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Oltre la ’ndrangheta, la Calabria che non si racconta

Dalla trama religiosa al pensiero di Gioacchino da Fiore, una regione molto più complessa del racconto stereotipato che la riduce a marginalità e criminalità

Pubblicato il: 27/03/2026 – 10:30
di Emiliano Morrone
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Oltre la ’ndrangheta, la Calabria che non si racconta

Dall’esterno la Calabria viene spesso raccontata come terra di ’ndrangheta e arretratezza. È una narrazione dominante, riduttiva, stereotipata, stigmatizzante, che finisce per nasconderne la storia lunga e complessa. Nel tentativo di spettacolarizzare e vendere quest’immagine negativa, il mainstream ignora – o finge di ignorare – che la Calabria è fra le aree religiosamente più dense d’Italia per sedimentazione di culto, continuità monastica, presenza capillare della Chiesa, memoria di santi, beati e venerabili. Attenzione: non esiste ancora un censimento definitivo che dica quale sia la regione italiana più ricca in tal senso. Ciononostante, la Calabria può essere letta, senza timore di smentita, come una trama religiosa di eccezionale densità.

Una Chiesa capillare: i numeri

I numeri della struttura ecclesiale attuale danno abbastanza la misura di questa intensità. La Regione ecclesiastica Calabria – che secondo l’Istat conta 1,84 milioni di abitanti – comprende 12 diocesi, 996 parrocchie, 1.085 sacerdoti secolari, 265 sacerdoti regolari e 228 diaconi permanenti. Sono dati ufficiali della Conferenza episcopale italiana, tratti dall’Annuario Pontificio 2025 per sacerdoti, diaconi e superficie, oltre che dall’Istituto centrale per il sostentamento del clero.

Patrimonio culturale sterminato

Vi si aggiunge un patrimonio immenso. La Cei lo censisce attraverso BeWeB, “Beni ecclesiastici in web”, il portale nazionale che raccoglie e rende consultabili i dati sul patrimonio storico-artistico, architettonico, archivistico e librario delle diocesi italiane, in continuo aggiornamento. Per la Calabria, la scheda della Regione ecclesiastica riporta quasi 100mila beni storico-artistici, oltre 280mila beni librari, più di 2.500 beni architettonici e decine di istituti culturali. Per una regione spesso bollata come marginale, questi numeri dicono l’opposto: il territorio calabrese ha modellato paesi, calendari, linguaggi, architetture, archivi, biblioteche e mentalità.

Terra di confine: la storia religiosa

Le ragioni affondano nella storia del territorio. La Calabria è stata una frontiera e insieme un approdo: terra greca, latina, bizantina, normanna; terra di eremi, laure monastiche, abbazie, vescovati, migrazioni e contaminazioni. Per secoli nella regione hanno convissuto rito greco e rito latino. La Calabria medievale conobbe una coesistenza liturgica reale; il rito greco sopravvisse a lungo anche dopo la latinizzazione, mentre le migrazioni arbëreshe del Quattrocento e del Cinquecento riattivarono quella matrice orientale in diversi luoghi della regione. Tale stratificazione è la chiave per capire perché la religione del popolo calabrese non sia mai stata uniforme e perché il cristianesimo abbia spesso assunto, in questo territorio, i tratti del confine e della lunga durata.

La costellazione dei santi

Da questo ricchezza religiosa nasce una costellazione singolare di figure spirituali. Due nomi, più di tutti, spiegano l’importanza del fenomeno: Nilo di Rossano e Francesco di Paola. Il primo incarna la grande civiltà greco-bizantina del Sud; il secondo trasforma l’ascesi in popolo, fonda un ordine, attraversa il Mediterraneo e arriva alle corti d’Europa. In mezzo si colloca una lunga teoria di santi, beati e figure spirituali: Bruno di Colonia, fondatore della Certosa di Serra San Bruno, Angelo d’Acri, Umile da Bisignano, Nicola da Longobardi, fino a testimonianze più recenti come quella di Natuzza Evolo. Ecco perché la Calabria può essere definita, con prudenza ma senza timidezza, una delle regioni italiane a più alta densità agiografica relativa, per concentrazione storica in rapporto a una popolazione tutto sommato contenuta.

Gioacchino da Fiore e l’utopia dello Spirito

In questa storia spicca la figura dell’abate Gioacchino da Fiore. Per lui è stato promosso l’avvio di un percorso canonico, ma la sua grandezza supera l’atteso riconoscimento formale. Nella visione storica dell’abate calabrese, articolata nelle età del Padre, del Figlio e dello Spirito, si apre un’idea di futuro di sorprendente attualità: un tempo di pace, di giustizia, di riconciliazione fra i popoli e fra le religioni. In questo senso, la Calabria non è soltanto terra di devozione, culto e rito. È anche terra di pensiero, profezia, tensione utopica. Gioacchino non si limita a custodire il passato ma prova a immaginare un tempo migliore nel corso della storia.

Oltre la ’ndrangheta, una lettura civile

Il dato sulla santità calabrese merita allora anche una lettura civile. Da decenni si ripete che la Calabria è terra di ’ndrangheta. È vero: la ’ndrangheta esiste, ferisce e condiziona pesantemente. Ma è falso – o almeno gravemente mutilante – raccontare la regione come se quella fosse la sua unica grammatica. La lunga produzione di figure spirituali, l’estensione del tessuto parrocchiale, la tenuta del monachesimo, la memoria di una religiosità popolare marcata e la presenza di un pensiero profetico come quello gioachimita rivelano che la Calabria è stata anche un laboratorio morale. Il punto, allora, è un altro: la forza della criminalità si comprende ancora meglio proprio sullo sfondo di questa eredità, che mostra quanto profonda sia la frattura tra la vocazione spirituale della Calabria e le sue degenerazioni. La Calabria non è meno religiosa perché attraversata dalla mafia; la sua ferita nasce dallo scarto tra l’altezza spirituale e la caduta umana.

Pluralità cristiana: rito latino e rito bizantino

Questo profilo non si esaurisce nel cattolicesimo latino. In Calabria sopravvive e si rinnova una dimensione orientale rara nel resto d’Italia. Istituita nel 1919, l’eparchia di Lungro raccoglie le comunità italo-albanesi di rito bizantino e preserva una tradizione molto forte. Nei paesi arbëreshë il rito orientale non è folklore ma forma vivente di pluralità cristiana. Accanto a questa presenza cattolica di rito bizantino esistono poi comunità ortodosse con chiese e monasteri distribuiti fra Reggio Calabria, Vibo Valentia, Corigliano-Rossano e l’area aspromontana. Si tratta di presenze che hanno già prodotto momenti di relazione ecumenica.

Ebrei, musulmani e nuove presenze

Anche fuori dal cristianesimo emergono segni che meritano attenzione. La presenza ebraica ha radici antichissime, testimoniate dalla sinagoga di Bova Marina, tra le più importanti dell’Italia meridionale. Oggi esiste una realtà ebraica organizzata, seppur numericamente limitata, con iniziative culturali e percorsi di recupero della memoria. Sul versante islamico, le comunità sono cresciute negli ultimi anni. Centri di preghiera, associazioni e iniziative pubbliche – come le grandi celebrazioni dell’Eid – documentano una presenza ormai visibile. In ambito universitario si sono aperti anche spazi dedicati alla preghiera islamica, esplicitamente orientati al dialogo. Sul buddhismo, invece, non emerge una presenza strutturata paragonabile alle altre confessioni, ma questo non esclude pratiche e piccoli gruppi non formalizzati.

Calabria, possibile laboratorio del dialogo

Si può dire allora che la Calabria sia la regione della convivenza delle religioni? In senso assoluto sarebbe un’affermazione enfatica. Si può però sostenere che la Calabria possieda tutte le condizioni storiche – e ormai anche sociali – per proporsi come terra di dialogo interreligioso. Le possiede nella sua memoria greca e latina; nell’esperienza arbëreshe; nella compresenza di cattolici, ortodossi, ebrei e musulmani; nella scelta di alcune istituzioni di riconoscere spazi di culto e di confronto. E le possiede, in particolare, nell’eredità di Gioacchino da Fiore, che immaginò una stagione di riconciliazione universale.

Una regione da rileggere

Se c’è una regione italiana che può trasformare la propria marginalità in una proposta culturale e spirituale, è la Calabria. Ma per farlo bisogna smettere di guardarla con gli occhi del pregiudizio e cominciare, finalmente, a leggerla per intero.

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