Calabria, tra le spiagge distrutte e norme sulle concessioni: ora come lo diremo ai balneari?
E dunque la vera domanda non è chi ha ragione tra spiaggia libera e impresa. La domanda è: che Calabria vogliamo quando la prossima onda arriverà?

Calabria, febbraio 2026. Il mare ha una pedagogia brutale. Prima accarezza, poi ricorda chi comanda. Da troppi giorni sta parlando con voce alta: onde violente, stabilimenti colpiti, sabbia mangiata metro dopo metro. Rumori fortissimi e paure. Danni su danni. Prima lo Jonio, poi il Tirreno, poi ancora lo Jonio. Con un macabro epilogo, cadaveri di migranti spiaggiati, naufraghi silenziosi che il mare ha restituito: l’alluvione non ha fatto vittime, si era detto. Ricordiamocelo, al prossimo bagno a Tropea o a Diamante. Poi c’è il lavoro, che significa vita per centinaia di famiglie.
Gli stabilimenti balneari sono stati devastati, le spiagge erose come se qualcuno avesse cancellato i confini tra terra e acqua. Lungomari ridotti a scheletri di cemento, sabbia portata via e strutture distrutte. In mezzo a questa devastazione, gli appelli che parlano di numeri, di aziende, di prenotazioni cancellate e di incertezza tra operatori turistici. Che chiedono ristori rapidi, misure di sostegno e strumenti straordinari per le imprese colpite dal maltempo e dalla burocrazia normativa che incombe sulle concessioni demaniali. L’Assobalneari parla di emergenza economica e sociale, di posti di lavoro a rischio e di futuro incerto per un intero comparto produttivo.
Davanti a questi disastri, come l’affrontiamo la normativa europea (Bolkestein) che impone gare per le concessioni entro il 2027? La regione non ha problemi di spiagge libere, tendenzialmente. Ma il punto non è questo. Per anni l’Italia ha discusso, litigato, scritto leggi e pronunciato sentenze sull’accesso alle spiagge libere, sul diritto di ognuno a stare sulla battigia senza filtri o confini imposti. Recentemente il TAR della Campania ha dato ragione all’associazione “Mare Libero”: le spiagge sono un bene pubblicocostituzionale, non devono essere “prenotate”, filtrate o subordinate agli interessi dei concessionari; devono essere spazi di passaggio, di sosta, di piacere, di appartenenza per tutte e tutti.
Dove si trova la sintesi tra il sogno di spiagge libere e la necessità concreta di proteggere chi lavora sul territorio? Tra il diritto di ciascuno a stare sulla sabbia e il bisogno di sostenere famiglie, imprese e comunità che vivono della costa? Secondo il Report “Spiagge.it”, la presenza di stabilimenti balneari nel Sud Italia è in forte crescita da oltre un decennio, con la Calabria tra le regioni che hanno visto un aumento costante di imprese balneari.
Eppure, proprio in un’estate segnata dalle difficoltà climatiche e da un clima economico incerto, si registrano segnali di calo dell’appeal turistico tradizionale. Nel luglio 2025, ad esempio, si è misurato un calo delle presenze sulle spiagge italiane di circa il 15 % rispetto a giugno, con punte più accentuate proprio in regioni come la Calabria.
La domanda resta aperta: qual è la sintesi possibile? Un mare che sia veramente libero e accessibile a tutti – come sancito anche nella giurisprudenza recente – ma che non cancelli la dignità di chi su quella costa ha costruito la propria vita? Un equilibrio tra diritto collettivo e sostenibilità economica? Tra tutela ambientale e bisogni sociali? Qui entra in gioco il nodo economico della direttiva europea Bolkestein, spesso raccontata solo come un conflitto tra burocrazia e tradizione. In realtà la sua logica è più ampia: introdurre concorrenza regolata nei settori dove il bene pubblico – in questo caso il demanio marittimo – è limitato, per garantire trasparenza, qualità dei servizi e pari accesso al mercato.
Dal punto di vista economico, le gare non sono pensate per “punire” gli operatori storici, ma per stimolare investimenti e innovazione: infrastrutture più resilienti al clima, servizi turistici più competitivi, maggiore efficienza nella gestione del suolo costiero. Nei paesi europei che hanno già introdotto meccanismi simili, il risultato non è stata la desertificazione imprenditoriale, ma una maggiore professionalizzazione del settore. In Spagna, ad esempio, il sistema concessorio è legato a piani costieri stringenti e a criteri ambientali ed economici che premiano qualità e sostenibilità. In Francia le concessioni sono temporanee e soggette a verifiche periodiche: questo ha favorito un ricambio controllato, investimenti programmati e maggiore attenzione alla tutela del litorale. In Portogallo il modello integra pianificazione ambientale e gare pubbliche, con obblighi precisi su accessibilità e servizi collettivi. Infine, udite udite, alla Bolkestein sono arrivati anche in Costa d’Amalfi, partendo dalla spiaggia di Maiori: gare e nuove concessioni, già per la prossima estate. Ecco il punto politico e culturale: la Calabria ha bisogno di una governance del mare adesso, non quando il conflitto esploderà. Una pianificazione che tenga insieme tutela ambientale, diritto collettivo, lavoro, resilienza climatica e sviluppo turistico sostenibile. La Calabria può permettersi di pensare prima, di costruire un modello dove il diritto alla spiaggia e la dignità degli operatori non siano in competizione ma alleati. E dunque la vera domanda non è chi ha ragione tra spiaggia libera e impresa. La domanda è: che Calabria vogliamo quando la prossima onda arriverà? (redazione@corrierecal.it)
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato