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inchiesta “Libeccio”

La ricerca «spasmodica» di fondi per il clan e il diktat di “Scarface”: «I soldi devono rimanere a Isola Capo Rizzuto»

Il sistema del boss Pasquale Manfredi e il controllo dal carcere, utilizzando cellulari come «citofoni» per comunicare con l’esterno e con altri detenuti

Pubblicato il: 10/03/2026 – 13:30
di Mariateresa Ripolo
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La ricerca «spasmodica» di fondi per il clan e il diktat di “Scarface”: «I soldi devono rimanere a Isola Capo Rizzuto»

CROTONE  Una «reiterata e spasmodica ricerca di fonti di finanziamento» funzionale al «rafforzamento e consolidamento» dell’associazione. È quanto emerge dall’inchiesta “Libeccio”, della Dda di Catanzaro contro i clan Arena, Manfredi e Nicoscia, che questa mattina ha portato a 19 arresti. I clan di Isola Capo  Rizzuto, nonostante i duri colpi inferti dalle operazioni “Blizzard”, “Folgore” e “Black Flower”, avrebbero dimostrato capacità di riorganizzazione. 
Al centro del sistema di approvvigionamento la figura Pasquale Manfredi, detto “Scarface”, esponente di spicco della cosca Nicoscia, già condannato all’ergastolo per omicidio e associazione mafiosa. Nonostante la detenzione in carcere, «evidentemente purtroppo a maglie larghe» – viene sottolineato nell’ordinanza – Manfredi avrebbe continuato a tessere trame criminali «al pari di un soggetto libero», utilizzando telefoni cellulari introdotti illegalmente in carcere come veri e propri «citofoni» per comunicare con l’esterno e con altri detenuti.

Il diktat di “Scarface”: «I soldi devono rimanere a Isola Capo Rizzuto»

Dalle intercettazioni emerge una visione strategica chiara della gestione dei proventi illeciti. In una conversazione del settembre 2024, Manfredi rimarcava che il denaro frutto dello spaccio di stupefacenti dovesse rimanere ad Isola «punto e basta». Un passaggio che gli inquirenti definiscono decisivo per finalizzare l’organizzazione a scopi ‘ndranghetistici: il profitto serviva a finanziare il “locale”, sostenere le famiglie dei detenuti e pagare le spese legali. Secondo quanto emerso dalle indagini, Manfredi avrebbe creato una vera e propria «impresa» del crimine. L’obiettivo era garantire entrate fisse per almeno «10mila euro al mese». Per farlo, avrebbe attivato ben sette diversi canali di approvvigionamento, sfruttando una fitta rete di rapporti che spaziava dai fornitori di Platì, fino ai contatti con i clan campani nel quartiere di Secondigliano.

La rete familiare sul territorio

L’inchiesta documenta un coinvolgimento attivo del nucleo familiare di Manfredi. Il figlio, Luigi Manfredi jr, anch’egli detenuto, si sarebbe occupato di reperire contatti tra i detenuti, arrivando a individuare fornitori in grado di piazzare cocaina a 33mila euro al chilo. All’esterno, figure chiave come Daiane Perziano e la moglie di Manfredi, Luigina Verterame, avrebbero operato per reperire schede telefoniche e gestire la liquidità necessaria per l’acquisto delle partite di droga.
Sul piano operativo, spicca la figura di Giuseppe Passalacqua, il quale avrebbe assunto «un ruolo di primo piano, quale suo principale referente nel territorio sia per reperire risorse finanziarie, sia per procacciarsi narcotico da immettere nel mercato isolitano», Passalacqua – secondo gli investigatori – avrebbe così dimostrato una enorme attitudine relazionale, non solo gestiva i rapporti con i fornitori reggini e campani, ma suggeriva al boss le migliori strategie commerciali per massimizzare i profitti: «guadagnare sulla quantità, ad onta del prezzo di vendita praticato in modo da suggerire al sodale i migliori accorgimenti da adottare per ottenere i risultati economici auspicati». (m.ripolo@corrierecal.it)

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