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supplemento d’indagine

D’Ascola: «Non possiamo avere una politica assoggettata alla magistratura» – VIDEO

Il professore e penalista su L’altro Corriere Tv difende la separazione delle carriere, critica i magistrati schierati politicamente e ricorda la «riforma folle» del ’93

Pubblicato il: 21/02/2026 – 10:37
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D’Ascola: «Non possiamo avere una politica assoggettata alla magistratura» – VIDEO

LAMEZIA TERME Riequilibrare le leggi di ordinamento giudiziario: è questo l’obiettivo della riforma sulla giustizia secondo Nico D’Ascola, professore ordinario di Diritto penale e noto avvocato penalista. Favorevole al Sì, ha esposto le sue ragioni a Supplemento d’Indagine, in onda su L’altro Corriere Tv nella serie di puntate in vista del referendum sulla riforma della giustizia che si terrà a marzo. D’Ascola ha affrontato i principali temi, dalla separazione delle carriere che ritiene una «priorità» e che garantirebbe la terzietà del giudice al discusso sorteggio che aiuterebbe a contrastare «il malaffare delle correnti» nel Csm. Già Senatore della Repubblica e Presidente della Commissione Giustizia al Senato, l’avvocato ha inoltre criticato la deriva “politica” dei magistrati, la cui eccessiva esposizione contribuirebbe a fargli perdere imparzialità.

La terzietà del giudice

Il professore, nell’affrontare il tema della separazione delle carriere, spiega la rilevanza del contraddittorio tra pubblico ministero e difesa nell’ordinamento giuridico di oggi.  «è un momento cruciale del processo, perché è quando si forma la prova ed è ciò che poi deciderà l’esito della sentenza». Il giudice «è chiamato a regolare un conflitto che vede come attori pubblico ministero e difensore». Da qui nasce la battaglia, fin dal 1987, delle Camere Penali per la terzietà del suo ruolo: «Ci sembrò evidente – racconta – che se il giudice era chiamato a regolare il conflitto non potesse condividere sedi, interessi di progressione di carriera o di formazione del concetto di politica giudiziaria con il pubblico ministero. Perché avrebbe inevitabilmente una sorta di preferenza verso il pm e non certo nei confronti del difensore». Si tratta di «solidarietà non necessariamente colpevoli, ma che nascono da un ordinamento giudiziario che li mette assieme. Non c’è dubbio che la stessa carriera crei questo tipo di solidarietà che poi incide sull’esito del giudizio. A volte, lo dico con amarezza, ci sono giudici che non sanno nascondere il loro orientamento. Tante volte tra di noi diciamo: il processo è già finito». Per questo la separazione rappresenta «una garanzia essenziale. Anche se qualcuno si lamenta, le garanzie non sono mai sufficienti perché sono quegli strumenti che devono colmare le differenze enorme che c’è tra il potere investigativo dello Stato e le risorse difensive».

La separazione delle carriere è una priorità

A chi contesta la poca necessità della riforma di fronte a problemi ben più gravi nella giustizia, D’Ascola risponde: «La separazione delle carriere avrebbe dovuto costituire una priorità sin dall’entrata in vigore del codice di procedura. Se la nuova riforma entrerà in vigore interverrà sulla formazione della prova e sulle sue garanzie che oggi rappresentano un’emergenza. Poi ovviamente le priorità della giustizia sono talmente tante che non si può pretendere che una riforma le risolva tutte. Non migliora la celerità dei processi ma non è destinata a quello». Su quest’ultima esigenza, aggiunge, è recentemente intervenuta la riforma Cartabia per cui un processo «per renderlo più celere manca dell’imputato e del difensore. Non la definisco una legge liberticida, ma sicuramente allontana due attori principali dal processo». L’obiettivo, invece, della riforma della giustizia è quello di «riequilibrare le leggi di ordinamento giudiziario» e dunque «non pone in pericolo l’autonomia e la indipendenza della magistratura. Non si capisce come si possa dire come una sorta di profezia che il pubblico ministero sarà sottoposto al potere dell’esecutivo. Lo dico in maniera chiara: se ciò avvenisse, i primi a dolersi e a protestare con forza contro una deviazione di questo genere saremmo noi avvocati. Come può un avvocato accettare che un pubblico ministero, che già esercita poteri straordinari, avrebbe anche la possibilità di spendere la forza del potere esecutivo. Se dovesse succedere noi saremmo in prima linea per difendere la democrazia, perché a questo punto il sistema non sarebbe democratico».

Il sorteggio e il “malaffare” delle correnti

Sul sorteggio, spiega D’Ascola, dalla magistratura non è arrivata proposta migliore. Il professore parte da una premessa: «L’Alta Corte Disciplinare ha un valore di terzietà e indipendenza, a differenza della giurisdizione interna che abbiamo oggi, costituita da un organo di autogoverno che giudica i suoi stessi membri». L’obiettivo, dunque, è creare un «organo disciplinare autonomo rispetto ai soggetti che devono essere giudicati». Il sorteggio è uno dei motivi della «reazione violenta» della magistratura. Ad oggi «c’è un malaffare delle correnti. Se io da professore universitario favorisco un candidato della mia scuola ad una procedura selettiva posso essere denunciato per turbativa d’asta. Se queste stesse condotte le compie un magistrato all’interno del Csm non succede niente. Questa è ormai una cosa formalizzata come unico metodo di soluzione di problemi e di progressione in carriera dei magistrati, mentre se lo fa un professore è un reato. Casi gravi come quello di Palamara hanno messo a nudo vicende imbarazzanti dinanzi alle quali nessuno ha aperto bocca». Il Parlamento – spiega – aveva chiesto alla magistratura una soluzione per risolvere queste vicende, ma «la magistratura ha reagito dicendo: questo è il nostro modello. È chiaro che poi il potere politico ha il diritto e il dovere di intervenire».

I magistrati schierati politicamente

Per il professore è poi «imbarazzante» quando il magistrato si schiera politicamente. «La vecchia magistratura, alla quale noi ci ispiriamo, la potevi torturare ma non avrebbe mai detto di quale opinione pubblica era. Un magistrato può assumere atteggiamenti politici solo ufficialmente con un istituto che dà mandato popolare. Nelle democrazie funziona così. Non ci possono essere magistrati che si immergono nel sociale, che nella convinzione di dover risolvere i problemi della società addirittura usano i loro poteri conferiti dalla legge per altre cose. Dimostra che non sono imparziali». L’esempio è la campagna elettorale di questo referendum: «I magistrati possono chiedere voti? Possono accettare alleanze politiche? Io questo lo dico a difesa della vera magistratura. Si può trascinare la magistratura in un conflitto politico? E faccio una domanda: alla fine di questa polemica aggressiva, cosa resterà dell’imparzialità della magistratura, che è un principio costituzionale? Senza imparzialità non c’è giurisdizione e se un magistrato esprime opinioni politiche perde imparzialità». A tal fine nasce il Csm formato per sorteggio, ma – specifica – «non cambiano le percentuali di rappresentanza, all’interno di questi organismi ci sarà sempre la componente costituita dai magistrati ad avere la maggioranza».

La riforma «drammatica» dell’articolo 68

Sullo scontro tra magistratura e politica, D’Ascola invoca «serenità e più serietà. È chiaro che ognuno può esprimere la sua opinione, ma in un contesto di conflitto civile e limitato». Uno sbilanciamento di equilibri tra politica e magistratura, ripercorre il professore, è già avvenuto nel 1993, quando è stato riformato «drammaticamente l’articolo 68 della Costituzione sotto la spinta pestilenziale di Mani Pulite. È stato eliminato un vero caposaldo della Costituzione, perché l’articolo 68, il sistema delle autorizzazioni a procedere, rappresentava l’esatto pendant dei principi di autonomia e indipendenza della magistratura. Così come la magistratura deve essere autonoma e indipendente, anche il potere politico deve essere difeso. In maniera sciagurata quella norma è stata modificata rendendola praticamente inutile, quindi il momento dello sbilanciamento si è già verificato ma a danno della politica. Noi non possiamo pensare ipocritamente ad una magistratura del tutto autonoma e indipendente, com’è giusto che sia, e ad una politica assoggettata alla magistratura. Lo squilibrio nasce proprio dal momento in cui un Parlamento irresponsabile, sotto ricatto in una condizione di minorata difesa, ma anche, credo io, di minorata capacità intellettuale, accettò una riforma folle».

L’intervento di Mattarella al Csm

D’Ascola commenta poi l’ultimo plenum del Csm, a cui ha presieduto per la prima volta in 11 anni il Presidente Sergio Mattarella. «Ha sentito il bisogno di esporsi ricordando che il Csm è un organo che merita rispetto. Francamente non credo che nessuno possa pensare che un organo rappresentativo della magistratura non lo pensi. Ovviamente il rispetto bisogna meritarselo: se un organo si impegna in vicende che esorbitano nettamente è legittimo che qualcuno abbia delle perplessità. Talvolta la critica non è all’istituzione ma all’uomo o la donna che la rappresentano. Io – continua D’Ascola – non sono all’altezza di valutare il comportamento del Presidente, ma certamente può aver dato l’impressione di uno schieramento unilaterale, seppur vi siano stati dei riferimenti più timidi anche alla responsabilità dei magistrati che hanno usato termini sbagliati. Io non sono un delinquente perché sono meridionale, tanto meno perché voto per il sì. Ci sono stati termini sbagliati usati da tutte le parti perché si è politicizzato e c’è stata una espansione del protagonismo di ognuno. Diciamo che l’intervento del Presidente della Repubblica poteva essere identico ma modulato diversamente».

L’appello per il Sì

D’Ascola conclude con un appello: «Io voto sì perché significa tracciare una via verso la terzietà del giudice. Se io partecipassi a un giudizio nel quale un giudice fosse stato un mio allievo o legato da rapporto di conoscenza, il magistrato si asterrebbe e anche io mi fermerei. Ora noi queste cose le dobbiamo istituzionalizzare: basta con l’atto di fede del giudice per cui “siamo amici con il pubblico ministero ma sarò imparziale”. Non funziona, perché noi dobbiamo dare alla gente una vera garanzia. Dobbiamo fare in modo che non si possa dire: sono stato condannato perché il meccanismo è perverso. Nessuno vuole sottoporre la magistratura al controllo del potere esecutivo, ma c’è una volontà di coordinare l’ordinamento giudiziario al sistema processuale e alla Costituzione». (redazione@corrierecal.it)

L’intervista:

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