‘Ndrangheta a Isola e Crotone, l’allarme di Curcio: «Boss padroni anche in cella, bisogna intervenire subito»
Il monito del procuratore della Dda: «Alta sicurezza attualmente inadeguata, agisca il ministero»

CATANZARO Quella di oggi è un’operazione che «si ricollega ad altre operazioni sulla ultrattività del locale di Isola Capo Rizzuto che si caratterizza per estorsioni, disponibilità di armi e i classici indici rivelatori di una cosca, come la “bacinella” o cassa comune. La caratteristica principale di questa organizzazione è il fatto che era diretta e organizzata da detenuti e detenuti in regime di alta sicurezza, è un campanello di allarme che ne conferma la permeabilità».
Così il procuratore della Distrettuale antimafia di Catanzaro, Salvatore Curcio, nel corso della conferenza stampa legata all’operazione “Libeccio” condotta questa mattina contro le cosche di Isola Capo Rizzuto e Crotone, con l’arresto eseguito nei confronti di 19 soggetti. Come ha spiegato il procuratore «in totale i vertici erano 5 e interloquivano all’interno e all’esterno delle carceri e anche con altri boss». Poi sottolinea l’emergenza carceri di alta sicurezza che, dice, «attualmente sono inadeguate a garantire la impermeabilità, serve una profonda riflessione. Sappiamo che la questione è conosciuta a livello di ministero e amministrazione penitenziaria: auspichiamo che quanto prima ci sia un loro intervento concreto per ovviare a questa situazione».
Il business gestito dal carcere
Come ha spiegato invece il comandante dei Carabinieri di Crotone, Raffaele Giovinazzo, l’indagine di oggi «è frutto della collaborazione consolidata tra l’Arma Carabinieri Crotone e Ros e nasce dal danneggiamento di un’impresa del settore elettrico che eseguiva un appalto dell’Enel. Abbiamo poi accertato la capacità del locale di Isola attraverso l’uso di cellulari in carcere, e quindi la disponibilità dei detenuti e la loro possibilità di intervenire sui loro business anche dal carcere e per questioni meramente personali». Secondo il comandante Giovinazzo, inoltre, sarebbe stato accertato «l’intervento dei detenuti anche nel trasferimento da un carcere all’altro mentre una delle maggiori preoccupazioni di uno dei boss Manfredi “Scarface” era il 41 bis». L’indagine ha definito assetto attuale del locale «dopo la pax mafiosa avvenuta dopo la “guerra” degli anni 2000, con gli Arena che si intersecano con la cosca Manfredi e la cosca Gentile e con il boss Tommaso Gentile che fa da intermediario tra Arena e Manfredi. Importanti anche le dichiarazioni di 11 collaboratori di giustizia e abbiamo inoltre accertato i collegamenti tra le cosche di Isola e quelle del Reggino storicamente leader nel narcotraffico».
Dal vicecomandante del Ros, Paolo Vincenzoni, arriva invece un messaggio importante. «La forza di attacco messa in campo stanotte dallo Stato e dai nostri uomini è stata imponente, era necessario dare un segnale e lo abbiamo fatto».
L’impresa di Manfredi la percentuale per Tommaso Gentile
«Tutto è partito da Pasquale Manfredi e dal carcere», è stato poi evidenziato dagli investigatori. Secondo le indagini dei carabinieri «Manfredi ha creato una vera impresa con la ricerca spasmodica di canali di approvvigionamento, ben 7. Tutto nasce dall’esigenza di soldi – almeno 10mila euro al mese – per le finalità della cosca, a partire dal sostegno alle famiglie dei detenuti. Quindi Pasquale Manfredi provvedeva al reclutamento delle nuove leve. Ma anche per gli introiti del narcotraffico c’era una cassa comune, sempre gestita da Pasquale Manfredi, il 25% della quale andava a Tommaso Gentile».
Nel mirino anche un circo
Come illustrato questa mattina dai carabinieri, sono state accertate cinque estorsioni, «due degli imprenditori hanno collaborato sporgendo denuncia, altri due imprenditori hanno invece collaborato ma non hanno denunciato». In ogni caso l’organizzazione «si è mostrata unitaria, si presentavano insieme alle estorsioni, nel caso di una delle aziende hanno chiesto mezzo milione di euro». E poi il caso emblematico, ovvero l’estorsione ad un circo itinerante «con la richiesta di biglietti» ma le estorsioni «venivano fatte anche con richieste di denaro per sostenere famiglie dei detenuti o con assunzioni nelle ditte vessate». (c. a.)
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