Le radici della ‘ndrangheta in Piemonte e l’evoluzione dei clan: dall’omicidio Caccia all’inchiesta Minotauro
Il dossier di Libera traccia i confini di una ’ndrangheta radicata in 24 comuni piemontesi, tra 900 affiliati e una complicità che nasce dalla «libera scelta» del profitto

TORINO Dall’unico omicidio di un magistrato per mano della criminalità organizzata di stampo mafioso nel Nord Italia, alle numerose inchieste che hanno svelato la presenza dei clan di ‘ndrangheta che negli anni sono stati in grado di tessere rapporti e mettere radici profonde in una regione che sembrava tanto lontana dalla Calabria, da apparire impenetrabile. Eppure, oggi sappiamo benissimo che i clan di ‘ndrangheta sono riusciti a radicarsi in posti ben più lontani, oltrepassando non solo i confini regionali e nazionali. Una presenza che in Piemonte spesso viene dimenticata, ma che ha lasciato e continua a lasciare segni ben evidenti.
La cronaca della presenza mafiosa in tutta la regione trova il suo punto di origine nell’omicidio del Procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, avvenuto la sera del 26 giugno 1983. Caccia fu colpito da 17 colpi di pistola in via Sommacampagna mentre passeggiava con il proprio cane. Le indagini successive hanno attribuito la responsabilità del delitto a Domenico Belfiore, all’epoca vertice della ‘ndrangheta locale, e a un commando che includeva Rocco Schirripa. Nonostante l’importanza del magistrato, il dossier di Libera “Non è altrove” evidenzia come per anni questa vicenda sia stata oggetto di una sottovalutazione collettiva.

Le inchieste che hanno scosso il Piemonte
La reale portata di questa infiltrazione è emersa con violenza l’8 giugno 2011, data dell’operazione “Minotauro”, con l’arresto di 142 persone. Le indagini hanno svelato legami profondi con la politica, portando alle condanne di figure come l’ex sindaco di Leinì, Nevio Coral, e l’assessore di Chivasso, Bruno Trunfio. «È evidente che l’organizzazione ha cercato di infiltrare la politica e le istituzioni», sostenne allora il procuratore Gian Carlo Caselli. Da quel momento è cambiato anche il modo di fare indagini: come spiegato dal magistrato Roberto Sparagna, l’attenzione si è spostata direttamente sulle intercettazioni per capire come si muovesse la struttura. «L’operazione Minotauro — ha dichiarato Tommaso Pastore, Capocentro della Dia di Torino, in audizione presso la commissione regionale Legalità nella seduta del 23 gennaio 2025 — che cos’è che sancisce? Sancisce un principio importante: per la prima volta si certifica e si dice che ne è diretta conseguenza che la struttura non è indipendente, ma dipende direttamente dal crimine calabrese. Ha conquistato un’autonomia operativa, cioè sul territorio piemontese le scelte operative possono essere prese in maniera relativamente autonoma, ma la struttura dipende direttamente dal crimine calabrese».
Una regione sotto scacco
I dati odierni confermano la capillarità di questo sistema: la Dia stima almeno 900 affiliati divisi in 16 locali e 30 ‘ndrine, presenti in 24 comuni della regione. Le inchieste più recenti, come “Carminius-Fenice” a Carmagnola e “LiberaMensa” a Torino, mostrano una ‘ndrangheta capace di tutto: dal controllo del gioco d’azzardo all’infiltrazione nei servizi pubblici, addirittura fino alla gestione del bar interno al Tribunale di Torino. È un’economia parallela che inquina l’edilizia, i trasporti e il commercio di metalli. Le prime attività delle mafie in Piemonte e i numerosi rapimenti a fini estorsivi – sottolinea il report – «hanno permesso alle organizzazioni criminali, in particolare la ’ndrangheta, di accumulare ricchezza poi investita nel traffico di sostanze stupefacenti e, in seguito, nei mercati legali».
Interessi criminali che si estendono in tutto il Piemonte, da Torino e Volpiano, ad Asti e Novara. «Sono stati disvelati, infatti, gli interessi preminenti nel settore turistico-alberghiero, della ristorazione, della gestione di servizi pubblici e di immobili da parte dei sodali delle locali di Volpiano (TO), ritenuti, tra l’altro, responsabili di reimpiego di capitali illeciti anche tramite prestanome. Rilevanti inchieste – sottolinea ancora il report – hanno fatto luce sull’infiltrazione di sodalizi riconducibili a cosche reggine anche nel settore dell’edilizia e dei trasporti, sfociata nell’aggiudicazione indebita di appalti per lavori di manutenzione di strade e autostrade. Sono altresì emersi gli interessi dei sodali della locale di Asti nel settore delle demolizioni, del commercio di giornali e riviste e generi di monopolio, e del commercio all’ingrosso di metalli non ferrosi. In provincia di Novara, soggetti ritenuti «vicini» a consorterie mafiose originarie della Locride hanno manifestato i propri interessi nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi e lubrificanti per autotrazione e di combustibili per riscaldamento».
L’area grigia e la “libera scelta” degli imprenditori
Il report di Libera, presentato per la Giornata della Memoria del 21 marzo, che si terrà quest’anno proprio a Torino, solleva un interrogativo pesante sulla responsabilità civile. Il procuratore capo Giovanni Bombardieri è stato netto nel denunciare come la mafia in Piemonte sia figlia di una sottovalutazione strategica: «Conveniva a tutti per “stare tranquilli”, eppure in questa regione ci sono state manifestazioni feroci della criminalità ‘ndranghetista».
La procuratrice generale Lucia Musti, all’apertura dell’anno giudiziario 2026, ha descritto un’area grigia dove imprenditori e colletti bianchi scelgono consapevolmente la ‘ndrangheta per logiche di profitto. Non si parla più di pizzo subito con la forza, ma di una convenienza reciproca: sono gli stessi imprenditori a cercare i clan per appaltare logistica, sicurezza o smaltimento rifiuti a «costi dimezzati». Un fenomeno che Musti definisce «frutto non di costrizione, ma di libera scelta».
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