Cosenza piange Ciccio De Rose, la voce neorealista di una città che non c’è più
Già funzionario della Camera di Commercio e volto storico della sinistra, negli ultimi anni si era dedicato alla passione della scrittura

COSENZA «A bbumma a mmanu! A bbumma a mmanu!». Negli anni ’80 Ciccio De Rose, che ci ha lasciati oggi, era l’Efesto che maneggiava i fuochi d’artificio nei veglioni di Capodanno tra comitive osannanti e bimbi che lo ammiravano e insieme lo temevano, eppure forse non tutti sapevano che era, quello, un modo per esorcizzare la sua paura ancestrale di bambino traumatizzato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Ciccio “Bumma a mano”, funzionario in pensione della Camera di Commercio di Cosenza, era noto in città soprattutto per sua lunga militanza nella sinistra e, negli ultimi anni, per la produzione poetica e teatrale (Carmilina, ‘A portulana).
Purtàtivi ‘a seggia (2013) e ‘A rasa rasa (2021), entrambi editi da Pellegrini, i suoi titoli più recenti: due tentativi di mettere nero su bianco testi accumulati negli anni 70/80 quelli gloriosi in cui i grupponi che si ritrovavano a fare “ciambotta” magari dopo fumose e appassionate assemblee nelle sezioni del Pci bruzio affidavano effimeri pensieri o disegni e parole in libertà alle tovaglie di carta delle trattorie, poi strappate o macerate da gocce di vino rosso o macchiate dal sugo. Quella Cosenza degli Enzo Costabile e dei Franco Bifarella non esiste più, quella delle file di utilitarie che mentre in centro vigeva il coprifuoco delle guerre di mafia e i travestiti e le prostitute si dividevano tra viale Trieste e “arrìati ‘i Poste” muovevano in blocco per il gusto di un piatto di pasta al Celicotto e l’atmosfera da simposio tra pari.
Il vernacolo era la cifra che per De Rose rappresentava – oltre allo scrigno dei ricordi – un tributo alla amatissima cultura napoletana. Voce baritonale, eleganza innata e una barba hemingwayaiana erano la sua firma. Ma è soprattutto nella scrittura minuta, quella affidata negli ultimi anni ai social accanto alle raccolte, che Ciccio De Rose si faceva apprezzare restituendo con una scrittura scarna ed evocativa gli anni della ricostruzione in una città umile come Cosenza: è altamente letteraria – se per letteratura non si intende la pubblicistica paludata e accademica che si autocompiace e parla a pochi eletti – la cronaca di una giornata al mare per un bimbo del dopoguerra, un quadro neorealista di una gita in treno a Paola che restituisce quasi il bianco e nero di una realtà che oggi sembra assai remota, e che – riproposta ogni anno – risultava sempre commovente come alla prima lettura.
Per De Rose la scrittura era un dono, così come il racconto: mai autocelebrativo né mosso dal reducismo dei “miei tempi” o del “si stava meglio quando si stava peggio”. Lontanissimo dalla cultura dei salotti, è stato un figlio della strada e per questo un cantore genuino della quotidianità; e il segno indelebile che ha lasciato trova traccia, oggi, nei tanti messaggi di cordoglio che sui social rendono idea soprattutto della stima e dell’affetto nutrito nei suoi confronti da chi sta già sentendo forte la mancanza della sua voce, delle sue storie e dei suoi poeticissimi fuochi d’artificio. (euf)
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