Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 11:23
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 7 minuti
Cambia colore:
 

l’inchiesta

La “frode dei fanghi”, così Idrorhegion avrebbe risparmiato sui depuratori

Una strategia aziendale orientata al profitto avrebbe compromesso la depurazione delle acque di Reggio Calabria. Accuse di frode, gestione abusiva dei rifiuti e violazioni ambientali sistematiche

Pubblicato il: 28/01/2026 – 10:02
di Paola Suraci
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
La “frode dei fanghi”, così Idrorhegion avrebbe risparmiato sui depuratori

REGGIO CALABRIA Non si tratta solo del sequestro da dieci milioni di euro eseguito dai carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Reggio Calabria nei confronti di Idrorhegion S.c.a.r.l., la società che gestisce i sette impianti di depurazione della città. Le carte dell’inchiesta coordinata dal Procuratore della Repubblica, Giuseppe Borrelli, e dal Procuratore aggiunto, Stefano Musolino, descrivono “una gestione sistematicamente illecita degli impianti, condotta in violazione delle prescrizioni contenute nei titoli autorizzativi ambientali, compresa l’autorizzazione allo scarico”.
Un’inchiesta partita dagli accertamenti eseguiti dal Noe, avviati lo scorso anno a seguito di alcune segnalazioni su gravi anomalie operative riscontrate, in particolare, nei depuratori di Reggio Calabria delle frazioni di Ravagnese e di Catona.  Il tutto al fine di conseguire risparmi di spesa provocando così una presunta frode ai danni del Comune di Reggio Calabria.  Secondo l’accusa, che dovrà essere verificata nel contraddittorio con la difesa davanti al giudice, la società avrebbe gestito gli impianti di depurazione in violazione delle prescrizioni ambientali previste dai titoli autorizzativi, inclusa l’autorizzazione allo scarico, con l’obiettivo di ridurre i costi, configurando così una presunta frode ai danni del Comune di Reggio Calabria. Le indagini, condotte anche attraverso attività di videosorveglianza e con il supporto del Nucleo Elicotteri di Vibo Valentia e di un consulente tecnico specializzato, hanno evidenziato che gli impianti consentivano lo scarico in mare di acque reflue non trattate correttamente. In particolare, è stata rilevata la gestione illecita dei fanghi di depurazione, conservati in aree non autorizzate e in parte sversati illegalmente in mare. Le analisi chimico-fisiche e microbiologiche confermerebbero il superamento dei limiti normativi, dimostrando come non fossero rispettate le condizioni necessarie per un regolare processo depurativo. Secondo quanto è riportato nelle carte dell’inchiesta, già nel 2024 l’ingegnere Massimo Praticò, all’epoca direttore del Servizio di Idrorhegion, aveva più volte segnalato il peggioramento delle capacità depurative degli impianti di Ravagnese e Gallico, documentando accumuli di fanghi e sabbie e una generale inefficienza dei cicli depurativi. Come riferì nelle dichiarazioni dell’8 novembre 2025: “…puntualmente trasmesse alle figure aziendali preposte ed indicate dall’amministratore delegato, ritengo che gli impianti di Ravagnese e Gallico hanno certamente subito un peggioramento nelle capacità depurative mentre l’impianto di Pellaro ha mantenuto un livello di conduzione sostanzialmente accettabile…”.

Le dichiarazioni di Praticò

Le sue osservazioni furono ignorate e l’ingegnere venne licenziato senza preavviso a partire dal 1° settembre 2025, dopo otto anni di lavoro. L’ing. Praticò – si legge nelle carte dell’inchiesta – riferiva come: “da dialoghi intercorsi con il delegato ambientale, mi è stato più volte contestato che, durante gli anni dell’amministrazione giudiziaria, a suo avviso, era stata prodotta una quantità di fango eccessiva, determinando di fatto un aumento dei costi per l’azienda. Tale osservazione mi era già stata avanzata, con toni più accesi, durante una riunione che aveva preceduto il mio formale demansionamento, alla presenza di tutte le più alte figure aziendali”.  
Dunque,  scrivono i giudici nel decreto di sequestro preventivo “la migliore efficienza del ciclo depurativo, conseguita durante la gestione dell’impresa da parte dell’amministrazione giudiziaria, non era stata apprezzata come un valore aziendale neppure dalla proprietà, ma piuttosto considerata alla stregua di un problema, giacché aveva determinato una produzione di fanghi che era stata giudicata eccessiva, in quanto riducente i profitti; sicché, l’impresa aveva reagito, simulando all’ente appaltante, l’esecuzione di interventi migliorativi del ciclo depurativo, per conseguire una riduzione dei fanghi, al di sotto dei limiti previsti dal capitolato speciale d’appalto. Tuttavia, si trattava di una vera e propria frode, conseguita approfittando dei controlli solo formali da parte del Comune di Reggio Calabria che faceva pigro affidamento su quanto artificiosamente rappresentato dall’impresa. Quest’ultima, infatti, si era limitata ad aumentare la concentrazione di fanghi nelle vasche di ossidazione, riducendone li prelievo e lo smaltimento, nella speranza, rimasta delusa, che questo aumento avesse incrementato la capacità dei batteri di intervenire sui fanghi, riducendone la quantità”. Il consulente della Procura, il prof. Calabrò, conferma che la riduzione dei fanghi non era dovuta a interventi migliorativi, come sostenuto dall’azienda, ma a un artificio gestionale. Nel 2024 furono prodotti 2.306 tonnellate di fanghi, mentre nei primi otto mesi del 2025 solo 701,37 tonnellate, ben al di sotto del limite minimo di 3.500 tonnellate annue previsto dal capitolato speciale d’appalto. L’ingegnere Praticò spiegò chiaramente: “…gli interventi migliorativi artificiosamente rappresentati dall’azienda al Comune di Reggio Calabria si erano risolti nel cambiamento di metodologia di conduzione… La scelta della società di mantenere le concentrazioni di processo delle diverse sezioni più alte, e la conseguente riduzione della produzione di fanghi, derivava da calcoli processuali relativi alla conduzione secondo la teoria dell’autodistruzione dei fanghi, senza alcun riscontro empirico verificabile…”. In sostanza, l’impresa simulava investimenti e migliorie, mentre riduceva i costi di smaltimento per incrementare i profitti illeciti. I sopralluoghi confermarono quanto denunciato: nelle vasche di ossidazione e nitrificazione lato monte, dove erano presenti i relitti dei biodischi originari, venivano accumulati rifiuti liquidi e materiali grossolani stimati in 3.400 metri cubi, comprese sostanze chimiche, plastiche e materiali contaminanti. Le vasche di denitrificazione lato monte contenevano circa 300 metri cubi di acque luride stoccate illegalmente, mentre gli impianti permettevano lo scarico in mare di acque reflue non adeguatamente trattate, “…in violazione delle autorizzazioni e della normativa ambientale, con pericolo di compromissione o deterioramento delle acque del mare prospicienti…”.
Le indagini individuano come principali responsabili Gianfranco Volpe, amministratore delegato, e Domenico Albanese, procuratore delegato alla tutela ambientale, accusati in concorso tra loro e con ignoti, di gestione abusiva di rifiuti, frode ai danni del Comune e violazioni del Testo Unico Ambientale. Le carte rivelano inoltre la precisa strategia dell’impresa: “…la dolosa preordinazione, volta a ridurre la produzione di fanghi per abbattere i costi aziendali di smaltimento, era finalizzata esclusivamente all’accumulo di profitti illeciti, in frode all’ente appaltante e approfittando della sua inerzia…”.

I dati tecnici

I dati tecnici raccolti durante i sopralluoghi e dalle analisi del prof. Calabrò confermano il fallimento della cosiddetta “teoria dell’autodistruzione dei fanghi”. La concentrazione di fanghi nelle vasche di ossidazione (MLSS) risultava ben al di sopra dei livelli ottimali, i diffusori e i compressori erano malfunzionanti e il decadimento della qualità dell’effluente era evidente: tra il 2023 e il 2024 il tenore medio di S nelle analisi di autocontrollo passò da 9,8 mg/L a 17,7 mg/L, causando la fuoriuscita in mare di circa 43 tonnellate di sostanza secca, pari al 15% dei fanghi mancanti.
Scrive il consulente: “I propositi della governance aziendale di perseguire una riduzione dei fanghi a costo zero per l’impresa, hanno trovato ampio riscontro nel corso del sopralluogo, durante li quale, tuttavia, è stato accertato come l’obiettivo di risparmiare sui costi fosse stato perseguito a discapito della qualità della depurazione; sicché, pur a fronte di oggettivi e costanti dati di allarme in ordine al progressivo decadimento del ciclo depurativo, generato dall’elevatissima concentrazione di fanghi nelle vasche di ossidazione (insieme alle coerenti segnalazioni dell’ing. Praticò di cui si è detto), nessun intervento era stato posto in essere. Anzi, si accertava come nelle vasche di ossidazione fossero malfunzionanti i diffusori e i compressori, sicché l’alimentazione di ossigeno, indispensabile all’efficienza della sintesi batterica e, quindi, del ciclo depurativo era largamente insufficiente, aggravando cosi gli effetti della “… scelta gestionale di mantenere la concentrazione di fanghi nella sezione (MLSS – Mixed Liquor Suspended Solids) ad un valore molto elevato…”. Il provvedimento di sequestro preventivo riguarda quote societarie e l’intero complesso aziendale di Idrorhegion S.c.a.r.l., e nomina amministratore giudiziario il dottor Francesco Aricò. (redazione@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x