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OPERAZIONE RISIKO

‘Ndrangheta, la delusione di Frank Albanese: «Neanche il nome sul manifesto» e l’avvertimento di 30 anni fa: «Se mi uccidono, vendicatemi»

La rabbia dell’italoamericano in una intercettazione dell’estate del 2024. Il ricordo della “Faida di Siderno” e del suo ruolo apicale ad Albany, negli USA

Pubblicato il: 21/02/2026 – 17:11
di Giorgio Curcio
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‘Ndrangheta, la delusione di Frank Albanese: «Neanche il nome sul manifesto» e l’avvertimento di 30 anni fa: «Se mi uccidono, vendicatemi»

REGGIO CALABRIA «(…) guardo il manifesto e non mi sono visto neanche sul coso… Sull’anima dei morti, guarda qua…».  C’è un misto di rabbia e delusione nelle parole di Frank Albanese (classe 1967) considerato dalla Dda reggina «esponente della struttura ‘ndranghetista sidernese nella sua proiezione di Albany».  Nella logica ‘ndranghetista non si tratta solo di un “manifesto” ma è il valore simbolico a contare di più. Si tratta, di fatto, di una certificazione pubblica di “appartenenza”. Albanese è uno dei 7 arrestati nell’ambito dell’operazione “Risiko” condotta dal ROS dei Carabinieri di Reggio Calabria con il supporto dell’FBI statunitense.

Il nome assente sui manifesti

Ma andiamo con ordine. I militari del ROS – su delega della Distrettuale antimafia di Reggio Calabria – hanno intercettato il 59enne di Albany durante la sua permanenza a Siderno, nell’estate del 2024.
Il dialogo in particolare risale al 13 settembre quando l’italoamericano avrebbe ricevuto la visita di Salvatore Archinà. L’occasione propizia per manifestare le sue doglianze. «Poi ognuno… io mi sono sempre comportato bene con tutti… io sono andato sempre là sotto…», continua a dire Albanese. Nel corso del dialogo intercettato – si legge ancora nelle carte dell’inchiesta Risiko della Dda – Frank Albanese continuava a lamentarsi sempre in relazione alla assenza del proprio nominativo sui manifesti funebri del defunto zio, Rocco Carlo Archinà e racconta di averne parlato con tutti questi che «(…) ognuno che hanno un ruolo nelle cose…», ovvero con coloro che ricoprivano ruoli di vertice nel locale di ‘ndrangheta di Siderno.



Il riconoscimento mancato

Ma, al di là dell’assenza del proprio nome sui manifesti e il messaggio “negativo” inviato (involontariamente) alle altre famiglie di ‘ndrangheta, ciò che premeva di più Albanese – secondo quanto riportato dagli inquirenti reggini – era il fatto che non fosse stato tenuto in considerazione quello che lui e il padre, oltre al cognato e altri soggetti «avevano fatto per Rocco Carlo Archinà nel corso della “Faida di Siderno”», avendone garantito a detta di Frank Albanese l’incolumità, avendo evitato che lo zio defunto, all’epoca, fosse ucciso in un agguato mafioso. «(…) quando all’epoca c’erano problemi, mio padre diceva allo zio Carlo: “Carlo, non uscire presto la mattina! Vado io là fuori all’impianto…”. Poi magari, all’epoca c’eravamo pure noi, io, mio cognato Mimmo, altri ragazzi…». Secondo il racconto di Albanese, infatti, per garantire la protezione del leader mafioso, «avevano corso seri rischi, mettendo a repentaglio la loro stessa incolumità».

L’ingiusto trattamento riservato al padre

Il lutto e il manifesto, ma non solo. Durante la conversazione, infatti, Frank Albanese si è lamentato con Archinà anche per un’altra vicenda incresciosa, a suo dire. Di fatto il padre avrebbe subito un ingiusto trattamento proprio da parte della famiglia Archinà «per la quale aveva lavorato» ed al quale «non avevano corrisposto la buonuscita al termine del rapporto lavorativo», annotano gli inquirenti. «(…) gli dovevano dare mezzo impianto, altro che gli fanno il conteggio! Che cosa devono conteggiare?! Che basta quello che ha fatto!», si lamenta Albanese nell’intercettazione dei carabinieri del ROS.  

«Se mi uccidono negli USA, vendicatemi»

La ricostruzione accusatoria della Dda di Reggio Calabria nei confronti di Albanese porta con sé un altro episodio eloquente. Nello stesso dialogo, infatti, l’italoamericano cita un episodio di una trentina d’anni addietro, e di un non meglio precisato rischio corso proprio per la sua «appartenenza alla ‘ndrangheta» e il suo ruolo di «referente di Albany» per conto della famiglia di Siderno. «(…) io gliel’ho detto a più di uno, se capita che sono in America e capita che muoio per qualche motivo, i miei pagano finché il debito non è pagato». Come raccontato da Albanese, dunque, trent’anni prima si era trovato «nella me*da» dopo essersi assunto un impegno, al punto da temere per la propria vita e da aver lasciato detto ai suoi parenti di vendicarlo qualora fosse stato ucciso. (g.curcio@corrierecal.it)

Le parole del pm della Dda, Giuseppe Lombardo:

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