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“Lost & Found”

Cocaina nei container, l’ombra di Cosa nostra sul porto di Catania

Amministrazione giudiziaria per una società portuale

Pubblicato il: 05/03/2026 – 16:27
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Cocaina nei container, l’ombra di Cosa nostra sul porto di Catania

Un “mare” di droga all’ombra della mafia, con la presunta complicità di una grande impresa portuale. È quanto emerge da un’inchiesta coordinata dalla Procura di Catania che ha portato all’applicazione della misura di prevenzione dell’amministrazione giudiziaria, per la durata di un anno, nei confronti della Europea Servizi Terminalistici Srl (Est), società con sede legale a Palermo.
Il provvedimento è stato eseguito dai finanzieri del Comando provinciale di Catania nelle province di Catania, Palermo, Siracusa e Parma. L’azienda opera nei servizi di gestione, deposito, trasporto, spedizione e movimentazione di container e merci negli scali portuali di Catania, Palermo, Augusta, Trapani e Termini Imerese. La misura non comporta il sequestro della società, ma punta a tutelare l’attività imprenditoriale da possibili condizionamenti della criminalità organizzata, sostituendo temporaneamente gli organi gestionali con amministratori nominati dall’autorità giudiziaria.
Il provvedimento si inserisce nel solco dell’operazione “Lost & Found”, che nei primi mesi del 2025 aveva portato a sei misure cautelari in carcere per traffico di droga con importazioni dall’estero. In quel contesto investigativo, anche sulla base delle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia — già esponenti dei clan Strano di Monte Po e Cappello di Catania — il porto etneo era stato indicato come punto di arrivo di consistenti quantitativi di cocaina, nascosti tra le movimentazioni commerciali.

Secondo quanto riferito dal procuratore di Catania Francesco Curcio, all’interno dell’area portuale avrebbero operato affiliati al clan Pillera-Puntina che, in cambio di un compenso pari al 30-40% del quantitativo di droga, avrebbero favorito l’ingresso e la successiva “esfiltrazione” della sostanza stupefacente giunta a bordo di navi cargo provenienti dal Sud America. Gli investigatori hanno individuato in particolare la figura di Angelo Sanfilippo, classe 1966, già condannato per narcotraffico, e dei suoi tre figli, tra cui Melino. Tutti risultano attivi nell’area portuale di Catania come dipendenti della società Est, che gestisce servizi di logistica e movimentazione merci nello scalo etneo. Angelo Sanfilippo avrebbe inoltre avuto rapporti con esponenti di spicco del clan Pillera-Puntina e in particolare con Angelo Di Mauro, detto “Veleno”, già condannato per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti con sentenza del 17 dicembre 2007.

Nel corso delle indagini sono stati accertati almeno tre episodi di importazione di cocaina per un totale di 215 chili, oltre a un tentativo — poi non concretizzato — di introdurre un ulteriore carico di circa 300 chili di droga. Dopo gli arresti, gli investigatori hanno approfondito il ruolo dei Sanfilippo all’interno della società Est, rilevando l’esistenza di un rapporto consolidato e di lunga data tra Angelo Sanfilippo, dipendente storico dell’azienda ritenuto contiguo al clan Pillera-Puntina, e la direzione aziendale. Secondo quanto ricostruito dal Tribunale di Catania, la società destinataria del provvedimento «non è rimasta estranea al contesto criminale», ma «si è inserita, anche attraverso l’inerzia o la tolleranza dei propri assetti gestionali, in un meccanismo agevolativo stabile», rafforzando la capacità operativa di soggetti appartenenti o contigui a gruppi mafiosi e favorendo il traffico internazionale di droga. Le indagini avrebbero inoltre documentato la presenza stabile all’interno dell’organizzazione aziendale di persone inserite in contesti mafiosi, con mansioni operative strategiche nell’area portuale. Angelo Sanfilippo e i figli, pur risultando dipendenti della società, avrebbero avuto la possibilità di incidere sulle scelte operative dell’impresa. Le strutture aziendali e le aree operative sarebbero state utilizzate per agevolare l’ingresso, l’occultamento e il recupero dei carichi di droga, grazie alla possibilità di individuare e manipolare i container.


Dalle indagini è emerso anche un presunto sostegno economico dell’impresa nei confronti della famiglia Sanfilippo, attraverso il pagamento di spese legali per vicende estranee all’attività lavorativa e l’erogazione indiretta di somme di denaro sotto forma di emolumenti, anche durante periodi di detenzione o di assenza dal lavoro. Questa “libertà d’azione”, sottolinea la Procura, avrebbe consentito ad Angelo Sanfilippo di curare gli interessi criminali del gruppo mafioso nel traffico di stupefacenti, sfruttando la posizione rivestita nell’area portuale e l’influenza esercitata all’interno della società. Per questo il Tribunale ha ritenuto necessario intervenire «per interrompere ogni canale di condizionamento», disponendo, come misura alternativa al sequestro, l’amministrazione giudiziaria della società per un anno, con l’obiettivo — conclude il procuratore Curcio — di «rimuovere le criticità rilevate e restituire l’attività economica alla proprietà aziendale in un contesto di piena legalità».

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