Tra paura e libertà, la scelta di diventare uomini
Francesco Pileggi costruisce un racconto intenso dove la formazione individuale si misura con la storia e con il peso delle proprie decisioni

Nel romanzo “Balla ancora Tank Man”, edito da Rubbettino e scritto da Francesco Pileggi – scrittore, regista teatrale, sceneggiatore e autore di documentari e cortometraggi, insignito di numerosi riconoscimenti – la narrazione si muove su più piani, intrecciando memoria personale e storia collettiva in un racconto potente e articolato su una trama avvincente.
Fin dalle prime pagine emerge con forza il tema della libertà, filo rosso che attraversa tutte le vicende: da Piazza Tienanmen al crollo del regime di Ceaușescu, dalla resistenza antinazista fino alle dinamiche mafiose contemporanee. Non si tratta di episodi isolati, ma di tasselli di una stessa tensione umana verso l’emancipazione, che trova nel simbolo del “Tank Man” una sintesi visiva e morale di straordinaria efficacia.
Accanto a questo, Pileggi sviluppa con profondità il rapporto tra coraggio e paura, incarnato soprattutto nella contrapposizione tra le figure genitoriali del protagonista: da un lato una visione più prudente, dall’altro una spinta etica verso l’azione. In questo equilibrio fragile si gioca la formazione del giovane protagonista, chiamato a scegliere che tipo di uomo diventare.
Il romanzo è anche un’intensa storia di amicizia, costruita attraverso il gruppo di ragazzi che condividono crescita, conflitti e scoperte. Tra questi, la figura di Yuri introduce un ulteriore livello di riflessione: la sua omosessualità, oggetto di scherno, viene riscattata nella celebre scena della partita di calcio, dove il talento sportivo diventa risposta concreta alla discriminazione, trasformando la fragilità in forza.
Suggestiva è poi la presenza della montagna chiamata Bianca, che assume un valore simbolico: luogo di elevazione, ma anche di confronto con se stessi, quasi uno spazio interiore dove misurare i propri limiti e desideri.
Non manca una dimensione civile esplicita, soprattutto nel riferimento alle estorsioni mafiose e alla figura reale di Rocco Mangiardi, testimone di giustizia di Lamezia Terme che, ancora una volta, riporta il tema della libertà su un piano concreto e contemporaneo.
Particolarmente originale è il dispositivo narrativo del poster e dei personaggi di Yà e Mo, voci che si insinuano nella mente del protagonista: un dialogo surreale, a tratti ironico e visionario, che rappresenta il bisogno di interpretare la realtà e di sfuggirle al tempo stesso.
A tenere insieme tutto è una frase chiave: “siamo ciò che qualcuno ci costringe ad essere”. Pileggi la mette in discussione lungo tutto il romanzo, mostrando come, pur dentro condizionamenti storici e personali, resti sempre uno spazio – fragile ma decisivo – per scegliere.
Il romanzo si distingue anche per la capacità di raccontare il desiderio e la scoperta del corpo con una lingua diretta, a tratti spiazzante, ma mai gratuita
“Balla ancora Tank Man” è quindi un’opera civile e poetica, capace di raccontare la complessità del passato e del presente, attraverso lo sguardo inquieto e lucido dell’adolescenza che finisce, poi, per proiettarsi in un futuro ricco di sorprese narrative.