’Ndrangheta a Roma, l’affondo di Musarò: «Conversazioni stravolte». E su Alvaro: «Non andò alla mangiata per paura»
Nel processo Propaggine la dura controreplica dell’accusa sulle intercettazioni, il pranzo del 2017 e il ruolo del presunto locale romano

ROMA Conversazioni «non analizzate», brani «decontestualizzati», trascrizioni che – secondo l’accusa – finiscono per «stravolgere» il senso dei dialoghi intercettati. Nella controreplica del processo “Propaggine”, il pm Giovanni Musarò rilancia punto per punto l’impianto accusatorio contro la presunta cellula di ’ndrangheta attiva a Roma e sul litorale. «Gran parte degli argomenti che noi abbiamo utilizzato per giustificare, per motivare la costituzione del delitto di cui al capo 1, a nostro avviso sono stati completamente elusi», afferma il magistrato. Il principale imputato nel dibattimento davanti all’VIII sezione penale del Tribunale di Roma è il calabrese Vincenzo Alvaro, 62 anni di Cosoleto (RC), per i quali i pm hanno sollecitato una pena di 30 anni di carcere.

La controreplica del pm
Per il pm, come ribadito, «ci sono conversazioni che non sono state proprio analizzate, tipo quella, importante, del 20 dicembre 2017, quando Ferdinando Ascrizzi, cognato di Francesco Condina, porta al cospetto di Antonio Carzo un soggetto che è ’ndranghetista e che ha necessità di decidere in quale locale “farsi chiamare il posto”, e Carzo gli dice: “Qua io ho la responsabilità e lo puoi fare”. È una conversazione importante, non considerata proprio. Poi sono scelte difensive che non voglio sindacare. Quello che invece voglio sindacare è il fatto che, quando poi una conversazione viene analizzata, si analizzano solo alcuni passaggi che vengono decontestualizzati dal dialogo». Il pm richiama in aula la famosa conversazione del 15 aprile 2018, che «il difensore di Alvaro definisce la madre di tutte le intercettazioni sulla costituzione della delocalizzata. Noi rileviamo due cose», osserva Musarò. La prima è che si tratta di una conversazione lunga e articolata, ma con un passaggio chiave, al di là di tutto il resto: il momento in cui Carzo spiega a Greco cosa era successo. «Quando Greco gli chiede: “Ma io non capisco com’è che tu sei riuscito a ottenere quello che era giusto che altri, prima di te, pur essendo qui da vent’anni, non erano riusciti a ottenere”». Quindi, secondo il pm, sono due i passaggi chiave: il riferimento alla costituzione della delocalizzata e la chiamata in causa di Vincenzo Alvaro.
Dal «bel momento» al locale di ‘ndrangheta
Musarò, nella sua controreplica, non nasconde una certa soddisfazione e parla di un «bel momento». Il riferimento è all’ascolto di una conversazione. «Quando ho letto “abbiamo costituito un locale”, ognuno vive di quello che vuole, è stato un bel momento dell’indagine. Nessuno l’ha mai spiegata. Francesco Greco, che è interlocutore di quella conversazione, il suo difensore dice: lui ha parlato, lui ha ascoltato e ha spiegato perché andava lì. Ma perché andava lì, contra ius o legittimamente, non ha spiegato un bel niente, perché dite le sue parole e non spiega». Come spiegato da Musarò, tutti hanno ritenuto che in quella conversazione il locale fosse un locale di ’ndrangheta, ma «c’è stata la difesa di Palamara Antonio e Palamara Giovanni che ha proposto una lettura alternativa e dice: “Guardate che là sta parlando di un locale commerciale”. E allora mi chiedo: qual è il locale commerciale al centro di Roma che aveva Carzo nell’aprile 2018, quando voi dite che non riusciva a comprare il prosciutto? Qual è questo locale commerciale?». Il problema, aggiunge il pm, è che «la trascrizione non è questa. Sinceramente poi inizio a fare fatica a replicare su tutto. Io evidenzio qualcosa, la frase è “avete un locale”; c’era la conversazione che coniugavano al futuro e invece era al passato, adesso la coniugano al passato e invece è al presente. Così si stravolge il contenuto della conversazione», afferma un po’ contrariato Musarò.
La “mangiata di ‘ndrangheta”
Altro tema utilizzato e cavalcato dalle difese per sostenere che non esiste il locale di Roma riguarda la famosa mangiata. «Se ci si vuole seriamente approcciare a questo argomento per confutare la tesi del Pubblico ministero, non ci si può non confrontare con tre dati fondamentali: le due intercettazioni che ho indicato prima, e non le ripeto, prima e dopo la mangiata, in cui dicono che la mangiata era finalizzata a parlare di ’ndrangheta e, dopo, dicono “alla mangiata non abbiamo potuto dare le doti perché mancava Vincenzo”; e soprattutto il modo in cui quella mangiata è stata organizzata, cioè senza fare neanche una telefonata e con convocazioni fatte de visu, una a una, e che abbiamo ricostruito grazie al gps montato a bordo dell’autovettura in uso a Carzo». Come ha spiegato il pm, sulla base di questi elementi, in abbreviato è già stato stabilito che quella era una riunione di ’ndrangheta. «Ora io giro queste domande retoriche che leggo, che scrive la Corte d’appello, ai difensori: non si comprende la ragione per la quale un pranzo conviviale o addirittura danzante dovesse essere organizzato contattando de visu, uno a uno, i convitati. In effetti manco io riesco a capirlo, ma non lo capirò mai, perché su questo punto nessuno risponde». «Soprattutto non si comprende la ragione per la quale un mero pranzo conviviale, dunque una semplice riunione amicale e parentale, fosse stato designato quale occasione per discutere in merito ai movimenti che avrebbero dovuto essere discussi e dei nomi che Carzo aveva già nella testa, ma dei quali avrebbe dovuto disquisire anche con Alvaro Vincenzo», come emerge dalla conversazione fra Carzo e Versace, spiega ancora il pm. «Su cosa si concentrano invece i difensori? Sulle dichiarazioni di Belnome, uno che non fa altro che confermare l’impostazione accusatoria, soprattutto quando dice: “I Gallace non andavano per paura”. E questa affermazione di Belnome è riscontrata da quello che dice Versace, quello che qua, in sede di dichiarazioni spontanee, ha detto: “Io non immaginavo mai di trovarmi in una situazione del genere, abbiamo organizzato un pranzo conviviale, non immaginavo mai”. Ma quando il 22 ottobre 2017, dopo la mangiata, parlano con Carzo della mangiata e di alcune defezioni che ci sono state, Versace spiega queste defezioni dicendo quello che dice Belnome, cioè: c’è chi si spaventa e non viene perché ha paura che ci siano le telecamere della polizia giudiziaria».

Il porticato, le donne e i bambini
Questo è un primo aspetto. Poi il pm accende i riflettori su un secondo punto, e cioè la ricostruzione difensiva secondo la quale il famoso pranzo sarebbe stato in realtà un incontro sotto un porticato all’aperto. «A parte il fatto che quello era un feudo degli Alvaro, infatti la pg, se fosse arrivata, sarebbe stata individuata immediatamente. Ma chi ha detto che quel pranzo era avvenuto sotto quel porticato? Noi lo abbiamo localizzato: è un fabbricato su due piani, chiuso; qua è avvenuta la mangiata. Ma chi dice che è avvenuta altrove? Versace Domenico, perché gli fa comodo. E perché dobbiamo andargli dietro? E poi si dice: erano presenti le donne e i bambini. Ma è un’altra cosa che non è vera. Le donne e i bambini che abitavano con i Versace saranno stati in quella casa e saranno stati fatti uscire o andare in un’altra stanza, ma le donne, che in questo processo sono comunque tante, mica hanno partecipato alla mangiata: non c’è alcuna prova che abbiano partecipato alla mangiata. Ma soprattutto noi abbiamo l’invito in diretta che fa Carzo a Condino e Greco il 6 ottobre e mica dice “ovviamente interverranno pure le signore”. Quindi invece di parlare delle cose serie si concentrano a parlare di queste cose, della spesa, dei dolci e degli orfanelli, ma queste sono cose che introducono loro e che non trovano alcuna prova nel processo».
L’assenza di Alvaro
Altro tema centrale: l’assenza di Vincenzo Alvaro. Dall’ambientale del 15 ottobre emerge che Alvaro manda a dire a Carzo «non posso venire perché mi mancano operai», da una conversazione intercettata nel pomeriggio con un’altra persona. In quella stessa conversazione Alvaro dice: «No, a pranzo sono stato con mio genero e con lo zio del genero». Dunque, per Musarò, «ammesso che sia vero o non sia vero, non lo so, perché Alvaro doveva inventare una scusa? Perché doveva giustificare l’assenza? Perché se fosse stato un pranzo normale, ma se io ho il pranzo con mio genero gli dico “caro Carzo e caro Trimarchi e caro Versace, la capra ce la mangiamo un altro giorno, ora è salito il genero dalla Calabria, non è che posso fare questa figura”». Tutti discorsi sull’assenza di Alvaro fatti però senza l’oste, che è lo stesso Alvaro, al quale «la domanda l’abbiamo fatta il 22 ottobre 2024. Nel corso dell’esame Alvaro ha detto: “Io di questa mangiata l’ho saputo dopo, non sono stato invitato, l’ho saputo da Cordiano che ha partecipato, l’ho saputo che ha partecipato anche mio nipote. Ovviamente è stata una cosa conviviale”. Quindi Alvaro non dice: “Mi hanno invitato e non sono potuto andare perché ho inventato una scusa, non sono potuto andare” per chissà quale motivo. E ancora una volta, se fosse stato un pranzo normale, che motivo avrebbe avuto Alvaro di non dirlo chiaramente, rispondendo all’esame del Pubblico ministero?». «Per cui, come è stato detto, a un certo punto dicono: “Alvaro non va per paura”. Presidente, sa cosa penso io? Che è vero. Alvaro non va perché è Alvaro, che viene invitato e deve partecipare, però è una persona accorta, è una persona scottata da precedenti esperienze. Alvaro probabilmente con una scusa non è andato, ci ha mandato uno dei suoi luogotenenti, cioè Cordiano, e ci ha mandato il nipote. Ma non glieli ha mandati così: li ha mandati con un’ambasciata che avrebbe consentito a Carzo di fare a meno della sua presenza, cioè di dire: “Ha detto mio zio che questa cosa si può fare”, mentre Carzo si arrabbia e dice: “No, questa cosa si farà quando c’è tuo zio”», ribadisce in aula il pm Giovanni Musarò. Insomma, per il pm Alvaro «ha inventato una scusa? Probabile. Aveva paura? Probabilmente sì. E perché aveva paura? Certo è che doveva andare e soprattutto certo è che il fatto che non sia andato ha avuto ricadute concrete su quella riunione. Per cui vedete che poi alla fine, gira e volta, possiamo girare da sopra, da sotto, di lato, ma il discorso non cambia: quella era una riunione di ’ndrangheta in cui si doveva parlare dei movimenti fatti all’interno del locale, dovevano partecipare una serie di personaggi. Non possiamo certo superare queste evidenze con la spesa dei dolci, gli orfanelli e l’invenzione di sana pianta del porticato, o il fatto che fossero presenti le donne, che invece ovviamente non erano invitate e non erano neanche contemplate».