Catanzaro, l’impasse che frena la città
La leadership è fragile e le risposte ai problemi urgenti restano lontane. Riflessioni su un’amministrazione che non riesce a rinnovarsi

Pure stavolta l’ornitorinco politico che da quattro anni governa (fino a un certo punto con gli inconvenienti dell’ “anatra zoppa”) il capoluogo di regione, sembra averla scampata. Salvo colpi di scena dell’ultima ora, infatti, alle firme dei quindici ammutinati di Palazzo Santa Chiara pare che non si aggiungeranno le altre due necessarie a far cadere sindaco e consiliatura. E nessuno (cattivi pensieri a parte) ha le prove che l’arrischiata iniziativa sia stata una sceneggiata a cui, di tanto in tanto, ricorre la politica catanzarese a coriandoli, per rassicurare i cittadini che, nonostante le irrisolte criticità d’ogni ordine e grado, c’è: “Eppur si muove”.
Probabilmente, l’abbaglio degli insorti, benché sorretti da inoppugnabili cahiers de doléances, è di avere agito d’istinto. Senza curarsi di prefigurare, una volta assestata la spallata, un piano per il giorno dopo, indicando espressamente con chi e come inverarlo. Ossia: delle affidabili, quantunque abbozzate, linee programmatiche (volte a innescare una dignitosa ripartenza) riconoscibili dai città e alternative all’ anatra zoppa; frattanto trasfigurata nell’ornitorinco che non piace a nessuno, ma che, improvvisando decisioni non corroborate da una pianificazione a medio-lungo termine, non è possibile scavalcare.
Pertanto, dopo questa lunga apnea politica, ciò che verosimilmente si può prevedere è che il ginepraio degli affari pubblici catanzaresi, frantumato in una pluralità di punti di vista che non riescono a coagularsi neppure sulla risoluzione di questioni cruciali come l’indicazione del sito dove costruire il nuovo ospedale, è destinato a intricarsi ulteriormente. Vista anche la difficoltà dei partiti di farsi carico della responsabilità di chiarire le identità politiche dei singoli consiglieri comunali e riaffermare, al contempo, la funzione qualificante della politica, che non disdegna le ambizioni dei singoli, purché non abbiano i piedi nel passato e siano, specie nei momenti più difficili, non venditori di fumo ma “costruttori di speranza”.
Rebus sic stantibus, se lo scenario catanzarese è ben lungi dall’assurgere a laboratorio d’innovative pratiche di gestione del territorio, può essere invece preso in considerazione dagli analisti per confermare l’assunto secondo il quale, finite le infatuazioni ideologiche, in politica non meccanicamente subentra la dimensione pragmatica, “grazie alla quale – spiega il politologo Marco Revelli – la ricerca comune delle soluzioni possibili prevale sull’enfatizzazione dei problemi insoluti”.
Cosicché, piuttosto che arricchirsi di una maggiore concretezza, assicurando una direzione chiara all’azione collettiva finalmente affrancata dalle influenze del “mondo di mezzo”, la polis delle “Tre V” sembra minata da una carenza di leadership e da un’accentuata vuotezza che, intossicando il contatto tra politica e cittadini, non dà risposte agli assilli vecchi e nuovi che tengono in scacco la capitale della Calabria. (redazione@corrierecal.it)
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