‘Ndrangheta, la faida e l’omicidio dei coniugi Bruno: la «partecipazione morale» del boss Nicolino Grande Aracri
Nuovo ordine d’arresto per lo storico boss e Salvatore Abbruzzo. Ricostruiti i summit, i dissidi interni e la decisione di uccidere

LAMEZIA TERME Un nuovo capitolo giudiziario per il duplice omicidio dei coniugi Giuseppe Bruno e Caterina Raimondi, eseguito nella notte del 18 febbraio del 2013 a Squillace. A novembre del 2023 era arrivata la prima svolta, con l’arresto di Francesco “Ciccio” Gualtieri, classe ’80, considerato un esponente della cosca di ‘ndrangheta Catarisano, operante nei territori di Roccelletta di Borgia, Borgia e zone limitrofe. Per il duplice omicidio è in corso il processo dinanzi alla Corte di Assise di Catanzaro nei confronti di uno degli esecutori materiali, oggi, invece, la nuova ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Arianna Roccia nei confronti di due indagati: Salvatore Abbruzzo (cl. ’77) e il boss Nicolino Grande Aracri (cl. ’59). Il boss, infatti, è accusato di aver autorizzato e avallato, quale vertice della cosca di Cutro, il duplice omicidio mafioso dei coniugi Bruno, maturato all’interno di una faida di ’ndrangheta e finalizzato al controllo del territorio e alla punizione di un capo ritenuto infedele.
Le indagini
A fornire uno spunto quasi decisivo sono state le dichiarazioni di tre importanti (e affidabili) collaboratori di giustizia: Santo Mirarchi, Francesco Mammone e Salvatore Danieli. I tre, infatti, hanno confermato la spartizione criminale del territorio e l’alternanza di patti e faide tra le cosche Catarisano e Bruno. Come ricostruito dalla Dda di Catanzaro, il pentito Danieli, in particolare, avrebbe spiegato come l’omicidio di Bruno fosse connesso alle «mire espansionistiche della cosca Catarisano, desiderosa di affermare il proprio predominio sul clan avversario», con cui sino a quel momento aveva dovuto spartire i proventi estorsivi. È il pentito descrive anche quella sorta di “traggiro” messo in atto dal gruppo criminale: prima l’eliminazione del capo cosca Bruno, facendo ricadere la responsabilità sui fratelli Merlino cosicché, successivamente, la colpa dell’uccisione di questi ultimi sarebbe ricaduta sui Bruno, interpretandola come una vendetta per il torto subito. Ma non è tutto.
«Affermare il controllo del territorio»
I racconti forniti dai collaboratori risulta convergente nel ricostruire la cornice criminale in cui si è inserita la decisione di uccidere Giuseppe Bruno, anche rispetto al coinvolgimento di Nicolino Grande Aracri. Quest’ultimo, infatti, è ritenuto dall’accusa quale «partecipe morale» in quanto «reggente della omonima cosca e capo crimine delle province di Catanzaro, Vibo Valentia, Crotone e Cosenza». Potere grazie al quale avrebbe «autorizzato il fatto di sangue, dopo aver vanamente tentato di dirimere i contrasti tra i due gruppi criminali operanti sul territorio». Il gip, poi, non ha alcun dubbio su due ulteriori aspetti: la premeditazione e l’aggravante mafiosa. Nel primo caso, infatti, a pesare è il piano studiato dagli esecutori nel tendere l’agguato alla vittima. Nel secondo, invece, l’inquadramento del fatto di sangue nella faida tra i gruppi criminali che si contendevano il territorio di Girifalco, nel tentativo di «affermare il controllo del territorio da parte del clan di Roccelletta di Borgia nell’ambito del contesto criminale ‘ndranghetistico di riferimento», osserva il gip.
Sandro Ielapi e l’omicidio dei coniugi Bruno
Nell’ordinanza emessa oggi dalla Dda di Catanzaro figura anche il nome di Sandro Ielapi, 51 anni, collaboratore di giustizia indicato dagli investigatori come uno dei soggetti direttamente coinvolti nell’agguato di Squillace. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Ielapi «partecipò alla fase esecutiva dell’omicidio insieme ad altri componenti del commando, assumendo un ruolo operativo», emerso anche dalle sue dichiarazioni rese come pentito, utili allo sviluppo delle indagini. Le sue rivelazioni hanno permesso di ricostruire dettagli delle fasi preparatorie e successive al delitto, confermando dinamiche e moventi collegati alla faida interna alla ’ndrangheta catanzarese e alle tensioni tra cosche rivali. Proprio la disponibilità delle sue deposizioni come collaboratore ha rappresentato uno dei tasselli per rafforzare l’accusa nei confronti dei vertici mafiosi destinatari dell’ordinanza cautelare.
I disaccordi all’interno del gruppo
Già nell’inchiesta precedente erano emerse le preoccupazioni e disaccordi dei vari gruppi criminali iniziano ad emergere già dal 2 agosto del 2012 nel corso di un incontro tra Giuseppe Bruno, Nicolino Grande Aracri, Pasquale Barbaro e Rocco Mazzagatti (esponente dell’omonimo sodalizio di Oppido Mamertina), Antonio Grande Aracri ed altri soggetti non identificati. Tema della discussine, fino alla determinazione omicidiaria, è proprio la gestione del denaro ottenuto con le estorsioni da Giuseppe Bruno nell’area di sua competenza, nonché il sospetto che quest’ultimo trattenesse per sé il denaro destinato, invece, al sostentamento economico dei detenuti, appartenenti alle famiglie mafiose che operavano sotto l’egida di Nicolino Grande Aracri. Quest’ultimo, biasimando il comportamento di Bruno, si era così convinto che l’unica soluzione per fermarlo era l’eliminazione fisica. Com’era già emerso due anni fa, Salvatore Abbruzzo – nel corso di alcune intercettazioni – avrebbe raccontato di altri aneddoti che deponevano a sfavore di Giuseppe Bruno, così da spingere Grande Aracri ad invitarli a vagliare la sua buona fede e, in mancanza, ad eliminarlo. «(…) volete scandagliare che questo i soldi glieli porta o non glieli porta e magari poi si perdono?» chiede Grande Aracri ad Abbruzzo che risponde: «Eh». «Compa’ – replica il boss Grande Aracri battendo le mani – ve lo potete pure “fumare”». (NE ABBIAMO SCRITTO QUI)
L’esecuzione
Nove i colpi sparati con un Ak-47, poi ritrovato abbandonato nei pressi del luogo del delitto, al torace, all’addome e alle gambe all’indirizzo di Giuseppe Bruno, altri invece hanno colpito la moglie alla testa, davanti all’ingresso della loro abitazione. Quella di Bruno e Raimondi è stata una vera e propria esecuzione, un omicidio efferato e maturato nel contesto della criminalità organizzata del territorio e nell’ambito di una faida interna per la supremazia ed il controllo delle attività illecite e per non aver rispettato i diktat imposti da chi, quell’area, la governa perché superiore e più potente come il boss Nicolino Grande Aracri. Al momento del suo omicidio, infatti, Giuseppe Bruno era reggente del sodalizio di ‘ndrangheta omonimo operante a Vallefiorita, all’esito della faida che aveva interessato il territorio dell’hinterland catanzarese ed in particolare l’area intorno alla cittadina di Roccelletta di Borgia, nel corso della quale era emerso il gruppo Catarisano su quello antagonista dei Cossari. (g.curcio@corrierecal.it)
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