Tre luoghi, una città: la Cosenza dei crolli e dei quindici anni di Cosenza calcio
Il centro storico, la stazione, il San Vito-Marulla. Aree diverse, stesso destino: resistenza senza progetto, memoria senza futuro. Tra gestione, abitudine e storie che smettono di essere raccontate

COSENZA Dicono che le città parlino. Alcune gridano, altre sussurrano. Cosenza, ultimamente, sembra aver scelto il silenzio. O forse è quel tipo di voce bassa che senti solo se ti fermi davvero, come quando la sera resta un’eco tra i vicoli del centro storico e ti accorgi che non è nostalgia: è qualcosa che si sta spegnendo. Senza fare troppo rumore, che qui anche il rumore, col tempo, si è fatto educato.
Venerdì è venuto giù un pezzo di storia di una palazzina già interdetta, alle spalle di Corso Telesio, all’altezza di piazzetta Toscano. Oggi un solaio alla stazione di Vaglio Lise. Ormai i crolli sembrano quasi avere una loro puntualità, come certi treni che non arrivano ma riescono comunque a segnare l’orario. Non fanno nemmeno più notizia come dovrebbero. E invece dovrebbero gridare, disturbare, costringere qualcuno a fermarsi. Qui no: passano. Come passano le stagioni mediocri, come passano certe promesse.


Perché i crolli, da queste parti, non sono mai solo crolli: sono promemoria. Ti ricordano che il tempo scorre anche quando fai finta di niente, che l’abbandono è una forma lenta di resa.
La stazione, pensata come simbolo luminoso di una città che voleva sentirsi moderna, oggi somiglia a una promessa non mantenuta. Una luce fioca, abbandonata, isolata, più scenografica che utile.
Poi c’è l’autostazione da evitare, le strade, i rattoppi che durano meno delle stagioni. E, in attesa del nuovo ospedale, le frasi che girano da sempre, che sembrano battute ma non fanno ridere: «se sto morendo non portatemi all’Annunziata». È una resa preventiva, detta sorridendo, che è il modo più elegante per dire che non ci si aspetta più molto.
Chi amministra – oggi come ieri – dirà che non è vero, che le cose migliorano, che il Comune veniva da un dissesto, che si stanno facendo passi avanti. E probabilmente, in parte, è anche così. Ma le città non si giudicano solo dai bilanci: si giudicano da come si tengono in piedi. E qui, più che stare in piedi, si resta in equilibrio. Un equilibrio un po’ così, da funamboli senza rete e senza pubblico.
Poi c’è il calcio, che da queste parti non è mai stato soltanto calcio. È stato rifugio, riscatto, una lingua comune quando mancavano le parole. E allora parlare del Cosenza vuol dire inevitabilmente parlare della città. Due superfici specchianti: quello che succede da una parte, prima o poi si riflette dall’altra.
Quindici anni non sono solo un numero. Sono un’abitudine. Il tempo necessario perché una faccia diventi paesaggio, una voce diventi rumore di fondo, e persino il dissenso perda forza fino a trasformarsi in un gesto stanco della mano. E alla fine non sai più se stai salutando qualcuno o arrendendoti.
Quindici anni di Eugenio Guarascio non sono una parentesi. Sono un’epoca. Più di due mandati di Sergio Mattarella, abbastanza per vedere una generazione intera crescere con una maglia addosso e poi smettere, piano, di crederci davvero. E allora quelli bravi parlerebbero di uomo solo al comando, di derive monarchiche. Tutte cose giuste, per carità. Ma qui il punto è più semplice: dopo tutto questo tempo, cosa resta?
Se rispondi di getto, viene fuori la frase più pericolosa: «almeno lui la serie B ce l’ha fatta vedere». Si diceva anche ai tempi di Paolo Fabiano Pagliuso. È una affermazione che somiglia a un complimento, ma è già una resa. È come aggrapparsi a una fotografia: bella, magari nitida, ma pur sempre una fotografia. E con le fotografie, al massimo, arredi una stanza. Non ci costruisci una casa.
Eppure oggi il paradosso è un altro. La squadra va, o almeno prova ad andare. Non è un disastro. Lo stadio San Vito-Marulla, però, è vuoto. Da un anno, più o meno, è diventato un guscio. Non per il risultato, ma per la protesta. Una piazza che ha deciso di togliere la voce, di disertare. Che è una scelta forte, ma resta pur sempre un vuoto.
È un silenzio diverso da quello del centro storico, ma gli somiglia. Lì è abbandono da decenni, qui è decisione. Ma il risultato, a guardarli, non cambia molto: spazi pieni una volta, oggi sempre più vuoti. Le gradinate senza corpi, i vicoli senza passi, le case che si aprono piano, si inclinano, cedono quasi con discrezione. Crolli improvvisi o pianificati. Anzi, gentili, verrebbe da dire, se non fosse una definizione un po’ crudele.
E allora il colpo d’occhio diventa inevitabile: la stazione che si sbriciola, il centro storico che si sgretola, e poco più in là uno stadio che resta in piedi ma perde la sua funzione più semplice – essere pieno, essere vivo.
Tre luoghi diversi, stessa sensazione: qualcosa che resiste senza crescere, che dura senza lasciare.
Il regno di Eugenio Guarascio da Lamezia Terme o da Parenti – perché ormai il termine viene quasi naturale – assomiglia proprio a questo. Un castello chiuso, ben difeso, difficilmente espugnabile. Ma attorno, sempre meno. Nessuna struttura che resti, nessuna idea che tenga insieme i pezzi, nessun progetto a lungo termine. Nessun popolo. Solo gestione. Solo durata. Che è già qualcosa, certo. Ma non è abbastanza per essere ricordati.
E in mezzo, la politica. Cittadina, regionale, nazionale: cambia poco. Parla, promette, si agita. Poi passa. Di solito senza salutare. Sembra sempre più impegnata a restare in piedi che a costruire qualcosa. Sopravvive a sé stessa, un po’ come questo calcio.

Eppure Cosenza non è mai stata una città da grandi numeri. È sempre stata una città da grandi storie. Bastava un nome come Gigi Marulla per accendere tutto. Bastavano Padre Fedele o Denis Bergamini per trasformare il calcio in memoria, dolore e identità. Era spesso un caos, sì. Ma era un caos che parlava.
Oggi invece il rischio più grande non è perdere. Non è retrocedere. È non lasciare niente. Perché le storie, in realtà, ci sarebbero ancora. Ci sono sempre, se hai voglia di guardarle. Ma servirebbe qualcuno capace di raccoglierle, di tenerle insieme, di trasformarle in qualcosa che resti.
Invece tutto scivola via. Senza rumore, senza strappi. Come quei crolli che non sorprendono più nessuno. Come uno stadio decadente e deserto dopo una vittoria che porta ai playoff. Come un centro storico bellissimo, pieno di magia, ma lasciato andare.
E allora tutto torna: la stazione diventata simbolo del degrado, l’autostazione pericolosa, le strade rattoppate, il centro storico che resta in piedi o si fa crollare per salvare il salvabile, lo stadio vuoto per mancanza di anima. Luoghi diversi, stesso destino.
Pieni, una volta. Oggi sempre più vuoti.
Come certe storie che non finiscono male. Semplicemente, smettono di farsi raccontare. (f.veltri@corrierecal.it)
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