Maestrale, i rapporti di potere nella ‘ndrangheta di Paravati e San Giovanni di Mileto
In aula il pm Andrea Buzzelli racconta le dinamiche tra le «tante anime» del sodalizio criminale operante sul territorio miletese

VIBO VALENTIA Continua senza sosta la requisitoria della Dda di Catanzaro nel maxiprocesso Maestrale, in via di svolgimento presso il Tribunale di Vibo Valentia. Alla sbarra i vertici delle cosche di ‘ndrangheta del Vibonese, coinvolti nelle tre inchieste Maestrale, Olimpo e Imperium raggruppate in un unico processo. Il pm Andrea Buzzelli, dopo aver esordito raccontando le origini della faida di Mileto e l’ascesa della ‘ndrina di Paravati, ha trattato gli equilibri di potere all’interno del locale della città normanna alle porte di Vibo Valentia. Un locale «dalle tante anime»: oltre ai Galati di Paravati, la famiglia omonima di Comparni, i Mesiano a Calabrò, i Prostamo-Pititto-Tavella su San Giovanni di Mileto.
Il ruolo dei Mancuso e dei Molè-Piromalli
«Contrapposti ai Galati ci sono i Prostamo-Pititto-Tavella, da sempre longa manus di Giuseppe Mbrogghja Mancuso, che sostanzialmente vuole mantenere il comando su quei territori» ha ricordato il pm Andrea Buzzelli, citando ancora una volta il sostegno dei Molè-Piromalli ai Galati «con i quali si facevano scambi di favori e di supporto, perché contestualmente alla faida di San Giovanni di Mileto si consumava la faida di Laureana di Borrello». Il clan reggino avrebbe supportato i Galati a Mileto e, di conseguenza, questi ultimi avrebbero aiutato i Molè-Piromalli nella loro faida. «Si cercano più volte delle tregue, ma tra Mancuso e Molè-Piromalli mai si andranno formalmente a scontrare. È una delle regole di ‘ndrangheta, a quel livello lo scontro non si consuma». La pax mafiosa sarebbe arrivata nel momento del trasferimento dei Galati tra Paravati e Comparni, lasciando San Giovanni di Mileto in mano alla ‘ndrina dei Prostamo, Pititto, Iannello e Tavella.
La struttura della ‘ndrina
Il pm ha, dunque, passato in rassegna le accuse alla famiglia Tavella, «guidata da Fortunato con i figli Rocco, Benito e Michele, tutti odierni imputati tranne Michele assassinato nel 2006». L’omicidio – racconta il pm – sarebbe stato ascritto dai Tavella ai Pititto, in risposta alla sparizione di un nipote di Pasquale Pititto, ritenuto al vertice della cosca. Da qui sarebbe iniziata una serie di tentati agguati, uno dei quali «costringerà Benito Tavella alla sedia a rotelle, la stessa sorte subita da Pasquale Pititto all’incirca 10 anni prima. Questo è l’ultimo degli atti di violenza che noi registriamo tra queste due famiglie», appartenenti allo stesso gruppo e che sarebbero state legate – specifica Buzzelli – da un rapporto «di condivisione del potere criminale, ma allo stesso tempo subordinato. Questo nonostante Fortunato Tavella – afferma il pm – nelle intercettazioni non ci sta ad essere secondo a nessuno e al tempo stesso continua a manifestare acredine nei confronti della famiglia Pititto, ritenuta responsabile dell’omicidio del figlio e del ferimento dell’altro».
La famiglia Pititto e l’omicidio Corigliano
Al vertice ci sarebbe stato, dunque, Pasquale Pititto, già condannato nel processo Tirreno all’ergastolo nel 1997. Il magistrato ripercorre una serie di conversazioni intercettate in cui sarebbe emerso proprio il peso criminale di Pititto, che anche dagli arresti domiciliari «avrebbe continuato a gestire la consorteria». Nel ricostruire i rapporti di potere all’interno della famiglia il pm ritiene importanti le dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Oksana Verman, ex compagna di Salvatore Pititto, la cui decisione di collaborare «mette in allerta tutto il locale perché sostanzialmente sanno essere detentrice di numerosi dettagli». Con questo timore, afferma il pm, «ci danno un incredibile attestato di attendibilità della collaboratrice». Al fianco di Pasquale Pititto, ci sarebbe stato Salvatore Pititto, ritenuto dalla Dda suo «braccio destro». Per trattare la sua posizione il pm cita gli omicidi di Giuseppe Mesiano e di Angelo Corigliano: quest’ultimo sarebbe stato raccontato da Pititto alla compagna. Dopo l’incendio del portone alla famiglia Corigliano, ci fu una «reazione scomposta» culminata nell’omicidio di Giuseppe Mesiano. «Di lì a breve la vendetta non si fa attendere molto» continua il pm. Una decisione che, secondo quanto affermato dalla collaboratrice, sarebbe stata presa durante un summit, mentre a raccontare la dinamica sarebbe stato Domenico Polito, «che spiegando l’omicidio in una conversazione infrange la prima regola di ‘ndrangheta che dice di non parlare mai e in nessun contesto di fatti di sangue». Per l’omicidio Corigliano, il cui processo si sta svolgendo alla Corte d’assise, sono imputati Giuseppe Mazzitelli, Salvatore Pititto e Domenico Iannello, mentre Domenico Polito è stato condannato all’ergastolo nel primo grado del rito abbreviato di Maestrale. (ma.ru.)
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