Il deserto sanitario dei monti calabresi
Distanze, carenze di organico e reparti chiusi rendono la sanità montana un rischio quotidiano

Il governo nazionale è chiamato insieme a quello regionale a decidere in tempi brevi sul futuro degli ospedali montani della Calabria, regione commissariata dal 2010 per l’attuazione del Piano di rientro dai disavanzi sanitari. Le opzioni possibili sono quattro: chiuderli, lasciarli chiudere, potenziarli oppure riconvertirli in lungodegenze o unità affini. Ciascuna di queste scelte comporta una responsabilità e una direzione politica. Chiuderli significherebbe evitare i pericoli – anche gravi – legati a un’assistenza carente di mezzi e personale da almeno 16 anni. Lasciarli chiudere vorrebbe dire non assumere alcuna decisione, quindi non entrare in conflitto con le popolazioni locali e provare a gestire, pure sul piano comunicativo, un’agonia remota e lenta dei servizi ancora attivi. Potenziarli sarebbe necessario, urgente e non più rinviabile, perché dallo smantellamento del 2010 questi presidi ospedalieri hanno perduto reparti, personale e capacità attrattiva, peraltro con effetti nefasti sulle economie dei territori.
Riconvertirli in Lungodegenze avrebbe, di là da ogni colore politico, tre finalità: riutilizzare le strutture esistenti riducendo i costi pubblici; accettare come inevitabile lo spopolamento delle aree montane e accompagnarlo con un’assistenza sanitaria minima destinata in prevalenza agli anziani; compensarne la chiusura con ben altro servizio, che tuttavia può in parte valere ad assorbire la scomparsa della funzione ospedaliera.
Nei 16 anni di commissariamento governativo del Servizio sanitario calabrese, la politica ha seguito la strada dell’inazione; sia per causa del regime commissariale, che ha tolto molto potere agli organi elettivi, sia per rassegnazione, senso di impotenza, incapacità di cogliere per intero i rischi e le implicazioni dello stato dell’assistenza ospedaliera in territori con gravi problematiche di clima, viabilità e tempi di percorrenza per raggiungere gli ospedali più attrezzati. In Calabria, il modello di rete ospedaliera Hub & Spoke si è rivelato inadatto. Intanto le due diverse tipologie ospedaliere non hanno sempre tutte le dotazioni previste; anche se è in previsione, per esempio, l’apertura del reparto di Emodinamica nell’ospedale spoke di Crotone e della Cardiochirurgia in quello hub di Cosenza. I dati del Programma nazionale esiti (Agenas) sulle reti tempo-dipendenti mostrano che in Calabria il modello in questione non produce i risultati attesi. Nel caso dell’infarto Stemi, l’indicatore più importante è la quota di pazienti che riescono a ricevere l’angioplastica entro 90 minuti. In Italia, la media si colloca attorno al 63 per cento, dunque sopra la soglia minima del 60 per cento fissata dal Decreto ministeriale 70 del 2015. In Calabria, invece, in diverse aree il sistema resta sotto il livello minimo. In alcuni contesti territoriali, addirittura meno del 40 per cento dei pazienti riceve il trattamento nei tempi raccomandati. Ciò significa che molti infartuati non raggiungono in tempo i centri provvisti di Emodinamica.
Un quadro analogo emerge per l’ictus ischemico. In Italia, la mortalità a un anno sfiora il 16 per cento, ma nel Mezzogiorno e in Calabria i valori risultano più alti e variabili. Vi sono allora ritardi nell’accesso alle Stroke Unit e alle terapie di riperfusione. Anche la rete per il trauma maggiore presenta criticità. Nel Sud Agenas segnala maggiore frammentazione e tempi di centralizzazione più lunghi verso i trauma center. La lettura complessiva dei dati suggerisce che in Calabria il modello Hub & Spoke si scontra con limiti geografici e organizzativi. In sostanza, la centralizzazione delle cure nei pochi ospedali hub rallenta l’accesso ai trattamenti salvavita. Le percentuali più basse di angioplastiche tempestive, la maggiore mortalità per ictus e le difficoltà nella gestione dei traumi gravi ci dicono che la rete non riesce a garantire la rapidità imposta dalle patologie tempo-dipendenti. Insomma, i dati Agenas chiariscono che, in un territorio montano con distanze lunghe e infrastrutture limitate, un modello fortemente centralizzato può produrre l’effetto opposto a quello previsto, nel senso di ritardare l’accesso alle cure salvavita.
Non è tutto. Nei giorni scorsi è arrivata al Pronto soccorso dell’ospedale civile di San Giovanni in Fiore una giovane donna con forte dolore addominale, munita del referto di un’ecografia eseguita in uno studio medico privato, nel quale si evidenziavano tre calcoli alla colecisti e «una falda liquida nel Douglas e in regione inguinale destra». Nel documento l’ecografista indicava anche la necessità di ulteriori approfondimenti diagnostici e di una valutazione chirurgica. La paziente è stata visitata e sottoposta ai primi accertamenti. Nel referto del Pronto soccorso si legge di addome globoso, dolore diffuso e segno di Blumberg positivo. Inoltre, compaiono globuli bianchi elevati e una Ves più che raddoppiata, elementi compatibili con un processo infiammatorio in corso. Nel pomeriggio i medici del Pronto soccorso tentano di attivare altrove una consulenza chirurgica, necessaria perché nell’ospedale di San Giovanni in Fiore la figura dello specialista non è presente in quella fascia oraria. Alle 19.16 viene preso contatto con un chirurgo dell’ospedale di Crotone per una consulenza. Subito dopo viene chiamata anche la Chirurgia dell’ospedale di Paola per valutare l’invio della paziente. Secondo quanto annotato nel verbale, il chirurgo di turno di Paola sostiene che non vi sarebbe un’urgenza addominale acuta e che la paziente dovrebbe programmare una visita chirurgica ambulatoriale. A quel punto viene ricontattato il chirurgo in servizio dell’ospedale di Crotone. Nel documento del Pronto soccorso di San Giovanni in Fiore si legge che, dopo un primo accordo, lo stesso medico riferisce che «non è legale inviare la paziente in consulenza a Crotone». Di conseguenza, la paziente non viene presa in carico né dall’ospedale di Paola né da quello di Crotone. Il verbale di dimissione indica come diagnosi «litiasi della colecisti» e conclude con l’indicazione di effettuare una visita chirurgica ambulatoriale «in altra struttura per mancanza di figura specialistica in sede». Nel diario clinico c’è una risposta che non può passare in cavalleria: «non è legale inviare la paziente in consulenza a Crotone». Se è così, quale norma lo stabilisce? E se non esiste, chi ha deciso che quella paziente non poteva essere presa in carico? Che cosa ne pensa il commissario governativo alla Sanità, il presidente Roberto Occhiuto? Le condizioni della paziente potevano peggiorare. Il dato è che la donna ha dovuto affrontare il problema da sola, al di fuori di un ricovero protetto, senza essere sottoposta a ulteriori accertamenti, impossibili a San Giovanni in Fiore, e senza rimanere in osservazione in un ospedale più attrezzato. Peraltro, è stata poi visitata da specialisti privati, che hanno riscontrato un problema che poteva provocare un’emorragia interna.
Il caso fa riflettere sullo stato di impotenza degli ospedali montani della Calabria. E non è colpa dei sanitari che ci lavorano, costretti a decisioni complicate, sotto stress, in condizioni di insicurezza derivanti dall’esiguità di organico e dalla carenza di mezzi. Ancora, di recente un paziente è arrivato all’ospedale di Cosenza da quello di San Giovanni in Fiore, dove è stato poi rimandato dopo un accesso al Pronto soccorso dell’hub cosentino. Il paziente aveva un infarto in corso, diagnosticato nell’ospedale di San Giovanni in Fiore al suo rientro da quello di Cosenza, dove era stato sottoposto a elettrocardiogramma. Il paziente è stato quindi rimandato a Cosenza per il trattamento dell’infarto. Questa è la realtà, dove la fortuna ha un ruolo rilevante e spesso decisivo. Si tratta ora di stabilire se le popolazioni delle aree montane della Calabria devono avere – ad Acri, a San Giovanni in Fiore, a Serra San Bruno e a Soveria Mannelli – degli ospedali in grado di curare i pazienti sul posto, atteso che le distanze sono impedienti e che il modello Hub & Spoke mostra in tutta evidenza pesanti criticità fisse, a partire dalle situazioni di emergenza-urgenza. Siamo al classico bivio tra vincoli europei e diritti della persona, fra rassegnazione e responsabilità, contenimento della spesa pubblica e investimento per la tutela della salute, della vita e del futuro di questi territori e dei loro abitanti. E il problema non è soltanto della Calabria. Spia, come spesso accade, dell’inadeguatezza delle politiche monetarie e sanitarie seguite a partire dal ’92. (redazione@corrierecal.it)
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