Catanzaro, la quiete ritrovata. Cosenza, il prezzo della “sostenibilità”. La salita dolce del Crotone
Aquile più equilibriate con un Liberali in più. «Il punto più basso della stagione» dei Lupi è arrivato insieme alla chiusura del mercato. Squali in crescita costante

Due vittorie brillanti e una sconfitta rovinosa e preoccupante. È questo il bilancio dell’ultima giornata di campionato per Catanzaro, Crotone e Cosenza. Le Aquile tornano a volare dopo le distrazioni del mercato, gli Squali offrono una conferma solida, mentre i Lupi sembrano in caduta libera.
Catanzaro, la pace dopo la tempesta
C’è un tempo, nel calcio, in cui il rumore di fondo pesa più delle gambe. Gennaio, a Catanzaro, è stato questo: un mese vissuto in apnea, tra trattative, sussurri di mercato e l’ombra lunga di possibili addii anticipati. Una squadra più o meno viva nel gioco, ma fragile, capace di produrre prestazioni dignitose e raccogliere briciole. Poi, improvvisamente, la quiete. La chiusura del mercato come una liberazione collettiva e, quasi per simmetria emotiva, il ritorno di un Catanzaro riconoscibile, brillante, persino audace, come quello che a dicembre faceva sognare scenari d’altissima classifica. Contro la Reggiana non è stata solo una vittoria, ma una dichiarazione d’intenti. Aquilani ha avuto il coraggio dell’attesa, soprattutto con Liberali: un talento acerbo solo nell’anagrafe, educato al calcio dei grandi con pazienza e lucidità. Il ragazzo ha risposto come rispondono i predestinati, illuminando la scena nel momento in cui l’assenza – prima mentale e poi fisica – di Cisse rischiava di spegnere l’attacco giallorosso. Una nuova soluzione, una freccia per certi versi inattesa, e soprattutto un segnale: questo Catanzaro ha ancora risorse, idee e margini.
Crema: Liberali, certo, con quel volto da studente e i piedi da professionista consumato. Ma anche D’Alessandro, straripante e decisivo, e poi Cassandro, Petriccione, Pontisso, Iemmello: una squadra finalmente armonica, fluida, fedele a se stessa. Il meccanismo ha ripreso a girare con naturalezza, come se il mercato avesse tolto un peso più che aggiunto rinforzi.
Amarezza: la gioia per la conferma di Cisse – strappato alle sirene straniere dal Milan – è durata lo spazio di un quarto d’ora. L’infortunio muscolare ne ha subito interrotto la corsa, lasciando un velo di apprensione. La speranza, condivisa da Aquilani e da chi ama il calcio ben giocato, è che sia solo una pausa breve.
Cosenza, il prezzo della “sostenibilità”
C’è una coincidenza che somiglia molto a una spiegazione. «Il punto più basso della stagione» del Cosenza (parole di Antonio Buscè), certificato dalla rovinosa caduta di Giugliano, arriva esattamente quando cala il sipario sul mercato invernale. Un mercato che, almeno nell’immediato, non ha corretto fragilità ma le ha amplificate, sottraendo peso specifico a una squadra che fino a dicembre aveva mascherato limiti strutturali con identità, ritmo e una sorprendente alchimia.
Il Cosenza aveva trovato una sua grammatica: poche parole, ma chiare. Poi sono state tolte le virgole, e anche qualche verbo. Perdere in un colpo solo Ricciardi e Kouan – 12 gol e 7 assist in due – mentre Mazzocchi (6 gol e 5 assist) restava ai box senza un vero sostituto, non è stata una semplice scelta tecnica: è stata una sottrazione di senso. Dei 37 gol stagionali, quasi la metà appartengono oggi al passato o all’infermeria. Numeri che non sono opinioni e che spiegano perché, nelle prime sei gare del ritorno, i rossoblù abbiano segnato solo tre volte, tutte contro la Casertana, per poi farsi travolgere dall’ultima in classifica, fino a sabato pomeriggio peggior attacco del torneo.
E allora la domanda scomoda: di chi è la responsabilità? Di Buscè, che nel girone d’andata aveva spremuto più di quanto la rosa promettesse, o di un club che ancora una volta ha privilegiato il bilancio alla competitività? Il tecnico, tra nervosismi e marce indietro, continua a proteggere una narrazione aziendalista già vista: mercato non negativo, cessioni meritate, sfoghi ridotti a folklore. Intanto, però, l’unico dato realmente positivo resta quello economico, buono per la proprietà, irrilevante per il campo e per la passione. Ed è anche per questo che la piazza ha rotto definitivamente con il club: perché la storia si ripete, sempre uguale, sempre prevedibile. E, lo diciamo da tempo, non riguarda più solo l’aspetto calcistico.
Crema: trovarla è complicato. Forse Florenzi, rientrato prima del previsto e chiamato ora a crescere in fretta. Dalla sua condizione passa una fetta consistente delle residue speranze di arrivare ai playoff senza troppe fratture.
Amarezza: quattro sconfitte, un pareggio, una vittoria. Tre gol fatti, dieci subiti. Il Cosenza del 2026 è una squadra involuta, svuotata di qualità e identità. Servivano rinforzi veri, pronti subito. Sono arrivate partenze pesanti. Ma a Cosenza, ormai, anche questo è un copione che non fa più notizia.
La salita dolce del Crotone
Quattro vittorie consecutive, otto gol fatti e uno subito: numeri che parlano chiaro, ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Il Crotone non incanta solo per i risultati, ma per la mentalità. In un contesto societario complicato, con pezzi pregiati già andati via, la squadra ha saputo compattarsi, crescere nel sacrificio e costruire un gioco credibile, fatto di equilibrio e attenzione. La partita contro l’Atalanta Under 23 ha raccontato una maturità nuova: attesa, gestione, pazienza, senza mai rinunciare alla determinazione. E il finale, con il rigore realizzato da Antonino Musso entrato da pochi minuti, è il simbolo di un Crotone che rinasce, che osa, che trova in chi arriva all’ultimo momento la voglia di cambiare le carte in tavola. Longo lo ha detto chiaro: «Noi non sappiamo andare in discesa. Siamo una squadra da salita. Se in salita smetti di pedalare, ti pianti». E finché c’è questa mentalità, il Crotone può permettersi di guardare sempre più alto, senza farsi illusioni premature.
Crema: Antonino Musso, alla prima in rossoblù, si prende la responsabilità a tempo scaduto del rigore decisivo e lo trasforma. Personalità, coraggio e sangue freddo: ingredienti preziosi in una squadra che sta ritrovando se stessa.
Amarezza: eppure, non tutto è rosa. La protesta del tifo organizzato continua, anche ieri fuori dallo Scida. Longo spera che risultati e impegno dei ragazzi ricuciano lo strappo. La speranza è l’ultima a morire, ma per adesso resta un nodo da sciogliere. (f.v.)
Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato