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Il ricordo

In memoria di Giancarlo Cauteruccio, teatrante civile di Calabria che ha messo internazionali fiori nelle nostre visioni

Un sacerdote del postmoderno italiano

Pubblicato il: 12/01/2026 – 11:36
di Paride Leporace
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In memoria di Giancarlo Cauteruccio, teatrante civile di Calabria che ha messo internazionali fiori nelle nostre visioni

Ora che Giancarlo Cauteruccio non è più in questa Terra, con i suoi 70 anni di maestose competenze e felici intuizioni, siamo chiamati a tracciarne la rigogliosa esistenza. Quella di un giovane calabrese nato in quel di Marano, che prende a morsi la vita in un neocostituito Liceo Artistico, dove incontra Alfredo Pirri e altri commilitoni d’arte che mai dimenticherà. Sceglie Firenze, in un 1977 rumoroso e sconvolgente, per ridisegnare i confini del provinciale teatro italiano, contaminandolo di architettura e tecnologia come nessuno aveva mai realizzato. Erano underground pure i Litfiba di quella Firenze quando Giancarlo, in un piccolo covo “indie”, affida loro con sicurezza la partitura della sua esplosiva Eneide. Giovani turchi appassionati della nuova scena, ci esplose il cuore in mano leggendo su L’Espresso le parole convinte di Pier Vittorio Tondelli nel sancire che, tra gli aedi della neoavanguardia italiana, ricca di nomi e compagni, quei Krypton di Giancarlo erano i Superman del nuovo teatro.
Era nata una nuova spettacolarità. Il teatro si fondeva con il cinema a ritmo di rock inedito e qualunque attore si poteva trasformare in mimo o danzatore. Lo spazio teatrale, trasformato in canale televisivo, con la multimedialità e i raggi laser innovativi mai visti prima, offriva l’arte totale. Quella recensione di Tondelli finirà nel suo volume Un weekend postmoderno, decretando uno di quei giudizi di valore che restano. Cordelli, Quadri e gli occhi più attenti della critica italiana non potevano che concordare.
Ne eravamo testimoni noi cosentini della diaspora, frequentando con fuorisede ed emigrati culturali quei weekend molto postmoderni nei sabba infuocati al Tenax di Firenze, così diversi da quelli della Milano da bere. C’eravamo in molti, ultrà, a fantasticare di creare un’entrata in campo notturna del nostro Cosenza con i laser di Giancarlo, sostituendo gli analogici fumogeni. In fondo la vita è un sogno.
Giancarlo è stato il sacerdote massimo di quella stagione. Non è un caso che Cauteruccio fosse stato chiamato nei locali della Leopolda, senza Renzi, a costruire la mostra Firenze e il Tenax negli anni Ottanta, vent’anni dopo l’inizio del nuovo secolo che egli aveva anticipato su palcoscenici classici e riadattati. Ha scritto di Cauteruccio, ben prima della morte, Giancarlo Compagno: «Si tratta di riconoscere l’esistenza e il valore di un artista il quale, pur non vantando natali in Arno, ha donato per decenni alla città di Firenze un patrimonio teatrale, scenico, visionario e linguistico che non ha conosciuto eguali nell’ultimo mezzo secolo».
Eppure fu ingrata quella patria acquisita con Cauteruccio quando, per miseria politica, lo costrinsero a chiudere il suo Teatro Studio di Scandicci e quello di Firenze, costringendolo a un ritorno in Calabria. Se ne tenga conto nelle celebrazioni ipocrite che ora registreremo. Non mi sembra casuale che Cauteruccio volesse ricreare la tomba ravennate di Dante in Santa Croce a Firenze. Non mi sembra casuale neanche che Cauteruccio abbia celebrato a Firenze la Cupola del Brunelleschi e la poesia di Mario Luzi. Giancarlo ha avuto sempre un equilibrato rapporto tra fuori e dentro, tra Firenze e la Calabria.
Per merito di Sandro Principe si fu in grado di affidargli uno dei più sensati esperimenti di contaminazione tra teatro classico e contemporaneo. Nacque nel 2008 il Magna Graecia Teatro Festival, a direzione Cauteruccio. Finalmente un viaggio nei principali siti archeologici calabresi, con rappresentazioni e performance di classici del teatro greco affidate alle sensibilità del contemporaneo.
E arrivarono Iaia Forte e Monica Guerritore, Cristina Donadio non ancora “Chanel” di Gomorra, Paolo Bonacelli e Virginio Gazzolo, e chissà quanti ne dimentico. Cauteruccio non dimentica l’avanguardia italiana e si videro anche Motus e Koreja. E chiamò con generosità anche le compagnie calabresi, Giancarlo, dando spazio a Teatro della Ginestra, Libero Teatro e Rossosimona; e anche qui chiedo scusa per quanti ne dimentico, di attrici e attori calabresi giovani che si cimentarono con Euripide, Antigone e Medea.
Chi venne dopo non capì che quel festival doveva diventare il fiore all’occhiello della promozione più creativa per la cultura calabrese. Non avevano, i politici, gli strumenti e la volontà. Sandro Principe non aveva dimenticato e, da rieletto sindaco di Rende, aveva pensato di affidare a Cauteruccio, fedele capataz intellettuale, la direzione della nascente Casa della Musica. Le perfide Parche, come in una tragedia greca, non hanno permesso di goderne.
Mi piace ricordare in solitudine che Cauteruccio fu agente di passante del Capodanno a Cosenza nel secolo scorso, quando Mancini, molto malato, lo fece chiamare a illuminare con i suoi laser Piazza dei Bruzi, sonorizzata per una cinquantina di spettatori infreddoliti che assistemmo a quella insolita performance. L’anno successivo, in quarantamila accogliemmo nella stessa piazza Franco Battiato a ridisegnare il calendario urbano di Cosenza. Era lo stesso Battiato che, con Giusto Pio, aveva dato scena a Gilgamesh con i laser di Giancarlo al Teatro dell’Opera di Roma, che avevano fatto volare Franco verso quell’eternità che tutti conosciamo. Cauteruccio è stato impiantato nella sua terra con una forza incredibile. Fu lui, insieme al suo amico e sodale Vincenzo Ziccarelli, a dar filo da tessere al giornalista Matteo Cosenza per non dimenticare Saverio Strati, povero in canna a Firenze. E dell’opera di Strati è rimasto magnifico testimone, mettendo in scena al Rendano di Cosenza Il ritorno del soldato nel centenario della nascita dello scrittore.
Si comprese molto con Matteo Cosenza, Cauteruccio, e così fu a Sibari per ammonire che gli Scavi non potevano morire. Sarà anche sul palco di Reggio Calabria alla grande manifestazione contro la ’ndrangheta, a gestire le testimonianze delle vittime. Per sua coscienza, dopo la strage di Cutro, fece la chiamata alle Arti su quella tragica spiaggia per un lamento indimenticabile. Che teatrante civile Giancarlo. Artista internazionale che porta le sue performance in tutto il globo, ma che non dimentica il suo duro idioma calabrese, affidando al glottologo John Trumper la traduzione del Finale di partita della sua acclamata trilogia di Beckett. In scena c’era lui, con la sua grottesca recitazione, insieme all’amato fratello Fulvio, che lo ha accompagnato fino al suo ultimo respiro, e a lato anche Alessandro Russo (noto come “Arancino”) e Laura Marchianò, a dar più vigore al nostro dialetto di pietra.
E visto che si parla di attori, mi si conceda la licenza di ricordare che nella mitica Eneide, a vestire i panni del guerriero, c’era anche l’avvocato Paolo Mastroianni, perché il teatro sa essere anche esperienza di vita, sia se celebri Rilke o racconti Roccu u Stortu con Peppe Voltarelli o ti avvali dell’assistenza di Emiliano Morrone, come ha testimoniato l’intellettuale su queste colonne. Giancarlo, capace di dirigere Ornella Vanoni e i 99 Posse. Cauteruccio è stato capace di mettere fiori nelle nostre visioni, adottando indelebili pressioni contemporanee alla cultura metropolitana italiana intrisa di provincia. Voleva realizzare un’opera lirica su San Francesco di Paola, scrivere uno spettacolo su Tommaso Campanella, portare teatro nelle stazioni di servizio e negli ipermercati, creare un Ponte di luci tra Scilla e Cariddi.
A coloro che verranno il compito di continuarne l’opera. La salma di Giancarlo Cauteruccio riposa all’Hospice di Cassano, da dove domani mattina sarà traslata per le esequie che si celebreranno alle 10.30 nella chiesa del Gesù del Buon Pastore di Sibari, luogo dove aveva fissato la sua ultima residenza per amore della moglie e della sua calabresitudine. (redazione@corrierecal.it)

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