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L’analisi

Rimborsopoli, il vizio che non va in prescrizione

Dalla Calabria al Garante della privacy, passando per dieci anni di assoluzioni e oblio da una regione all’altra: i rimborsi restano la tentazione più resistente della classe dirigente italiana

Pubblicato il: 18/01/2026 – 10:34
di Lucia Serino
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Rimborsopoli, il vizio che non va in prescrizione

Il rimborso in Italia non conosce stagioni, maggioranze, riforme, codici etici. Non parliamo del rimborso quello legittimo, inevitabile, da missione istituzionale vera. Ma l’altro, quello creativo, fantasioso, quello che trasforma una cena in “incontro di lavoro”, un volo in “attività di rappresentanza”, una bistecca in “spesa funzionale”. La tentazione del rimborso è una specie di peccato originale della nostra classe dirigente di qualunque colore, di qualunque regione.
Leggo le motivazioni della sentenza di Rimborsopoli in Calabria, arrivate a distanza di sei mesi dal verdetto a sua volta arrivato a quasi dieci anni dai fatti. Un’era geologica, nel frattempo sono cambiate legislature, governi, narrazioni, indignazioni. In dieci anni di attesa giudiziaria non solo si può uscire di scena dalla politica, ma si potrebbe anche uscire dalla vita. Ma questo è altro discorso. I conti, intanto, restano. Non ci vuole certo un processo per convincersi che i soldi pubblici non possono essere usati come un bancomat personale per cene, voli, spese incompatibili con qualsiasi idea di mandato elettivo. Quando la morale pubblica arriva a processo, però, i profili della responsabilità si scindono e la verità, sorrentinianamente, si ferma davanti al dubbio. Il “saldo” del processo della rimborsopoli calabrese è di poche condanne, sei, tante le assoluzioni. Fu dunque quel clamore un grande abbaglio?  Così, dice, in parte, l’esito processuale.
Non capitò solo in Calabria. Ma proprio mentre la Calabria chiude – faticosamente – una delle sue pagine più imbarazzanti, ecco che il virus del rimborso colpisce anche dove meno te lo aspetti: l’Autorità garante della privacy. Proprio lì, nel tempio della sobrietà istituzionale, dell’indipendenza, della vigilanza sui comportamenti altrui. Il professore di Pasquale Stanzione (migliaia di studenti di giurisprudenza dell’Università di Salerno hanno sostenuto l’esame di diritto privato con lui) e il suo staff finiscono indagati per corruzione e peculato: viaggi, spese, carne, acquisti degni più di una saga enogastronomica che di un’autorità di garanzia. Anche qui, il copione è noto: tutto da verificare, presunzione d’innocenza sacrosanta. Ma l’imbarazzo resta. Il vero problema non è penale: è culturale.
Rimborsopoli è stata la più grande inchiesta dopo Tangentopoli, quella che un decennio fa fece davvero tremare le Regioni. Ricordate? Si parlò seriamente di abolirle. Tre consiglieri regionali su quattro indagati, la metà sotto inchiesta. Un Paese intero a scoprire che con i soldi pubblici si poteva rimborsare praticamente tutto: mutande, videogiochi, cene di famiglia, ostriche, champagne, viaggi esotici spacciati per missioni istituzionali. La fantasia non aveva limiti, solo scontrini. Sembrava l’inizio della fine. E invece, come spesso accade da noi, è stato soprattutto l’inizio dell’oblio. Poche condanne definitive, molte assoluzioni, archiviazioni di massa. Non sempre per innocenza conclamata, spesso per prescrizione, per norme farraginose, per confini giuridici troppo sfumati tra lecito e illecito. Il risultato? Un messaggio devastante: tanto rumore, poca resa. L’Italia non è crollata, le Regioni nemmeno. Ma qualcosa si è incrinato per sempre: la fiducia.
Non è una questione di territorio. È una tentazione strutturale. Gira e volta, prima o poi, qualcuno cede. Perché il rimborso ha una caratteristica irresistibile: non sembra rubare. È una zona grigia, un’autoassoluzione incorporata. “Non me li metto in tasca”, “li anticipo”, “mi spettano”. E così la soglia morale si abbassa, centimetro dopo centimetro, fino a scomparire. Totò lo aveva capito meglio di molti costituzionalisti: l’occasione fa l’uomo ladro. E l’occasione, nella gestione disinvolta del denaro pubblico, non manca mai. Finché non si spezza questo incantesimo – culturale prima che giudiziario – Rimborsopoli non sarà mai davvero finita. Cambierà nome, cambierà ufficio, cambierà latitudine. Ma tornerà. Puntuale. Con lo scontrino in mano. (redazione@corrierecal.it)

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