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il ricordo

Capomolla: «Sergio Cosmai martire del dovere. La ’ndrangheta si sconfigge pensando al bene comune»

Al Museo del Presente di Rende l’incontro con le scuole e Libera. Tra le testimonianze quella del fratello di Pino Russo Luzza, ucciso a 22 anni

Pubblicato il: 12/03/2026 – 14:22
di Francesco Veltri
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Capomolla: «Sergio Cosmai martire del dovere. La ’ndrangheta si sconfigge pensando al bene comune»

RENDE «Soltanto se ragioniamo in termini di interesse per il bene comune possiamo immaginare una legalità che sia strumento di giustizia reale». Sono le parole del procuratore della Repubblica di Cosenza, Vincenzo Capomolla, durante l’incontro dedicato alla memoria di Sergio Cosmai e alla storia di Giuseppe Russo Luzza, giovane vittima innocente della ’ndrangheta.
L’iniziatica, dal titolo “Sergio Cosmai, il valore della memoria – La storia di Pino Luzza, vittima della cultura mafiosa”, si è svolta stamattina al Museo del Presente di Rende, organizzata in sinergia con Libera Cosenza, il Liceo scientifico Pitagora e con la partecipazione di una classe del liceo Scorza, in vista della 31esima Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Un incontro molto partecipato, con gli studenti protagonisti di domande e riflessioni.

Capomolla: «Cosmai caduto per il senso del dovere»

Il procuratore ha ricostruito il contesto storico e istituzionale nel quale maturò l’omicidio del direttore del carcere cosentino.
«Sergio Cosmai è caduto come martire del dovere. Se rimane vivo nella memoria continua ad essere presente come testimonianza di impegno», ha affermato Capomolla. «Era un funzionario dello Stato. È caduto a Cosenza, ma era stato in altre realtà difficili della Calabria».
Il suo arrivo nel capoluogo bruzio non fu casuale. «Arrivò qui perché la realtà carceraria di Cosenza era fuori controllo. C’era un carcere vecchio che era il luogo in cui gli esponenti della criminalità organizzata continuavano a perpetuare il potere, non solo all’interno della struttura ma anche nella città». Un sistema che prosperava anche grazie a una sottovalutazione diffusa del fenomeno mafioso. «Questo accadeva perché in città c’era una sottovalutazione della presenza delle attività criminali. A volte per la distrazione “interessata” della borghesia e della società civile. Si determinava un legame opaco che consentiva a certa parte di società civile di portare avanti i propri interessi».
Il penitenziario non riusciva a fermare il potere dei boss. «Il carcere non neutralizzava gli esponenti più feroci, questi continuavano a commettere reati gravi, sia dentro che fuori», ha ricordato Capomolla. Per questo lo Stato decise di cambiare rotta. «Per fronteggiare il pericolo si pensò di creare una nuova struttura carceraria fuori il centro storico affidandola a una persona capace come Sergio Cosmai». Il direttore arrivò con entusiasmo e con una visione chiara. «Arrivò qui con grande entusiasmo – ha spiegato Capomolla agli studenti presenti in sala – era giovane, aveva una giovane moglie e una figlia piccola. Cominciò a fare il suo dovere, mantenendo la disciplina, creando delle regole basiche, facendole rispettare senza violare il rispetto della dignità personale». Ma proprio il rispetto delle regole segnò la rottura con i clan. «I boss pretendevano di decidere chi doveva essere ammesso al lavoro e chi no. Sergio Cosmai aveva stabilito i criteri, scardinando le regole della criminalità. La ’ndrangheta, si sa, non ammette interferenze».

Sergio Cosmai

Il momento decisivo fu lo scontro con il boss Franco Perna: «Si verificò un forte contrasto sulla fruizione dell’ora d’aria tra il direttore e la popolazione carceraria, in particolare con Franco Perna. Cosmai convocò Perna, ma quest’ultimo rifiutò pretendendo che fosse Cosmai ad andare da lui. Ma il direttorenon andò». Da quel momento la frattura fu definitiva. «Questo segnò la rottura con quella parte della popolazione carceraria che era caratterizzata da esponenti della criminalità. Non gli fu perdonato». Capomolla ha ricordato anche un altro provvedimento che acuì lo scontro: «Cosmai si spese anche per revocare la semilibertà allo stesso Perna».
Per il procuratore il sacrificio di Cosmai resta un momento simbolo che non deve essere disperso: «La morte di Sergio Cosmai è l’affermazione più pura del senso del dovere, senza cedimento alcuno. Perché, bisogna dirlo, in quell’epoca qualche cedimento c’è stato nel riaffermare certi valori e il rispetto delle regole da parte di chi invece avrebbe dovuto garantire tutto questo». E ha voluto chiarire anche l’immagine dell’uomo. «Cosmai era tutto fuorché autoritario, anzi tutelava tutti, in particolar modo i detenuti più deboli». Un atteggiamento che però lo isolò ulteriormente. «Alcuni esponenti della magistratura di sorveglianza dicevano che erano giustificate certe proteste dei detenuti». Da qui la conclusione del procuratore: «Quello di Cosmai è stato un martirio del senso del dovere. Non un ruolo che si esercita per sé, ma una funzione per la comunità. Fare il proprio dovere vuol dire attribuire senso alla propria vita».
Capomolla ha poi allargato lo sguardo al fenomeno mafioso: «La ’ndrangheta è totalitaria e parassitaria. Lo raccontano le vittime, a partire da quella del giovane Giuseppe Russo, di cui il fratello Matteo qui al mio fianco porta avanti il ricordo. Nel suo caso i boss volevano decidere anche della vita e dei sentimenti delle persone».

Il racconto di Badolati

A moderare l’incontro è stato il giornalista e scrittore Arcangelo Badolati, che ha ricordato il lato umano di Cosmai. «La storia di Sergio Cosmai – ha detto rivolgendosi agli studenti – dovete immaginarla con il visino della piccola Rossella, che quel giorno drammatico stava aspettando che suo padre andasse a prenderla all’asilo. Ma non è mai arrivato».
Badolati ha ricordato come il carcere di Cosenza fosse sotto il controllo della criminalità organizzata prima dell’arrivo del direttore. «Con l’arrivo di Cosmai tutto cambiò e questo non fu sopportato. Per questo venne assassinato. Sua moglie Tiziana – ha ricordato – portava in grembo un bambino che verrà chiamato Sergio, come il padre». Il giornalista ha ricordato anche la vicenda giudiziaria legata ai responsabili del delitto, condannati all’ergastolo: Dario e Nicola Notargiacomo e Stefano Bartolomeo. «Vengono condannati in primo grado all’ergastolo, ma in carcere a Trani diventeranno amici di killer di Cosa Nostra e successivamente, da uomini liberi, faranno affari con questa gente perché il loro processo sarà “aggiustato”. Per lo Stato sarà una grande sconfitta». E ha denunciato anche le calunnie arrivate dopo la morte del direttore. «Da morto Cosmai sarà inoltre denigrato, alcuni esponenti di categorie professionali diranno che era un carceriere. Ma Sergio Cosmai era un grande uomo di cultura, era una persona intelligente, moderna». Badolati ha ricordato anche altre vittime della violenza mafiosa nel Cosentino, come il maresciallo Filippo Sansone, braccio destro di Cosmai.
«Il paradosso – ha concluso – è che questo delitto arriva in un contesto, quello cosentino, in cui si diceva che la ’ndrangheta qui non esisteva. Ma non era assolutamente così: in quegli anni a Cosenza si uccideva e gli affari più importanti erano gestiti dalle cosche».

Scuola e memoria

Ad aprire l’incontro è stata la dirigente del liceo Pitagora di Rende, Alisia Rosa Arturi. «Ringraziamo l’associazione Libera – ha affermato – che ci riporta alla memoria tante vittime di mafia innocenti e ci auguriamo che non ce ne siano altre. L’obiettivo è incrementare la sensibilità dei nostri studenti e i loro valori, portando avanti il rispetto della nostra Carta costituzionale».
La referente del presidio cosentino di Libera intitolato a Cosmai, Franca Ferrami, ha ricordato il valore della memoria sul territorio. Anche lei e la sua famiglia sono tra le tante colpite dalla ‘ndrangheta. Nel 1981 il fratello Lucio, imprenditore del Nord arrivato in Calabria, venne ucciso dalla ‘ndrangheta per non aver voluto pagare il pizzo.
«Queste – ha sottolineato Ferrami – sono storie che raccontano il territorio ed è importante che se ne faccia memoria. Libera lo fa da 31 anni. Cerchiamo di portare avanti i punti cardine di questa associazione fondata da don Luigi Ciotti». Ferrami ha poi ricordato che domani ricorrerà l’anniversario della morte di Cosmai: «Libera ha deciso di intitolare il suo presidio a questo grande uomo, che pur non essendo calabrese, con la sua storia è stato un esempio per tutti». Durante l’incontro è stato letto anche un messaggio di ringraziamento inviato dalla moglie del direttore del carcere, Tiziana Cosmai.

La storia di Pino Russo Luzza

Particolarmente toccante è stata la testimonianza di Matteo Luzza, fratello di Pino, giovane di 22 anni rapito e ucciso ad Acquaro il 15 gennaio 1994. Il corpo del ragazzo venne trovato sotto terra il 21 marzo di quello stesso anno. Il suo “delitto” fu essersi innamorato di una ragazza appartenente a una famiglia legata alla ’ndrangheta.
Luzza ha raccontato agli studenti il dolore della famiglia e il contesto culturale in cui maturò quell’omicidio: un ambiente in cui «un amore libero tra due ragazzi non era consentito».
Nonostante tutto, la famiglia ha scelto una strada diversa dall’odio, continuando a testimoniare nelle scuole e nei luoghi pubblici.

pino russo acquaro
Il giovane Pino Russo Luzza

Agli studenti Luzza ha spiegato anche cosa significhi oggi combattere la ’ndrangheta nella vita quotidiana: «Semplice, portare avanti la legalità, rispettare le regole, che può significare anche buttare la plastica nell’apposito contenitore o parcheggiare la macchina tra le strisce. Alle indagini ci pensa gente in gamba come il procuratore Capomolla».
E ha concluso con un messaggio di speranza: «Il primo giorno di primavera, il 21 marzo, deve essere vita. L’ultima parola deve essere vita e non morte». (f.veltri@corrierecal.it)

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