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Cosenza, quando le parole non bastano più: Guarascio e la sua lettera che divide ulteriormente

Tra toni poco concilianti e concetti già noti, com’era prevedibile il tentativo del presidente è fallito. E la piazza, compatta, prende sempre più le distanze

Pubblicato il: 24/04/2026 – 11:42
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Cosenza, quando le parole non bastano più: Guarascio e la sua lettera che divide ulteriormente

COSENZA Nel teatro sempre affollato – e spesso umorale – del calcio italiano, la comunicazione istituzionale dovrebbe essere un esercizio di equilibrio: misura nei toni, chiarezza nei contenuti, sensibilità verso il contesto. Non sempre, però, il copione viene rispettato. L’ultima lettera aperta del presidente del Cosenza Calcio, Eugenio Guarascio, inviata prima al Corriere della Calabria e poi, dopo circa tre ore, pubblicata sui canali social del club, ne è un esempio emblematico: un testo che, nelle intenzioni, aspirava forse a ricucire, ma che nella percezione diffusa ha finito per ampliare ulteriormente una frattura già profonda.
La reazione della piazza rossoblù, tutt’altro che tiepida, racconta più di qualsiasi analisi tecnica. Basta scorrere i commenti social – moderni barometri dell’umore collettivo – per cogliere un dato ormai consolidato: tra tifoseria e proprietà non c’è più distanza, ma una vera e propria cesura. E ciò che colpisce non è tanto il dissenso, fisiologico nel calcio, quanto la sua compattezza. Una città e una provincia che raramente si muovono all’unisono, questa volta sembrano aver trovato una sintesi granitica.
Il contenuto della lettera, a ben vedere, non introduce elementi nuovi. La disponibilità a cedere la società, evocata senza dettagli concreti, era già stata messa sul tavolo in passato, restando però sospesa in quella zona grigia che nel calcio italiano si conosce fin troppo bene: quella delle dichiarazioni senza seguito operativo. È un déjà-vu che, a lungo andare, smette di rassicurare e finisce per logorare.
Ma è soprattutto il tono ad aver lasciato perplessi
. In un momento che richiederebbe aperture e chiarezza, il registro scelto è apparso a molti difensivo, a tratti sfidante. La frase «non cederò mai ai ricatti» – che in altri contesti potrebbe suonare come una rivendicazione di fermezza – è stata interpretata come l’ennesimo guanto di sfida lanciato non solo alla tifoseria, ma anche a una politica cittadina che, fatto non secondario, seppure con diffidenze reciproche e percorsi tutti da chiarire, sembra essersi compattata contro la gestione attuale. Un paradosso nel paradosso: mentre si invoca unità, si adotta un linguaggio che inevitabilmente divide.
C’è poi un passaggio che più di altri ha alimentato il cortocircuito comunicativo: «Mi trovo allora a essere l’unico che si sta spendendo per la città». Un’affermazione che, letta in controluce, suona meno come una rivendicazione e più come una distanza. Perché nel calcio, soprattutto in realtà identitarie come Cosenza, il “noi” conta infinitamente più dell’“io”. E quando quel pronome collettivo si incrina, la partita diventa improvvisamente più difficile di qualsiasi playoff.
Tempismo e contesto, del resto, non aiutano. La lettera arriva a ridosso di un appuntamento cruciale come i playoff promozione, che dovrebbero rappresentare il momento di massima convergenza tra squadra, società e ambiente. Invece, lo scenario che si profila è quello di un San Vito-Marulla potenzialmente vuoto, un’immagine che pesa non solo sul piano emotivo, ma anche su quello economico e reputazionale (Guarascio lo sa bene), persino agli occhi della Lega Pro. Un silenzio sugli spalti che farebbe più rumore di qualsiasi contestazione.
Il punto, forse, è proprio questo: quando una tifoseria storicamente passionale arriva a preferire l’assenza alla presenza, la protesta al sostegno, significa che il problema ha superato da tempo la dimensione sportiva. E qui si innesta la vera domanda che Guarascio evita di porsi, e cioè come sia possibile che una tifoseria innamorata dei colori rossoblù arrivi a un punto tale da scegliere, tra una possibile promozione e la cessione della società, senza esitazione la seconda strada? La lettera di Guarascio offre una narrazione debole, ma evita accuratamente di confrontarsi con questa domanda. Eppure è lì, al centro del campo, impossibile da aggirare. Perché nel calcio, come nella vita, le fratture non si ricompongono con le dichiarazioni.
Nel frattempo, Cosenza resta sospesa tra ciò che potrebbe essere e ciò che non è più disposta ad accettare. E se è vero che le partite si vincono sul campo, è altrettanto vero che le società si reggono sul consenso.
Senza quello, anche il più ambizioso dei playoff rischia di trasformarsi in una vittoria senza applausi. E nel calcio, si sa, non c’è sconfitta più rumorosa di un successo celebrato nel silenzio. (fra.vel.)

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