Abbazia florense allagata: prima la verifica, poi i colpevoli
Davanti a un bene universale non valgono le litanie della politica. Contano i limiti, le regole e la tutela. Che non sono negoziabili

L’acqua è entrata nell’Abbazia florense e, come spesso accade a San Giovanni in Fiore, si è alzato il coro delle sentenze molto prima che qualcuno chiedesse una verifica tecnica. Un riflesso pavloviano: “colpa del restauro”. D’ufficio, senza riscontri. È una scorciatoia comoda: tranquillizza chi la imbocca, chi spara un giudizio inappellabile, riduce un fatto complesso a due righe e risparmia la fatica, il peso della verifica. Soprattutto, è una prassi che alimenta la parte peggiore del dibattito pubblico, cioè quella che non vuole la verità ma cerca un bersaglio e confonde la tutela del bene comune con il gusto di inchiodare qualcuno alla gogna.
Il punto è che l’allagamento in un edificio medievale non è mai di per sé la prova di un restauro sbagliato, anche se l’ultimo che ha interessato l’Abbazia florense è molto recente ed è costato 2,5 milioni di euro, per cui dubbi e domande sono legittimi. Di conseguenza va accertato da dove è entrata l’acqua, in quale percorso, con quali volumi e in quanto tempo. Bisogna capire se si è trattato di deflusso esterno saltato, di un accumulo nei punti bassi, di infiltrazioni da copertura o da paramenti, di falde, di condotte, di saturazione del terreno per causa della neve appesantita dalla pioggia. L’Abbazia florense non è un garage moderno dotato di grondaie standard e di guaine industriali. È un “organismo” di pietra del Duecento, costruito per resistere nei secoli e dunque vulnerabile di fronte alle violenze improvvise del clima e alle piccole trascuratezze contemporanee. Né va dimenticato che l’abbazia di San Giovanni in Fiore è ormai ubicata in un tessuto urbano moderno, con criticità di deflusso e manutenzione che non dipendono soltanto dalle murature storiche.
Il mondo, poi, ci offre esempi analoghi, posto che l’acqua non ha colore politico e non fabbrica tessere di partito. Nell’ottobre 2020, in Ardèche, l’abbazia di Notre-Dame des Neiges subì allagamenti pesanti in seguito a piogge eccezionali. Vennero devastati locali con decine di centimetri d’acqua e ambienti di servizio. A Winchester, in Inghilterra, esattamente nel febbraio 2014, la cripta della cattedrale finì sotto circa un metro d’acqua dopo settimane di piogge invernali col terreno saturo. Un luogo sacro celebre, curato, eppure esposto a dinamiche idrauliche e di falda. Allora la retorica facile facile scivola senza appigli, come conferma un altro episodio avvenuto a Lourdes. Lì, nel giugno 2013, una piena lasciò acqua e fango anche nella grande basilica sotterranea di San Pio X, con chiusure e disagi grossi. Insomma, contesti diversi ma la stessa lezione: la verità arriva dall’analisi tecnica.
Chi liquida tutto dando su due piedi la colpa all’ultimo restauro, finge di non sapere che nell’Abbazia florense i precedenti esistono e sono documentati. Ci sono stati problemi di infiltrazioni e di umidità in passato, segnalazioni, interventi parziali, attenzioni alternate a dimenticanze, come già scritto e come ricorda bene l’allora parroco che segnalò l’ingresso d’acqua, don Germano Anastasio. E c’è un dato ulteriore: nel 2009 l’Abbazia patì una vicenda lunga e logorante, con un restauro avviato e poi rimasto sospeso, non completato per un groviglio amministrativo piuttosto pesante.
Nel 2010, davanti all’impalcatura che cingeva l’edificio, divenuta simbolo di immobilismo, ci fu un girotondo per l’Abbazia florense. Lo organizzai anche io insieme ad altri, per impedire che il monumento fosse penalizzato dall’indifferenza. Erano usciti atti e rilievi dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, l’ex Anac, che contestavano criticità nella gestione del restauro. La questione arrivò anche in Parlamento, con due interrogazioni trasversali, una di Angela Napoli (Pdl), l’altra di Franco Laratta (Pd), che rimarcavano la necessità di sbloccare e completare i lavori. Era un caso di burocrazia paralizzante, con documenti inoppugnabili e responsabilità amministrative tutte da chiarire. Non fu l’unica volta. Anni dopo, mi capitò di scoprire e raccontare un altro episodio. Il Comune di San Giovanni in Fiore aveva rilasciato un parere infondato per autorizzare un’attività lucrativa all’interno dell’Abbazia florense. Anche allora la questione riguardava atti e fatti pubblici relativi allo stesso bene monumentale. Ecco perché oggi non va persa la lucidità. San Giovanni in Fiore vive da tempo, come tante altre realtà, una torsione moralistica della politica, ossia la tentazione di giudicare tutto in termini di colpa e di innocenza, di male e di bene prescindendo dal merito e dalle prove. Sarebbe persino una notizia edificante questo rigore, se venisse sostenuto da elementi oggettivi. Invece troppo spesso diventa un automatismo accusatorio, e chi lo contesta sul piano logico e fattuale viene accusato di complicità e interessi inconfessabili, con il merito saltato a piè pari, come fosse un optional, un hobby o un fastidio. Anzi, chi compie sforzi di metodo viene apostrofato come sofista e allievo di Gorgia, dimenticando che il grande filosofo dell’odierna Lentini, la città siciliana di Franco Battiato, fu maestro di vita e di pensiero. E magari ignorando che una certa fama negativa gli derivò da mere polemiche della scuola platonica. In ogni caso, se l’automatismo dell’era digitale incontra un simbolo pubblico come l’Abbazia florense, allora produce danni importanti. Ciò perché sposta il fuoco dalla tutela del monumento allo scontro tra tifoserie, mette in ombra la sostanza del problema e trasforma i fatti in pretesti. L’Abbazia florense va preservata da questo declino culturale, sociale e politico. Non può diventare il campo di battaglia di insinuazioni reciproche, né la scusa per regolare conti personali. È il monumento religioso più rappresentativo di San Giovanni in Fiore, un unicum architettonico legato alla teologia della storia e alla visione profetica di Gioacchino da Fiore, alla sua idea di tempo, di attesa e di riforma interiore e del mondo. Se l’acqua entra in un simile tempio dello spirito, non si dovrebbe pensare a qualcuno da inchiodare. Bisognerebbe invece preoccuparsi di che cosa proteggere. E intanto storia, memoria, architettura, identità, valore del sacro.
Nello specifico, la priorità è una verifica completa e trasparente, in modo da inquadrare e risolvere il problema. Allo stesso tempo, bisognerebbe prendere le distanze dal rumore inconcludente, che a San Giovanni in Fiore è diventato un’abitudine e forse lo strumento prediletto della vita politica. Proviamo a sostituire l’accusa con il pensiero, l’allusione con la prudenza e la maldicenza con la prova oggettiva. Chi ama le proprie origini dovrebbe camminare in questa direzione.
A scanso di equivoci, non è la prima volta che prendo posizione per l’Abbazia. Nel 2010 ci fu il girotondo per levare l’impalcatura che pareva fissa e contro una paralisi burocratica che stava colpendo il monumento. Anni dopo mi capitò di scoprire e raccontare un altro fatto: il Comune aveva rilasciato un parere infondato per autorizzare un’attività lucrativa all’interno dell’edificio. Sono episodi diversi, da cui, tuttavia, si ricava il medesimo principio: davanti a un bene universale come l’Abbazia florense non valgono le litanie della politica. Contano i limiti, le regole e la tutela. Che non sono negoziabili. (redazione@corrierecal.it)
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