Il Sud protagonista del Mediterraneo
Arte, architettura e fotografia raccontano le “Mutazioni” tra Reggio Calabria e Messina, rendendo lo Stretto centro di sperimentazione internazionale

REGGIO CALABRIA «Una Biennale capace di muoversi su una doppia scala, sempre più riconosciuta a livello internazionale ma profondamente radicata nel territorio, fino a trasformarlo in un laboratorio concreto di ricerca e sperimentazione». È la visione dell’architetto Giuseppe Femia, ideatore della Biennale dello Stretto, che alla terza edizione rilancia la sfida di costruire nel Sud un nuovo baricentro culturale. Un progetto che nasce controcorrente e che oggi si consolida come esperienza «reale e ambiziosa”, capace di offrire visioni sul futuro e, allo stesso tempo, di scardinare una narrazione ancora diffusa che relega il Sud ai margini dei grandi eventi culturali. In realtà, è proprio dallo Stretto che si osserva un Mediterraneo in piena trasformazione, proiettato verso i Paesi dell’area MENA e verso un continente africano destinato a diventare centrale nei prossimi decenni. È in questo scenario che prende forma il tema dell’edizione 2026, “Mutazioni”: cambiamenti profondi, rapidi e non lineari che investono città, paesaggi e società, imponendo nuove chiavi di lettura. Architettura, arte e fotografia diventano così strumenti per interpretare e anticipare queste trasformazioni. A guidare la Biennale saranno, insieme a Femia, Annalisa Metta, paesaggista e professoressa ordinaria all’Università Roma Tre e Salima Naji, antropologa e architetta di Agadir, voce mediterranea di contrappunto, in una direzione scientifica che unisce competenze e sguardi diversi.


«Mutazioni — spiegano — è un invito a riflettere su ciò che sta realmente accadendo, oltre gli scenari semplificati, per comprendere le conseguenze già in atto nei territori e nelle città». L’edizione 2026 della Biennale si costruisce su un processo curatoriale composto da 8 curatori per l’area progettuale scientifica e 4 curatori per le sessioni di arte, fotografia e design. La presentazione, ospitata sulla terrazza del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, ha restituito il senso profondo di questo percorso. Un momento partecipato, aperto dalla proiezione di un video che ha ripercorso le edizioni precedenti e la genesi della Biennale, restituendo attraverso immagini e testimonianze la crescita di un progetto costruito nel tempo insieme al territorio. Un progetto atipico, sostenuto da una rete condivisa di enti pubblici e imprese private e prenderà vita dal 18 settembre al 13 dicembre 2026 in location diverse tra Reggio Calabria e Messina. Promossa dalla Fondazione Le Città del Futuro e realizzata da 500×100, coinvolge istituzioni, università, Museo archeologico nazionale, ordine degli architetti e Ance, partner locali e nazionali, in un modello collaborativo che ne rappresenta la forza e la condizione stessa di sviluppo. Cuore della manifestazione sarà ancora una volta il Forte Batteria Siacci di Campo Calabro, imponente architettura militare affacciata sullo Stretto di Messina, che con i suoi spazi sotterranei e la sua storia diventa luogo simbolico e operativo della Biennale, insieme ad altri siti del territorio coinvolti nel programma. I dibatti si svolgeranno, sulla sponda calabrese a Forte Batteria Siacci; al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, in coordinamento con il direttore Fabrizio Sudano; a Villa Genoese Zerbi, storica villa reggina affacciata su quello che, secondo Gabriele D’Annunzio, è il chilometro più bello d’Italia, con la collaborazione di Vincenzo Pennestrì e in location diffuse su quella siciliana. «Questa edizione della Biennale dello Stretto è molto più di un progetto culturale — conclude Femia — è una ricerca complessa, segnata dalle asperità delle mutazioni contemporanee. Porterà a visioni imperfette, ma ciò che conta è mantenere chiaro l’obiettivo: recuperare, con strumenti nuovi e maggiore consapevolezza, un equilibrio minimo che permetta al futuro di esistere, senza limitarsi ad adattarsi passivamente a un mondo alterato». Un valore ribadito anche dal sindaco metropolitano facente funzioni Carmelo Versace, che definisce la Biennale «un luogo di incontro e di pensiero» capace di unire Reggio Calabria e Messina e di mettere al centro il rapporto tra uomo, natura e città, la qualità della vita e la forza delle comunità. «Tra qualche giorno, – spiega Versace – la presenteremo anche nella capitale economica, Milano. Non posso che essere grato alla Fondazione, ad Alfonso Femi, a tutti i curatori e a tutte le persone che hanno creduto e continuano a credere in questo progetto. Come Città Metropolitana, continueremo a supportarlo concretamente. Nei prossimi giorni firmeremo un nuovo protocollo: in precedenza lo avevamo firmato con gli ordini professionali, ma questa volta lo firmeremo direttamente con la Fondazione, che ha reso possibile questa terza edizione della Biennale. Ci sono tutti gli ingredienti perché tanti, speriamo curiosi, possano scoprire le novità che presenteremo. Noi saremo qui ad accoglierli a braccia aperte». «La Biennale dello Stretto racconta l’idea di un’area integrata dello Stretto, – dice il sindaco facente funzioni di Reggio Calabria Mimmo Battaglia – un concetto che esiste già nella realtà: è il naturale frutto della vicinanza e della collaborazione tra Reggio e Messina. Io lo dico sempre: prima di essere messinesi o reggini, siamo strettesi. Questo è un vero valore aggiunto, perché siamo 500 mila persone unite dal mare, non divise dall’acqua. Complessivamente, le due province contano 1.200.000 abitanti: due città metropolitane periferiche nelle rispettive regioni, ma centri importanti del Mediterraneo. Noi siamo la porta del Mediterraneo, e la Biennale è uno strumento fondamentale per candidarci a diventare un punto di riferimento per i paesi del Nord Africa e per l’Europa, un luogo in cui discutere, confrontarsi e dibattere su ogni tema. In questo senso, la Biennale rappresenta davvero il luogo ideale perché tutto questo possa accadere».
Più che un evento, dunque, la Biennale dello Stretto si conferma come un processo culturale condiviso, un laboratorio aperto sul presente e sul futuro, in cui le mutazioni diventano terreno vivo di confronto e possibilità.
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