La resistenza degli IMI, diecimila calabresi nella Storia rimossa
Letizia Cuzzola ricostruisce la deportazione dei militari italiani dopo l’8 settembre 1943 e l’antifascismo silenzioso di diecimila calabresi internati nei lager nazisti

Letizia Cuzzola, ospite del nostro appuntamento settimanale “Un libro tira l’altro”. con I figli di nessuno tornano a casa, edito da I Coribanti, consegna alla memoria collettiva una delle pagine più rimosse della storia italiana: quella dei 650mila Internati Militari Italiani (IMI) deportati nei lager nazisti dopo l’8 settembre 1943. Il sottotitolo – diecimila calabresi nei lager nazisti – restituisce la dimensione territoriale di una tragedia che attraversa paesi, famiglie, generazioni.
L’autrice, fondatrice dell’agenzia editoriale “Lettere a Calliope” e direttrice della collettiva di artisti e casa editrice “I Coribanti”, lavora da oltre vent’anni nel mondo dei libri come editor, traduttrice e critico letterario. Ha ideato mostre e rassegne e vanta diverse pubblicazioni. In questo volume coniuga rigore documentale e tensione civile, intrecciando fonti d’archivio, registri della Croce Rossa, repertori biografici e testimonianze dirette.
Il libro nasce anche da una radice personale: l’esperienza del nonno Vittorio, IMI. Di lui l’autrice scrive: «non ha mai parlato della sua storia, segno del profondo dolore che ha attraversato una categoria di uomini perbene e coraggiosi che hanno dovuto subire l’onta del ludibrio sociale». È in questo silenzio – più che nelle parole – che si misura la ferita: uomini tornati vivi ma non ascoltati, sopravvissuti eppure esclusi dal racconto pubblico.
La cifra umana, politica e storica di questo lavoro è data dalla prefazione del rapper Francesco Kento Carlo, che assume su di sé la memoria familiare e la trasforma in impegno civile: «queste pagine non parlano di numeri, ma di case lasciate a metà, di lettere mai arrivate, di famiglie che imparano a cercarsi e riconoscersi nelle crepe della Storia. Eppure i numeri servono: da questa terra partono e tornano circa diecimila IMI. Sono abbastanza da riempire piazze intere, e abbastanza perché ogni paese abbia un nome da ricordare. Questo libro li prende sul serio, uno per uno». Parole che restituiscono il senso profondo dell’opera: dare nome e dignità a chi fu trasformato in numero, in Stücke, in forza lavoro coatta.
Cuzzola ricostruisce con precisione le tappe della deportazione: i vagoni piombati “8 cavalli/40 uomini”, il passaggio nei Dulag, la perdita del nome sostituito da una matricola, la fame della Suppe, la “I” dipinta sulla divisa, il rifiuto di aderire alla RSI. Ne emerge un antifascismo silenzioso ma radicale: una resistenza senz’armi, fatta di rifiuti individuali che, sommati, diventano scelta collettiva.
I figli di nessuno tornano a casa è un lavoro importante perchè costruisce una vera e propria mappa della dignità. Ricorda che l’antifascismo degli IMI non fu proclama, bensì fame sopportata, lavoro forzato, isolamento, mortificazione quotidiana divenuta resistenza. E che la memoria, per essere giustizia, deve restituire i nomi. Uno per uno.