‘Ndrangheta in Piemonte: perché oggi sono gli imprenditori a cercare i clan
Logistica, rifiuti, sicurezza privata e appalti: come la criminalità organizzata si infiltra nell’economia del Nord senza usare la violenza

Le parole pronunciate dal procuratrice generale di Piemonte e Valle d’Aosta Lucia Musti nel corso dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario di sabato scorso segnano uno spartiacque nell’analisi della presenza mafiosa nel Nord-Ovest. Non sono solo una denuncia, ma una radiografia lucida, sempre più evidente, di un fenomeno che ha cambiato pelle, linguaggio e modalità operative.
«In Piemonte sono gli imprenditori a cercare i boss»: in questa affermazione, netta e spiazzante, è contenuta l’essenza della ‘ndrangheta contemporanea al Nord.
Il Piemonte (e con esso la Valle d’Aosta) non è più una semplice terra di transito o di “accoglienza” per mafie provenienti da altri territori. Musti ha parlato esplicitamente di una «gemmazione» di mafie autoctone, capaci di attecchire stabilmente in un tessuto economico ricco, strutturato e competitivo. È la fine definitiva del mito dell’“isola felice”: non una colonizzazione esterna, ma un radicamento che nasce dall’interno, favorito da complicità, convenienze e silenzi.
Non più pizzo, ma scelta consapevole
Il passaggio più dirompente dell’analisi del procuratore ha riguardato il mutamento del rapporto tra criminalità organizzata e mondo produttivo.
«Sempre più sono gli imprenditori che si rivolgono alle organizzazioni di ‘ndrangheta per appaltare segmenti dei loro cicli produttivi a costi dimezzati».
Non è più – o non solo – il tempo dell’imprenditore vessato, intimidito, costretto. È il tempo dell’imprenditore che sceglie, che valuta il rischio e decide di scendere a patti per abbattere i costi, aumentare i margini, vincere la concorrenza. La ‘ndrangheta diventa così fornitore di servizi, non più solo soggetto predatorio.
La forza della ‘ndrangheta in Piemonte non si misura, dunque, con la violenza visibile, ma con la capacità di inserirsi in settori chiave dell’economia reale, offrendo prestazioni a prezzi fuori mercato grazie al controllo criminale delle risorse.
Musti ha individuato con chiarezza le aree più esposte: logistica e trasporti, snodo essenziale per l’economia del Nord; sicurezza privata, spesso zona grigia per definizione; smaltimento dei rifiuti, terreno fertile per reati ambientali; recupero crediti, dove l’intimidazione sostituisce il diritto. Qui la ‘ndrangheta non spara: fa risparmiare. Ed è proprio per questo che diventa pericolosamente attrattiva.
Il cuore del sistema non è solo criminale, ma relazionale. È l’area grigia, quella zona d’ombra in cui professionisti, funzionari, imprenditori e intermediari scelgono il dialogo con i clan non per paura, ma per profitto. È la “mafia dei colletti bianchi”, che non si riconosce nei rituali arcaici, ma nei contratti, nelle fatture, nei subappalti.
Questa dinamica produce un effetto devastante: una concorrenza sleale strutturale che espelle dal mercato le imprese oneste, incapaci di competere con chi può tagliare i costi grazie al sostegno mafioso. Il danno non è solo etico, ma sistemico.
Le inchieste più recenti: la conferma giudiziaria del modello
Le analisi di Lucia Musti trovano una puntuale conferma nelle inchieste giudiziarie più recenti condotte in Piemonte, che fotografano una ‘ndrangheta pienamente integrata nei circuiti economici, politici e criminali del territorio.
La più rilevante è l’inchiesta Echidna (2024-2025), coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino. L’indagine ha portato a richieste di rinvio a giudizio per 32 persone e ha svelato infiltrazioni sistemiche negli appalti pubblici, in particolare quelli legati alla manutenzione dell’autostrada A32 Torino-Bardonecchia, oltre a rapporti con esponenti della politica e del mondo imprenditoriale. È la fotografia di una mafia che non ha bisogno di imporre, ma di convincere, capace di orientare scelte amministrative ed economiche dall’interno.

Accanto al fronte dell’economia legale alterata, resta centrale il narcotraffico. Nell’ottobre 2025 l’arresto a Volpiano di Luigi “Gino” Marando, figlio del boss Pasqualino Marando, ha confermato la continuità operativa dei clan calabresi in Piemonte. Il collegamento con la cosca Barbaro di Platì dimostra come il Nord non sia periferia, ma snodo strategico delle rotte della cocaina, con ramificazioni stabili tra Piemonte, Lombardia e Calabria.
Queste operazioni si inseriscono in un solco già tracciato dalle grandi inchieste del passato, a partire da Minotauro (2006-2011), che aveva rivelato l’esistenza di locali di ‘ndrangheta pienamente operativi nel Torinese, portando a 142 arresti e facendo emergere rapporti strutturali con politica ed economia. Le indagini più recenti non rappresentano una discontinuità, ma la prosecuzione coerente di un radicamento che dura da decenni.
Una società che guarda altrove
Musti sabato scorso ha lanciato un monito che va oltre le aule di giustizia. La società civile del Nord, forse perché poco allenata e poco propensa ad accettare completamente il fenomeno, tende a temere la microcriminalità visibile, mentre fatica a riconoscere la pericolosità della macro-mafia silenziosa, quella che inquina l’ambiente, altera il mercato, compromette la salute pubblica e il futuro dei territori. È una criminalità che non degrada le periferie, ma svuota le regole. Le parole del Procuratore Generale sono dunque un invito alla responsabilità collettiva. Vigilanza sugli appalti, trasparenza nella gestione dei servizi pubblici, attenzione alle grandi opere: la lotta alle mafie, e in particolar modo alla ‘ndrangheta, non può essere delegata solo alla magistratura. (f.v.)
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