L’arcobaleno oltre il dolore
Felice Foresta nel romanzo affronta l’indicibile, la morte di una figlia e la ricerca di un senso oltre l’assenza, tra fede, memoria e speranza

Il quinto appuntamento di “Un libro tira l’altro”, ha ospitato, negli studi de L’altro Corriere Tv, l’avvocato, giornalista, scrittore e poeta Felice Foresta. Il suo lavoro, L’arcobaleno di Marisol, edito da Pellegrini, è un romanzo che affronta con estrema delicatezza ciò che spesso non si riesce nemmeno a nominare: la perdita di un figlio e la ricerca disperata di un senso oltre il dolore. L’autore sceglie una doppia prospettiva narrativa che unisce l’esperienza viva e lacerante dei genitori –il giorno in cui, per la prima volta, compresi che sul davanzale di una vita che si affaccia è sancita la fine di un’incompiutezza. La tua. – alla voce pura e luminosa della piccola Marisol, l’arcobaleno capace di colorare il cielo anche quando la pioggia non c’è stata.
Il prologo è un varco emotivo potentissimo: un padre che tenta di ricordare il primo momento in cui ha avuto paura di perdere la sua bambina, un “singhiozzo del cuore” scolpito nella memoria. La tragedia arriva come un furto, un esproprio dalla vita e dalla sua fiaba, quando il mare, simbolo di gioco, estate e spensieratezza, diventa lo scenario della perdita definitiva. Foresta costruisce un racconto che interroga su cosa resta dopo che l’impensabile accade: la frattura dell’identità genitoriale, la casa vuota, gli occhi “piagati” di chi deve continuare a vivere nonostante tutto. La sofferenza è descritta come uno spazio condiviso con l’Assoluto, un segreto custodito insieme a Dio, citazione che apre il romanzo e ne orienta l’intera traiettoria spirituale
Accanto al trauma, però, scorre una vena di dolcezza: Marisol parla da una dimensione altra, sospesa tra cielo e ricordo, e racconta la propria storia affidandosi al padre, l’unico in grado di “dare un verso al tempo, anche a quello cattivo”. La sua voce diventa la promessa che l’amore continua, che il legame non si spezza ma si trasforma in presenza impalpabile, come un arcobaleno. Lo stile è poetico, ricco di immagini e metafore che rafforzano la dimensione universale della vicenda: ogni caduta di un bambino è un sussulto del mondo, ogni “ti voglio bene” è un giuramento fragile e necessario, ogni pagina è una carezza portata all’assenza –Voler bene è un sedimento del sapere, del sentire dentro, della cultura di un limite. Quello che dobbiamo sopportare nell’altro. E quello che non dobbiamo porci. È l’alterità che si fa dogma. L’io che retrocede. Anche di fronte al dolore. Alla sua idea. Alle sue spine.”
L’arcobaleno di Marisol è un romanzo che commuove, che restituisce dignità alla sofferenza e gli concede un approdo possibile: la speranza che, anche quando la vita si spezza, da qualche parte un arcobaleno continui a brillare. “L’importante, nella vita, è non concedere l’ultimo metro al dolore”. (redazione@corrierecal.it)
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