, anche per centrarsi meglio come regione sul piano culturale, per utilizzare il teatro come mezzo di conoscenza e diffusione delle opere e dei meriti di figure come, per esempio, Pitagora, Gioacchino da Fiore, Tommaso Campanella e Corrado Alvaro. Anche la cultura e l’arte sono difatti un capitolo di cui occuparsi, e non sempre – e comunque non solo – con volti del mainstream oppure del cinema milionario.
Fondatore, con Pina Izzi, della mitica compagnia Krypton, Giancarlo era simpatico e autoironico, e io solevo imitarlo fra amici, tra cui l’insostituibile Loris Giancola, il che lo divertiva. Preparava i suoi spettacoli con una costante visione architettonica della scena, con un’attenzione maniacale ai simboli e una rara empatia con gli attori. Dal fratello Fulvio, mio maestro di teatro, pretendeva di più perché ne ammirava il talento, anche se spesso non glielo dimostrava. Resta indimenticabile il loro U jocu sta finisciennu, traduzione in calabrese – a opera di John Trumper – di Finale di partita e sfida reale, sul palco, tra due geni puri e autorevolissimi: Giancarlo della costruzione dell’insieme, Fulvio della recitazione.
Cauteruccio ha tra gli altri lavorato con i Litfiba – e forse si potrebbe anche dire che li ha lanciati –, con Giusto Pio e Franco Battiato, con Ornella Vanoni, con Marco e Meg degli allora 99 Posse, con Peppe Voltarelli e il Parto delle nuvole pesanti, con lo scrittore Giuliano Compagno e con molti altri protagonisti dell’arte e della cultura.
Mi sento più povero, come quando venne a mancare Antonella Conti, amica di Giancarlo e anche mia. Ci lascia un appassionato divoratore di libri, che con il distacco dei saggi sapeva pure parlare dell’Apocalisse come «rivelazione/svelamento» e dell’amarezza che comporta e produce la conoscenza a ogni livello. E ci lascia un animo dalla sensibilità esemplare, un vero avanguardista del teatro, che già da ragazzo aveva osato profanare ed esaltare con l’utilizzo del laser. Soprattutto, ci lascia un profeta della contemporaneità, che ha sempre saputo cogliere in anticipo tendenze, bisogni e priorità artistiche e culturali. Io penso che non lo si debba mai dimenticare e che la Calabria debba riconoscergli il posto, lo spazio, la dimensione che merita.

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