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qual è la sintesi possibile?

Calabria, tra le spiagge distrutte e norme sulle concessioni: ora come lo diremo ai balneari?  

E dunque la vera domanda non è chi ha ragione tra spiaggia libera e impresa. La domanda è: che Calabria vogliamo quando la prossima onda arriverà?

Pubblicato il: 21/02/2026 – 15:04
di Lucia Serino
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Calabria, tra le spiagge distrutte e norme sulle concessioni: ora come lo diremo ai balneari?  

Calabria, febbraio 2026. Il mare ha una pedagogia brutale. Prima accarezza, poi ricorda chi comanda. Da troppi giorni sta parlando con voce alta: onde violente, stabilimenti colpiti, sabbia mangiata metro dopo metro. Rumori fortissimi e paure. Danni su danni. Prima lo Jonio, poi il Tirreno, poi ancora lo Jonio. Con un macabro epilogo, cadaveri di migranti spiaggiati, naufraghi silenziosi che il mare ha restituito: l’alluvione non ha fatto vittime, si era detto. Ricordiamocelo, al prossimo bagno a Tropea o a Diamante.  Poi c’è il lavoro, che significa vita per centinaia di famiglie.
Gli stabilimenti balneari sono stati devastati, le spiagge erose come se qualcuno avesse cancellato i confini tra terra e acqua. Lungomari ridotti a scheletri di cemento, sabbia portata via e strutture distrutte. In mezzo a questa devastazione, gli appelli che parlano di numeri, di aziende, di prenotazioni cancellate e di incertezza tra operatori turistici. Che chiedono ristori rapidi, misure di sostegno e strumenti straordinari per le imprese colpite dal maltempo e dalla burocrazia normativa che incombe sulle concessioni demaniali. L’Assobalneari parla di emergenza economica e sociale, di posti di lavoro a rischio e di futuro incerto per un intero comparto produttivo. 
Davanti a questi disastri, come l’affrontiamo la normativa europea (Bolkestein) che impone gare per le concessioni entro il 2027? La regione non ha problemi di spiagge libere, tendenzialmente. Ma il punto non è questo. Per anni l’Italia ha discusso, litigato, scritto leggi e pronunciato sentenze sull’accesso alle spiagge libere, sul diritto di ognuno a stare sulla battigia senza filtri o confini imposti. Recentemente il TAR della Campania ha dato ragione all’associazione “Mare Libero”: le spiagge sono un bene pubblicocostituzionale, non devono essere “prenotate”, filtrate o subordinate agli interessi dei concessionari; devono essere spazi di passaggio, di sosta, di piacere, di appartenenza per tutte e tutti.
Dove si trova la sintesi tra il sogno di spiagge libere e la necessità concreta di proteggere chi lavora sul territorio? Tra il diritto di ciascuno a stare sulla sabbia e il bisogno di sostenere famiglie, imprese e comunità che vivono della costa? Secondo il Report “Spiagge.it”, la presenza di stabilimenti balneari nel Sud Italia è in forte crescita da oltre un decennio, con la Calabria tra le regioni che hanno visto un aumento costante di imprese balneari. 
Eppure, proprio in un’estate segnata dalle difficoltà climatiche e da un clima economico incerto, si registrano segnali di calo dell’appeal turistico tradizionale. Nel luglio 2025, ad esempio, si è misurato un calo delle presenze sulle spiagge italiane di circa il 15 % rispetto a giugno, con punte più accentuate proprio in regioni come la Calabria. 
La domanda resta aperta: qual è la sintesi possibile? Un mare che sia veramente libero e accessibile a tutti – come sancito anche nella giurisprudenza recente – ma che non cancelli la dignità di chi su quella costa ha costruito la propria vita? Un equilibrio tra diritto collettivo e sostenibilità economica? Tra tutela ambientale e bisogni sociali? Qui entra in gioco il nodo economico della direttiva europea  Bolkestein, spesso raccontata solo come un conflitto tra burocrazia e tradizione. In realtà la sua logica è più ampia: introdurre concorrenza regolata nei settori dove il bene pubblico – in questo caso il demanio marittimo – è limitato, per garantire trasparenza, qualità dei servizi e pari accesso al mercato.
Dal punto di vista economico, le gare non sono pensate per “punire” gli operatori storici, ma per stimolare investimenti e innovazione: infrastrutture più resilienti al clima, servizi turistici più competitivi, maggiore efficienza nella gestione del suolo costiero. Nei paesi europei che hanno già introdotto meccanismi simili, il risultato non è stata la desertificazione imprenditoriale, ma una maggiore professionalizzazione del settore. In Spagna, ad esempio, il sistema concessorio è legato a piani costieri stringenti e a criteri ambientali ed economici che premiano qualità e sostenibilità. In Francia le concessioni sono temporanee e soggette a verifiche periodiche: questo ha favorito un ricambio controllato, investimenti programmati e maggiore attenzione alla tutela del litorale. In Portogallo il modello integra pianificazione ambientale e gare pubbliche, con obblighi precisi su accessibilità e servizi collettivi. Infine, udite udite, alla Bolkestein sono arrivati anche in Costa d’Amalfi, partendo dalla spiaggia di Maiori: gare e nuove concessioni, già per la prossima estate. Ecco il punto politico e culturale: la Calabria ha bisogno di una governance del mare adesso, non quando il conflitto esploderà. Una pianificazione che tenga insieme tutela ambientale, diritto collettivo, lavoro, resilienza climatica e sviluppo turistico sostenibile. La Calabria può permettersi di pensare prima, di costruire un modello dove il diritto alla spiaggia e la dignità degli operatori non siano in competizione ma alleati. E dunque la vera domanda non è chi ha ragione tra spiaggia libera e impresa. La domanda è: che Calabria vogliamo quando la prossima onda arriverà? (redazione@corrierecal.it)

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