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la riflessione

La morte di Jürgen Habermas, ultimo gigante della filosofia

Come cambia l’addio tra maestri del pensiero e stelle dello spettacolo

Pubblicato il: 15/03/2026 – 11:07
di Ennio Stamile
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La morte di Jürgen Habermas, ultimo gigante della filosofia

Il mondo della cultura, oggi così distante e diverso da quello dello spettacolo e della politica, piange la scomparsa di Jürgen Habermas, uno dei più influenti filosofi e sociologi contemporanei, morto il 14 marzo 2026 all’età di 96 anni. Ultimo grande erede della Scuola di Francoforte, Habermas ha dedicato la sua vita alla difesa della ragione comunicativa e dei valori democratici. Nato a Düsseldorf nel 1929, Habermas ha attraversato quasi un secolo di storia, succedendo a Max Horkheimer alla cattedra di filosofia dell’Università di Francoforte. La sua carriera è stata segnata da un impegno civile costante. Negli anni ’70 ha ideato e proposto la “teoria dell’azione comunicativa”, secondo cui il linguaggio e il dialogo razionale sono gli strumenti fondamentali per superare i conflitti e costruire il consenso nelle società moderne. Questa teoria stride, evidentemente, contro tutti coloro che ritengono che l’unico modo per risolvere i conflitti sia la guerra. Da sempre, il filosofo tedesco, è stato promotore dell’idea di una cittadinanza attiva e responsabile, legata non all’appartenenza etnica o nazionale, ma alla condivisione dei valori e delle istituzioni democratiche. Questi valori è bene sempre ricordarli, soprattutto in tempi come quelli cha stiamo attraversando, segnati di profonda crisi democratica: sovranità popolare, libertà (di espressione, associazione, stampa) uguaglianza, separazione dei poteri, parità di diritti e doveri, rispetto dei diritti umani e delle minoranze, ripudio della guerra. Ogni cittadino che voglia dirsi democratico deve ricordarli sempre, a maggior ragione chi s’impegna all’azione politica e giura solennemente su di essi. Habermas, inoltre, è stato un fervente sostenitore del progetto europeo, vedendo nell’Unione l’unica via per preservare la democrazia in un mondo globalizzato. Non è stato solo un semplice accademico, ma i tanti che lo hanno conosciuto e studiato e apprezzato, lo hanno definito un “filosofo pubblico” pronto a intervenire sui grandi nodi del suo tempo. È ricordato per “La disputa degli storici”: a metà degli anni ’80 si oppose fermamente, da cittadino tedesco ed europeo, ai tentativi di revisionismo storico che cercavano di minimizzare le responsabilità nazi-fasciste. Dopo la caduta del muro di Berlino espresse dubbi sui metodi della riunificazione tedesca, temendo che fossero guidati più da logiche di mercato che da un vero dibattito democratico. Negli ultimi anni ha esplorato il ruolo della religione nelle società post-secolari, cercando un terreno d’intesa tra credenti e non credenti basato sulla ragione. Con la sua scomparsa, descritta da molti media come l’addio all’ultimo “titano del pensiero occidentale” si chiude un capitolo fondamentale della filosofia del Novecento. Nel mondo odierno sempre più globalizzato, confuso e liquido, l’eco di una scomparsa non si misura quasi mai in base al contributo che il defunto ha dato alla società, ma in base alla sua capacità di bucare lo schermo. Quando muore un intellettuale e un personaggio dello spettacolo a breve distanza l’uno dall’altro, il corto circuito mediatico è servito: da una parte un trafiletto nelle pagine culturali, dall’altra una maratona televisiva a reti unificate. Un’altra differenza fondamentale, tra il racconto Mediatico delle due morti risiede nella c.d. familiarità: di un intellettuale i più non conoscono le idee, mentre conoscono il sorriso, la voce e il volto del personaggio dello spettacolo; il primo insegna a pensare e ad agire di conseguenza, il secondo aiuta a non farlo, offrendo svago e leggerezza dell’essere. In un sistema mediatico che premia l’emozione rapida rispetto alla riflessione profonda, la morte “pop” vince sempre sulla morte “dotta”. Ciò che resta di Habermas, oltre alle sue numerose opere, è il suo monito destinato a rimanere sempre attuale: la democrazia sopravvive solo se siamo disposti a parlarci, a riconoscerci come eguali e a sottoporre ogni potere al vaglio della critica razionale.

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