Riforma della giustizia, il Sì e il No a confronto a Catanzaro. Quando il dibattito non si trasforma in un ring
Equilibrio tra i poteri, separazione delle carriere, sorteggio e alta corte disciplinare sono sempre temi divisivi ma non laceranti

CATANZARO La riforma della giustizia al centro del prossimo referendum è un attacco all’indipendenza della magistratura e quindi alla Costituzione o invece mira ad assicurare una giustizia più giusta e va anzitutto nell’interesse dei cittadini? È su questo – inconciliabile – dilemma che si è sviluppato un dibattito tra le ragioni del sì e le ragioni del no organizzato nella Sala Concerti del Comune di Catanzaro. Un confronto a più voci che ha comunque dimostrato che di riforma della giustizia si può discutere in modo serrato ma non sguaiato, senza necessariamente scendere in una “fossa dei leoni” e nel vuoto ideologismo politico e senza necessariamente alzare i toni. A confrontarsi l’avvocato Giuseppe Fonte, presidente del comitato SìSepara Catanzaro, e Antonio Saraco, consigliere presso la Corte di Cassazione, per il Sì, e per il No Andrea Lollo, professore di Diritto costituzionale all’Università Magna Graecia, e Giovanni Strangis, magistrato e presidente dell’Anm Catanzaro. A moderare il giornalista Marcello Barillà.
Il dibattito
«Sosteniamo una riforma dal significato importante, che non riguarda la politica ma un unico tema preciso: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri», ha esordito Fonte per il quale «in un sistema accusatorio questa separazione è necessaria ed è una conseguenza logica e inevitabile. La riforma ha un solo obiettivo: garantire che il giudice sia un soggetto terzo e imparziale, distinto dalle parti del processo, nel rispetto del principio di parità tra accusa e difesa Ampliare il dibattito ad altri temi, come fanno alcuni sostenitori del “no”, significa uscire dal merito reale della riforma. Per questo la riforma è a non solo giusta, ma inevitabile». Secondo Saraco, famoso per aver lasciato polemicamente l’Anm, «quando i cittadini sono chiamati a decidere sulla riforma della Repubblica devono essere informati con lealtà e senza pregiudizi ideologici. E io sono stato molto critico, al punto da dimettermi appunto all’Anm, perché l’Anm con la toga addosso ha espresso un’opinione politica basata su dati falsi, perché questa riforma non sottopone la magistratura al potere politico, perché l’articolo 104 della Costituzione rimane intatto nel garantire autonomia e indipendenza». Per Saraco inoltre «il sorteggio è uno strumento democratico che garantisce uguaglianza ed è già previsto per decisioni di altissimo livello, come nei giudizi contro il Presidente della Repubblica o nei reati ministeriali; quindi è legittimo anche in altri ambiti, mentre il giudizio disciplinare dei magistrati, unico previsto dalla Costituzione, tutela l’intera collettività. È affidato a collegi di altissimo profilo, composti da magistrati con almeno vent’anni di servizio e funzioni di legittimità, selezionati anche tramite sorteggio e nominati dalle massime istituzioni dello Stato».
Di tutt’altro tenore gli interventi dal fronte del No. «Da costituzionalista – ha spiegato Lollo – ritengo che la riforma vada respinta per ragioni tecniche. È sbagliata nel metodo, perché approvata a colpi di maggioranza senza vero dibattito, in contrasto con lo spirito dell’Assemblea Costituente. Nei contenuti, la separazione delle carriere è solo uno slogan: si poteva realizzare con legge ordinaria e nasconde un intervento più ampio che altera l’equilibrio tra politica e magistratura voluto dai Costituenti, indebolendo l’autonomia dell’ordine giudiziario. Il sorteggio per il Csm e l’istituzione di un nuovo organo disciplinare configurano un giudice speciale vietato dall’articolo 102 e mettono i magistrati sotto pressione, compromettendone l’indipendenza. La scelta della legge costituzionale – ha aggiunto Lollo – serve a sottrarre la riforma al controllo della Corte costituzionale. Per questo il “no” difende non la magistratura, ma la Costituzione e i diritti dei cittadini». Per Strangis «il “no” alla riforma difende non i magistrati, ma i cittadini: autonomia e indipendenza della magistratura sono garanzie dei diritti e dell’uguaglianza davanti alla legge. La riforma, specie attraverso l’Alta Corte disciplinare e la nuova composizione degli organi di governo autonomo, apre al condizionamento politico e indebolisce i presidi a tutela dell’indipendenza. Il richiamo al “giusto processo” inoltre è improprio: la parità delle armi esiste già e può essere rafforzata con legge ordinaria, senza modificare la Costituzione. Infine – ha concluso Strangis – i dati mostrano che il sistema disciplinare italiano è già tra i più severi in Europa e il Ministro della Giustizia dispone di poteri di iniziativa e impugnazione: parlare di inefficienza o scarsa severità non trova riscontro nella realtà». (c. a.)
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