Le confessioni del pentito Checco Greco, le due bacinelle della droga e il piano (fallito) di «uccidere Porcaro»
In videocollegamento, in Corte d’Assise a Cosenza, il collaboratore confessa: «Ho acquistato oltre 100mila euro di cocaina e hashish ad Amantea»

COSENZA Negli ambienti criminali, Francesco Greco era conosciuto come “Checco”, ma soprattutto come uno dei fedelissimi di Roberto Porcaro, ex reggente del clan degli “Italiani”. Nell’agosto del 2023 ha deciso di collaborare con la giustizia, iniziando a riempire verbali di fatti e soggetti ritenuti vicini alla galassia criminale bruzia. Non affiliato, mai battezzato, non intraneo all’organizzazione ma un uomo vicino all’ex reggente degli Italiani e dunque informato sulle dinamiche interne al sodalizio. Questa mattina, il pentito è comparso in video collegamento nel corso dell’udienza del processo “Recovery” in Corte d’Assise a Cosenza (presidente Lucente, a latere Bilotta e Squillaci), l’accusa in aula è sostenuta dal pm Corrado Cubellotti. «Ho fatto parte del gruppo Porcaro e mi occupavo di lesioni, estorsioni, usura e droga. Ho fatto del male», esordisce il testimone. Che sui motivi dell’addio al crimine sottolinea: «Ho avuto problemi con Porcaro, le entrate non erano più quelle di prima».
Il traffico di droga e la doppia bacinella
Tra i business più importanti per i clan, la droga «era gestita dal gruppo di Porcaro e i proventi confluivano nella stessa bacinella così come le estorsioni, solo l’usura veniva gestiva autonomamente», dice il pentito che conferma quanto asserito precedentemente da altri collaboratori: «Tutti i traffici dovevano essere fatti nel “Sistema”, all’interno dell’organizzazione». Greco prosegue il racconto. «Mi occupavo di riscuotere i proventi delle estorsioni e mi presentavo due volte all’anno dagli imprenditori e dai commercianti e riferivo loro che mandavano un “abbraccio” Piromallo, Porcaro e Patitucci e loro versavano i soldi dovuti». I danari sarebbero serviti a pagare «gli stipendi degli affiliati in carcere e le parcelle degli avvocati». Nulla di nuovo nel racconto fornito fino a questo momento, qualche dettaglio emerge nel contesto legato all’approvvigionamento dello stupefacente. «Ho acquistato oltre 100mila euro di cocaina e hashish ad Amantea» e sulla spartizione precisa: «gli Italiani avevano una loro bacinella, gli “Zingari” un’altra». Immancabile il riferimento al “sottobanco”, ovvero il rifornimento da canali estranei al sistema Cosenza praticato da alcuni soggetti poi «puniti». In che modo? A qualcuno «è stata bruciata l’auto, anche il negozio ed ha dovuto pagare 100mila euro di penale». Sui soggetti legati allo spaccio – come riferito dal pentito – ci sarebbe anche Salvatore Ariello. «Fino al 2016 ho collaborato con lui nello spaccio di droga. Ho portato un chilo di cocaina a San Lucido dai Tundis». Sul Tirreno Cosentino, Checco Greco conosce anche i fratelli Pino e Pietro Calabria, il tramite «è stato Roberto Porcaro». Secondo il collaboratore, i Calabria «a San Lucido comandavano e mi hanno anche aiutato per quanto riguarda la sicurezza. Avevo una sala giochi e rifornivo i lidi della zona dei calcio balilla» e «una volta, per loro, ho anche picchiato un pastore». Tornando allo spaccio, «rifornivamo di cocaina, hashish e marijuana (circa 10-15 kg), a me consegnavano le buste di stupefacente che davo ai Calabria». A Cosenza, invece, gli Abbruzzese detti “Banana” «si occupavano prevalentemente di eroina», ma – aggiunge Greco – ricordo che Porcaro ha rifornito Marco Abbruzzese anche di cocaina». Sui canali di approvvigionamento dei “Banana”, il teste è sicuro: «prendevano lo stupefacente dai parenti di Cassano allo Jonio».
Gli incroci con Porcaro e Silvia Guido
«I rapporti criminali tra Porcaro e Calabria erano ottimi, sia per quanto riguarda il traffico di droga e sia per quanto riguarda le estorsioni», ricorda Greco con l’ex delfino di Francesco Patitucci ha condiviso gran parte del proprio periodo speso nel crimine. «La moglie di Porcaro, Silvia Guido, mi mandava a recuperare i soldi dell’usura, andavo due volte al mese (il 15 e il 27) a casa sua a consegnare il denaro. E in più, una o due volte a settimana, per consegnare i soldi guadagnati dalla vendita della droga». In una occasione – prosegue Greco – «ho chiesto i soldi a Silvia Guido per un’usura, lei mandava il figlio a prendere il denaro e poi gli riportavo indietro l’importo con il 10% in più, frutto degli interessi». Guido dove prendeva il denaro? Chiede il pm, il teste risponde: «A volte da un loro parente e ricordo che nella stanza dei figli, dietro l’armadio, c’era una cassaforte».
«Volevano uccidere Porcaro»
Sulla figura di Porcaro, il pentito ricorda alcuni attriti sorti in seno all’organizzazione per i costanti tentativi di «primeggiare» rispetto al resto dei membri del gruppo. «Con i “Banana” aveva buoni rapporti, recuperavano insieme i soldi dell’usura ma anche quelli delle estorsioni», ma «aveva rotto con me, Massimiliano D’Elia, Salvatore Ariello e Antonio Illuminato». Insomma l’equilibrio criminale sarebbe stato messo in discussione dall’atteggiamento di Porcaro, e qualcuno addirittura avrebbe manifestato propositi omicidiari. «Massimiliano D’Elia mi era stato presentato da Porcaro nel 2014-2015. Ho avuto rapporti con lui per questioni di spaccio, consegnava la droga e io la piazzavo. Poi si è allontanato da Porcaro e ci siamo ritrovati nel 2019 quando abbiamo posizionato alcuni proiettili in un deposito di trasporti, in un bar e in una serigrafia». Nel 2019, D’Elia «aveva rapporti con Illuminato, Ariello e Piromallo, diceva che si era creato questo gruppo e mi chiese di fissare un appuntamento con Porcaro per farlo fuori». Per ucciderlo? Interviene la presidente della Corte, Paola Lucente. Il pentito conferma: «Si per per ucciderlo, ma non ho fatto nulla. Volevamo ammazzarlo perché Porcaro aveva problemi con tutti». Greco riferisce di aver solo suggerito a D’Elia uno dei luoghi frequentati assiduamente da Porcaro, ma sul motivo del naufragio dell’ipotesi omicidiaria non ha notizie certe. «So che D’Elia andò a fare un sopralluogo della zona, ma penso che non si sia fatto nulla perché poi è stato arrestato».
La vicinanza con Antonio Basile
Il pm Cubellotti chiede conto al collaboratore dei propri legami con alcuni soggetti, l’elenco è robusto e Greco riferisce quanto di sua conoscenza. In merito ad Antonio Basile, il pentito ricorda di una sua «fuga dopo che aveva lasciato debiti con Porcaro e Piromallo. Abbiamo comprato un chilogrammo di droga sottobanco, lo vennero a sapere Ariello e Piromallo che mandarono a chiamare Basile, ci fu un incontro al Parco Robinson e lui si presentò armato con pistola. Dopo qualche giorno è andato via».
Il controesame
E’ l’avvocato Fiorella Bozzarello ad aprire la fase del controesame. La legale chiede conto al teste del contesto criminale e del ruolo dello stesso Greco. «Non sono formalmente associato, non ho preteso doti di ‘ndrangheta e quando ho deciso di allontanarmi ho potuto farlo senza problemi. Noi lo chiamiamo “discorso”, non avevo nessun “discorso” aperto e sono andato via dal crimine». Percepiva lo stipendio? «Non percepivo nulla, gestivo soldi ottenuti dall’usura e i proventi della droga e guadagnavo da lì. Lo stipendio lo prendevano soprattutto i detenuti». Quando era in carcere ha preso lo stipendio? «No, perché dal 2018 mi ero allontanato dall’associazione». E sul debito maturato per il sottobanco realizzato con Basile, precisa: «Basile è andato via ed a me è rimasto il debito con Porcaro. Sono stato una settimana da mia sorella prima di scegliere di collaborare».
L’avvocato Giorgia Greco, invece, si sofferma sulle presunte frizioni tra Arielle e Porcaro. «Avvengono fra il 2017 e 2018». Porcaro faceva sottobanco? «Si, quando era detenuto, ha chiesto alla moglie di farlo sulla droga». Lo stupefacente a chi è stato consegnato? «Una parte noi e l’altra parte ai Tundis. Il primo episodio è datato 2017 e Porcaro era detenuto. Abbiamo preso un chilo di cocaina, 500 grammi a Tundis e 500 grammi a noi. La droga è stata presa da un soggetto di San Luca».
L’avvocato Carlo Monaco è interessato a comprendere le dinamiche interne al gruppo criminale, atteso che – come confessato dallo stesso Greco – non era un affiliato. «Dal 2018 al 2022 si è astenuto dal commettere crimini? Si, solo nel 2019 ho avuto un momento di caduta per una tentata estorsione». Le estorsioni alla Fiera di San Giuseppe quando sarebbero state realizzate? «Nel 2018 e sono stato coinvolto direttamente». Ha parlato di alcuni canali di fornitura dello stupefacente, a Rosarno è mai andato? «No, me ne aveva parlato Porcaro». Conferma di non essere stato mai affiliato? «Si, nessuno me lo ha chiesto. Nel 2022, in carcere a Terni, mi aveva avvicinato Alberto Superbo ma non mi interessava».
L’avvocato Cristian Cristiano ritiene poco chiare le dinamiche legate al sottobanco e sollecita il teste sul punto. «Quale era il prezzo di acquisto della cocaina? «Variava, a volte 39, altre 33 o 38 euro. Io l’acquistavo da Porcaro a 55 euro e la cedevo ad altri soggetti a 70-80 euro. Guadagnavo sulla differenza». Ha parlato di sottobanco e dell’impossibilità di acquistare fuori dal “Sistema”, e allora perché nei verbali sostiene che Alfonsino Falbo, Marco Perna e Sergio Raimondo avessero comprato droga da altri canali? Greco risponde: «Nel 2015, per questo motivo ci fu una sparatoria a Cosenza». (f.benincasa@corrierecal.it)
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