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la riflessione

La Menzogna come architettura del Potere

Filosoficamente questa potrebbe essere definita l’epoca della post-verità

Pubblicato il: 11/03/2026 – 12:23
di Ennio Stamile
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La Menzogna come architettura del Potere

Scrivo dal Continente africano e ancora una volta sono costretto a rivedere il mio pensiero in ordine alle numerose critiche che rivolgevo ai diversi governanti di alcuni Stati africani, compreso quello dove sono attualmente: il Benin. Fino a qualche tempo fa, ritenevo fossero soprattutto loro ad aver elevato a sistema l’uso smodato e inconsiderato della menzogna e della violenza, non solo e non tanto come forma di detenzione del potere ma anche, e direi soprattutto, come forma di governo. L’uso sistematico della menzogna, infatti, è stata elevato a sistema di governo anche in molti Stati occidentali, compreso nel nostro bel Paese in primis da una donna e madre cristiana di nome Giorgia. Questo metodo ha letteralmente superato il confine tra la propaganda tradizionale e la costruzione di una realtà alternativa. Quando il falso non serve più a nascondere un errore, ma a definire il perimetro del possibile, la verità cessa di essere un fatto e diventa un’opinione tra le tante. Filosoficamente questa potrebbe essere definita come epoca della post-verità, in un sistema basato su di essa, la menzogna non cerca necessariamente di essere creduta. Il suo obiettivo primario è disorientare. Se il cittadino viene sommerso da versioni contraddittorie della realtà, finisce per rinunciare alla ricerca del vero, rifugiandosi nel cinismo o nell’appartenenza tribale, perciò priva di patos e di amore per la ricerca. In questo contesto, il gregge crede al leader non perché dica la verità, ma perché la sua “menzogna” conferma i propri pregiudizi o colpisce i propri nemici. Mentre la propaganda del Novecento cercava di vendere un’utopia, la menzogna politica contemporanea agisce spesso per erosione: si producono tante notizie false, anche grazie ai Social, che la verifica diventa un lavoro esausto e impossibile. La verità, poi, diventa una questione d’identità: “se lo dice la mia parte, è vero; se lo dice l’avversario, è un complotto, per ciò assolutamente falso”. Questo sistema inverte anche la metodologia del dialogo non più basato sull’ascolto e sul confronto, a tal punto che l’accusatore viene accusato delle sue stesse colpe, rendendo ogni dibattito una palude di equivalenze morali. Il rischio più alto di una politica fondata sul falso non è solo la cattiva amministrazione, ma la distruzione del capitale sociale. Senza una base condivisa di fatti, il dialogo democratico diventa impossibile. Quando la parola perde il suo legame con la realtà, il potere non deve più rispondere delle proprie azioni, ma si limita a riscrivere semplicemente “l’evento” il giorno successivo. Quello che sta succedendo in Italia con l’attacco sistematico della Magistratura in questi ultimi mesi ne è una dimostrazione, basti considerare il decreto sicurezza, il caso Carmelo Cinturrino o il caso della famiglia nel bosco in cui sempre la premier Meloni si indigna ma finge di dimenticare il decreto Caivano. Che dire, poi, della riforma costituzionale propagandata come “riforma delle giustizia” ma che in realtà è solo ed esclusivamente una riforma della Magistratura, che non deve mai e poi mai rompere le uova nel paniere. In ultima analisi, la menzogna elevata a sistema non serve a governare meglio, ma a regnare indisturbati su una popolazione che ha smesso ormai da troppo tempo di porsi la domanda: “È vero?”. (redazione@corrierecal.it)

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