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IL RACCONTO

Teatro Rendano, da Carmelo Bene al declino: com’è triste questo anniversario a Cosenza

Sessant’anni fa la riapertura dopo la ristrutturazione post-bellica, nel 1976 e nel 1986 l’Amleto e il Lorenzaccio. Oggi si naviga a vista

Pubblicato il: 05/04/2026 – 20:00
di Eugenio Furia
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Teatro Rendano, da Carmelo Bene al declino: com’è triste questo anniversario a Cosenza

COSENZA C’è un tempo in cui i teatri respirano insieme alla città, e un altro in cui sembrano trattenere il fiato, come in attesa di qualcosa che non arriva. Il Teatro Rendano di Cosenza oggi appare sospeso proprio in questa seconda dimensione: un luogo carico di memoria, ma sempre più fragile nel presente.
Sessant’anni fa la riapertura dopo la ristrutturazione post-bellica restituiva alla città uno dei suoi simboli più eleganti e identitari: era il 1966, e il Rendano tornava a vivere, con le sue linee ottocentesche ripulite dalle ferite della guerra – rinnovato proprio come dopo il restyling odierno – pronto a riaccendere il dialogo tra palco e platea. Cosenza aveva di nuovo il suo teatro, e con esso una promessa: quella di una stagione culturale all’altezza della sua storia. I primi spettacoli? La Traviata di Verdi nella lirica, Gino Bramieri (“L’assillo infantile”) e Domenico Modugno (“Rinaldo in campo” di Garinei e Giovannini) nella rivista e nella prosa. Il 1967 si aprirà con “La voce dei padroni” a firma sempre di Garinei-Giovannini: in scena Alighiero Noschese; nella lirica di nuovo Verdi (“La forza del destino”).

Un laboratorio di linguaggi

Negli anni successivi, quella promessa sembrò mantenuta. Il Rendano non fu soltanto un contenitore di spettacoli, ma un vero laboratorio di linguaggi e visioni. Gli anni Settanta e Ottanta, in particolare, restano impressi come un’epoca di fervore e ambizione. Nel 1976 e poi ancora nel 1986, il passaggio di Carmelo Bene prima con “L’Amleto” e poi “Il Lorenzaccio” segnò uno dei punti più alti di questa parabola. Non erano semplici rappresentazioni: erano eventi, scosse, esperienze che ridefinivano il senso stesso del teatro.
Nel frattempo, la lirica offriva serate memorabili in cui la cittadinanza si ritrovava davanti alla magia delle voci e dei libretti in una sorta di meltin’ pot sociale: l’artigiano e il professionista avevano pari dignità e l’abbonamento era il “lasciapassare” alla fruizione culturale democratizzata e uguale per tutti. L’accesso ai consumi culturali aveva una soglia ben lontana da quella del secolo precedente, nel quale comunque i cosentini di ogni censo avevano sperimentato il teatro, la musica e la rivista dagli influssi partenopei e in una decina di palchi sparsi per il centro storico.
Il pubblico, negli anni d’oro del secondo dopoguerra, riempiva la sala con un’attesa quasi religiosa. Il Rendano era un luogo in cui accadevano cose importanti, in cui la cultura non era un riempitivo ma una necessità. Si usciva dagli spettacoli con qualcosa di irrisolto dentro, con domande nuove, con la sensazione di aver partecipato a un rito collettivo. Ancora alla fine del secolo scorso si ricordano eventi che oggi sembrano improponibili e soprattutto irreplicabili: Jacques Derrida, Franco Scaldati e Michel Petrucciani. Era la primavera manciniana di Cosenza a cavallo del XX e XXI secolo.

platea-rendano
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Il declino

Poi, lentamente, qualcosa si è incrinato. Non c’è una data precisa, né un momento unico in cui tutto è cambiato. Piuttosto, una serie di piccoli arretramenti, di occasioni mancate, di programmazioni sempre più incerte. Il teatro ha iniziato a perdere centralità, a diventare uno spazio da riempire più che da pensare. E così, anno dopo anno, si è passati dall’audacia alla prudenza, dalla visione alla gestione.
Oggi il Rendano naviga a vista. È questa forse l’immagine più dolorosa: una nobile decaduta, un’istituzione che non sembra più sapere esattamente dove andare. Le stagioni si susseguono senza una linea chiara, tra difficoltà organizzative e un pubblico che fatica a ritrovare entusiasmo. La lirica ridotta all’osso e la prosa “da cassetta” che per semplificare definiremmo “dei Buccirosso” – con il dovuto rispetto al grande attore che nel Divo sorrentiniano incarna Paolo Cirino Pomicino – dimostrano che non è solo una questione di numeri o di bilanci, ma di identità.
Eppure, entrando in sala, al netto dei difetti che i nuovi interventi strutturali hanno sanato, qualcosa resiste. Le poltrone rosse, il soffitto, l’acustica: tutto parla ancora di ciò che è stato. È come se il teatro custodisse una memoria più forte della sua attualità, una nostalgia che non è solo rimpianto, ma anche domanda: cosa potrebbe essere ancora, se solo qualcuno tornasse a crederci davvero?

Memoria della storia cittadina

Il “Rendano” racconta anche un pezzo di storia cittadina fin dalla sua travagliata nascita (l’inaugurazione rimandata di anno in anno al 1909 per lungaggini burocratiche e ritardi anche legati ai terremoti) e alcuni libri – imprescindibili l’accuratissimo Storia del “Rendano” di Amedeo Furfaro (Edizioni Periferia 1989, con un vasto apparato fotografico e documentario) e Il teatro dei cosentini di Donatella Chiodo, Luigi Cipparrone e Franco Flaccavento (le nuvole 2001, con introduzione di Tobia Cornacchioli e apparato bibliografico monumentale) – ne raccontano l’epopea. «Cosenza – scrive Cornacchioli – nei quarant’anni successivi all’unificazione nazionale compie un grosso balzo in direzione della modernizzazione, che – va detto però – non è soltanto di tipo urbanistico e basata sul solo incremento della dotazione dei servizi ma che, nel solco di un’antica tradizione colta e di una continua frequentazione con la migliore cultura italiana, è anche di tipo culturale e intellettuale».
«A Cosenza l’avanguardia allo specchio» oppure «A Cosenza il teatro come dono al Sud?» titolano nel novembre 1976 La Repubblica e Paese Sera per raccontare il fermento della periferia.
E adesso? Questo 60esimo anniversario della rinascita, invece di essere una celebrazione piena, ha il sapore agrodolce delle ricorrenze che fanno riflettere più che festeggiare: sessant’anni dopo quella riapertura carica di speranza, il Rendano sembra chiedere alla città lo stesso coraggio di allora. Perché un teatro non muore all’improvviso. Si spegne piano, tra silenzi e abitudini e – non da ultimo – una società in mutazione, per non dire involuzione. Ma può anche rinascere, se qualcuno ha ancora voglia di ascoltare il suo respiro. A Cosenza, oggi, la vera domanda è questa: c’è ancora qualcuno disposto a farlo? (e.furia@corrierecal.it)

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