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Le vittime invisibili dei conflitti

Minab, la scuola del pianto: quando la guerra uccide il futuro

L’offensiva contro l’Iran lascia a Minab un bilancio di vittime che scuote la coscienza del mondo

Pubblicato il: 01/03/2026 – 10:01
di Ennio Stamile
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Minab, la scuola del pianto: quando la guerra uccide il futuro

La storia della nostra umanità ci ha insegnato diverse cose a proposito delle guerre, ma noi continuiamo ad essere studenti distratti o comunque disinteressati a tutto quanto ci ha rivelato. Tra le tante, ricordiamo che si sa quando iniziano, ma non quando finiscono, guerra in Ucraina docet. Il come finiscano, invece, lo si conosce benissimo: con un vinto e un vincitore, spesso; a volte, con né vinti né vincitori e una certezza assoluta, produce morti innocenti, sofferenza, distruzione e continua ad alimentare, anche quando termina, solo odio e divisione. La guerra contro l’Iran da parte degli USA e di coloro che sono i suoi VERI alleati: gli israeliani e la loro capacità economica con la quale governano buona parte del mondo globalizzato, iniziata ieri, insegna altre amare realtà: che gli altri Stati occidentali, l’Italia per prima, sono solo vassalli o clienti. Le notizie dopo il primo attacco sono davvero drammatiche, sebbene a Teheran si siano verificate scene di panico con bambini in fuga dalle classi a causa di raid aerei sulla capitale, il bilancio più tragico riguarda la città di Minab, provincia di Hormozgan, nel sud del Paese. Almeno 108 persone sono morte (secondo fonti governative iraniane e media internazionali come Sky TG24 e Al Jazeera), la maggior parte delle quali sono bambine tra i 7 e i 12 anni che frequentavano la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh. Purtroppo, la morte di un bambino innocente conta solo se avviene a casa propria e magari crea scandalo. Ancora una volta è stata calpestata senza alcun ritegno la Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso della forza armata contro uno Stato sovrano tranne in due casi precisi: la legittima difesa dopo un attacco armato in corso; e il mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ebbene, non c’è stato né un attacco iraniano che potesse giustificare una risposta armata immediata, né un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza che potesse giustificare un’operazione speciale quindi quello che è stato definito preventivo dagli Stati Uniti e da Israele non può essere considerato legittima difesa, perché escluso dall’ordinamento giuridico internazionale è vietato dal diritto internazionale generale, ed è incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite, quindi non è ammesso dal sistema di sicurezza collettivo. Nonostante l’Iran sia un regime autoritario che ogni giorno divora senza pietà, la libertà del suo popolo  – e non si può biasimare chi oggi in Iran è felice per gli attacchi e la morte del leader Khamenei – non per questo l’attacco  può trovare legittimità all’interno del sistema internazionale perché sostenere un autoritarismo diverso da quello che si combatte è, e resterà sempre, una contraddizione ideologica. Legittimare attacchi come questi, riporta a periodi storici in cui la violenza a livello internazionale prendeva il posto della diplomazia la storia recente ce lo insegna, dall’Iraq all’Afghanistan, passando per la Libia. Le bombe, ove manca uno Stato di diritto, non costruiranno mai una democrazia e questo è un principio che non possiamo dimenticare.  Sarebbe bene rammentare, inoltre, che l’unica logica liberatoria da parte di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, nei confronti del popolo iraniano, è quella della grande potenza che agisce per il potere e l’economia petrolifera. Il resto conta poco, o nulla. L’obiettivo economico dell’offensiva non è certo la distruzione totale dell’Iran, ma la sua trasformazione: da potenza regionale autonoma a Stato Cliente (o marginalizzato); l’apertura di uno dei mercati più ricchi di risorse naturali al mondo (gas e petrolio) alle multinazionali occidentali, dopo decenni di sanzioni e isolamento. In un conflitto dove gli Stati giocano a “chi la fa da padrona” per il controllo del petrolio e della stabilità regionale, i bambini iraniani sono diventati la moneta di scambio più tragica. La loro morte segna una ferita che difficilmente si rimarginerà, indipendentemente dall’esito politico della guerra.

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