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Le parole di Gratteri, i salotti tv e quel «sì, ma parlava della Calabria»

Il caso mediatico e il meccanismo dell’“alibi geografico”. Dietro quella frase ripetuta con leggerezza si intravede un pregiudizio soft

Pubblicato il: 24/02/2026 – 7:00
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Le parole di Gratteri, i salotti tv e quel «sì, ma parlava della Calabria»

C’è una frase che, nelle ultime settimane, riemerge con puntualità quasi rituale ogni volta che il dibattito si accende: «Sì, ma parlava della Calabria».
Il riferimento è all’intervista rilasciata dal procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, al Corriere della Calabria. A oltre dieci giorni dall’esplosione del caso mediatico, quella formula continua a circolare nei salotti televisivi con un tono rassicurante, come se bastasse evocare la Calabria per ridimensionare tutto. È una frase che non argomenta: delimita. Non entra nel merito: circoscrive.
«Sì, ma parlava della Calabria».
Dentro quel “ma” pare esserci un dispositivo sociologico preciso: la costruzione di un altrove. La trasformazione di un territorio in categoria simbolica. La Calabria diventa uno spazio semantico separato, un contenitore in cui le parole possono essere confinate senza che producano effetti sul resto del Paese. Come se fosse un laboratorio periferico, utile per osservare patologie sociali, ma non pienamente sovrapponibile alla normalità nazionale.
È un meccanismo antico: quando il discorso diventa scomodo, lo si territorializza. Lo si provincializza. Lo si rende eccezione.
Colpisce che a utilizzare questa formula siano spesso voci che si dichiarano progressiste, egualitarie, attente ai linguaggi e allergiche alle discriminazioni. Eppure, in quella precisazione apparentemente neutra, si annida un confine. L’idea che esistano territori simbolicamente sacrificabili nel dibattito pubblico. Che alcune aree possano essere trattate come casi a parte, come se non partecipassero pienamente alla cittadinanza narrativa del Paese.
La polemica che ha investito Gratteri è stata alimentata da una lettura selettiva, manipolatoria e strumentale delle sue parole, rilanciata da esponenti del governo nazionale e regionale nel quadro del confronto sul referendum in materia di giustizia. Frasi isolate, enfatizzate, rese slogan. E la difesa più frequente è diventata paradossalmente proprio quella riduzione geografica: «Parlava della Calabria».
Ma il punto è un altro.
Il procuratore faceva riferimento, secondo la sua analisi, a chi trarrebbe vantaggio da una determinata riforma: imputati, indagati, circuiti opachi, massonerie deviate, ’ndrangheta. Non un popolo, non i cittadini comuni, non “i calabresi” come categoria antropologica.
Certo, la domanda di Lucia Serino era centrata sulla Calabria, così come la risposta del procuratore. Ma il ragionamento di un magistrato che da decenni si occupa di criminalità organizzata non può essere ridotto ai confini amministrativi di una regione. La ’ndrangheta non è più da tempo un fenomeno circoscritto al Sud: è una struttura economica e criminale ramificata nel Centro-Nord, nei distretti produttivi, nelle capitali finanziarie. Gli indagati non hanno un’unica provenienza geografica. Le reti opache non chiedono certificati di nascita.
Dire che «parlava della Calabria» significa trasformare un discorso strutturale in una questione locale. È una scorciatoia cognitiva: rende più semplice archiviare il problema. Se è «roba loro», non ci riguarda davvero.
C’è poi un elemento ancora più sottile. La Calabria viene evocata come spazio in cui la generalizzazione è tollerata. Dove il linguaggio può essere più ruvido perché, in fondo, «lì le cose funzionano così». È una forma di pregiudizio che non si esprime con l’insulto, ma con l’abbassamento delle aspettative. Un razzismo soft, inconsapevole, da conversazione televisiva, che non alza la voce ma sospira.
Ma qui non si tratta del solito lamento identitario, né di un riflesso vittimistico. È una questione di onestà intellettuale e di qualità del dibattito pubblico. Se si vuole difendere la posizione del No e, di conseguenza, l’analisi di Gratteri, forse bisognerebbe entrare nel merito: discutendo dati, premesse, conseguenze. Solo quello. Ma usare la Calabria come paravento retorico significa evitare la sostanza e spostare l’attenzione non sul contenuto.
Quella frase, ripetuta ancora oggi con leggerezza quando Gratteri torna di moda nelle polemiche televisive, rivela più di quanto sembri. Conferma che nel discorso nazionale esiste ancora una gerarchia implicita tra territori: alcuni pienamente rappresentativi, altri ridotti a eccezione permanente. Alcuni universali, altri particolari.
Invece no, Gratteri non parlava “solo” della Calabria. Parlava di un sistema. E quel sistema, piaccia o no, non ha confini regionali. Quel sistema che, per l’esperto procuratore, voterà sì.
Il resto è un alibi linguistico. (fra.vel.)

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