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Sopravvivere non basta più

Prima che arrivi la prossima tempesta

di Paola Militano*

Pubblicato il: 24/02/2026 – 14:59
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Prima che arrivi la prossima tempesta

C’è una geografia che pesa, e la Calabria lo sa. Qui le montagne cadono a strapiombo sul mare, i fiumi si insinuano tra i paesi, e la costa arretra ogni anno di qualche metro sotto la forza delle mareggiate. E non sono solo i cicloni a raccontare la sua fragilità, sono le case che cedono, i ponti che crollano, le imprese imprigionate dal fango e le comunità rassegnate, costrette a ricominciare ogni volta da zero.  Negli ultimi vent’anni la Calabria ha pagato un prezzo altissimo: frane, alluvioni ed esondazioni hanno travolto Soverato nel 2000, Cavallerizzo nel 2005, Maierato nel 2010, Corigliano Rossano e San Pietro a Maida nel 2018 con danni economici stimati nell’ordine di centinaia di milioni di euro. E vite spezzate. Eppure la Calabria continua a scontare il ritardo di fondi stanziati e intrappolati tra cavilli e rimpalli di competenze, di cantieri che non partono e opere di messa in sicurezza rinviate sine die, lasciando il territorio esposto a rischi che non sono affatto imprevedibili perché la fragilità del territorio non è solo geologica, ma anche culturale e politica.
Cemento e consensi. Per decenni, i comuni hanno piegato le regole e autorizzato cemento lungo gli argini dei fiumi e a ridosso delle coste, hanno saccheggiato e sacrificato suolo sull’altare del consenso, lasciato che l’abusivismo e l’incuria prosperassero al riparo da qualsiasi controllo, fino al punto che ogni ciclone non delude mai le aspettative, infliggendo ferite anche sulla memoria dei luoghi. A Caulonia le crepe minacciano il centro storico, a Pizzo la Chiesetta di Piedigrotta arretra davanti al mare, a Sibari gli scavi scompaiono e riemergono inghiottiti dalle piene del Crati, e a San Pietro a Maida un cimitero monumentale conta i cedimenti perché come ricorda Emilio Serra, uno dei più profondi interpreti del paesaggio italiano, «non c’è natura che non abbia storia, né storia che non abbia natura».
Sopravvivere non basta più. Nel cuore di questa terra sospesa, come in un paesaggio di Parmenide, la fragilità del territorio non è una fatalità, ma il risultato di scelte consapevoli; la resilienza non s’improvvisa e la bellezza va difesa prima che sia troppo tardi. E in un clima che non concede tregua, la vulnerabilità della Calabria ci impone di rivedere il nostro rapporto con il rischio e di chiederci se saremo capaci di convivere con le sue minacce senza archiviare ogni evento estremo come l’ennesima tragedia annunciata. Prima che la prossima tempesta si abbatta e, lo dico al presidente Occhiuto, la vera sfida sarà tradurre la fragilità in consapevolezza, il pericolo in responsabilità e la paura in azioni concrete, dimostrando che prendersi cura del territorio non è una possibilità tra le tante, ma l’unica direzione possibile. (p.militano@corrierecal.it)

*direttore del Corriere della Calabria

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