Dal clan di ‘ndrangheta al reddito di cittadinanza: nuovo processo per Giovanni Raso
L’uomo dovrà rispondere dell’omessa comunicazione della condanna del 2020 per associazione mafiosa, legata alle attività criminali della sua famiglia nell’operazione Alto Piemonte

C’è un altro capitolo giudiziario che si aggiunge alla lunga storia della famiglia Raso in Piemonte. Protagonista è Giovanni Raso, 49 anni, residente a Cavaglià, rinviato a giudizio, come riportato dal quotidiano La Stampa, con l’accusa di aver ottenuto il reddito di cittadinanza omettendo un dettaglio tutt’altro che secondario: una condanna per associazione mafiosa. Secondo l’accusa, nella richiesta del sussidio statale l’uomo non avrebbe dichiarato la sentenza che nel 2020 lo aveva riconosciuto colpevole nell’ambito dell’inchiesta che aveva smantellato la cosiddetta “locale” di ‘ndrangheta radicata tra Biellese e Vercellese. Una vicenda che ora lo riporta davanti ai giudici, difeso dall’avvocato Francesco Alosi.
La vicenda giudiziaria
La vicenda di Giovanni Raso è strettamente legata alla storia familiare e criminale dei Raso, radicati nel Biellese e nelle province di Torino, Vercelli, Novara e Santhià. Il padre, Antonio Raso, capo della locale di Santhià, fu condannato a 14 anni per aver guidato un’organizzazione dedita a estorsioni, traffico di droga, detenzione illegale di armi e persino tentati omicidi, attività accertate dall’inchiesta Alto Piemonte, condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino.
L’operazione, conclusasi nel 2016, portò a 16 arresti (di cui uno ai domiciliari) e 2 obblighi di presentazione, coinvolgendo Giovanni Raso e altri membri della famiglia. Le indagini, supportate dalle rivelazioni del pentito Cosimo Di Mauro, genero di Antonio Raso, ricostruirono decenni di attività criminali: furti, rapine, usura, sequestro di persona e riciclaggio. Tra i fatti più eclatanti emerse anche il sequestro di un imprenditore nel 2010, un episodio che segnò la capacità intimidatoria della cosca.
Non mancarono filoni curiosi: i legami con alcuni dirigenti della Juventus, coinvolti nel bagarinaggio, mostrarono come la ‘ndrina piemontese sapesse infiltrarsi anche in attività legali e prestigiose, intrecciando affari leciti e illeciti.
Giovanni Raso, detto “Rocco” ottenne una condanna di 8 anni e 7 mesi, mentre l’altro Giovanni Raso, suo fratello, fu condannato a 6 anni, 11 mesi e 10 giorni. Il padre Antonio, figura centrale della cosca, aveva ricevuto 14 anni, ridotti a 13 anni e 10 mesi in appello. Anche gli altri membri della famiglia e collaboratori stretti furono puniti con pene che variavano da 3 anni e 10 mesi fino a 13 anni e 2 mesi, a seconda del ruolo nell’organizzazione e dei reati contestati.
Il quadro giudiziario confermò l’esistenza di una associazione mafiosa stabile e ramificata, con ramificazioni dal traffico di droga fino all’estorsione e alla detenzione illegale di armi, consolidando l’operazione Alto Piemonte come un punto di riferimento per le indagini antimafia nel Biellese.
Il paradosso del Reddito di cittadinanza
Ora, la vicenda del Reddito di cittadinanza riapre il dibattito sull’efficacia dei controlli: Raso, secondo le indagini ha potuto presentare domanda senza dichiarare la condanna, ottenendo così un beneficio pubblico mentre il suo passato giudiziario era noto agli uffici. (redazione@corrierecal.it)
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