Trump vuole il PCC tra i terroristi, il Brasile dice no: sullo sfondo l’asse con la ’ndrangheta
Un’inchiesta del Wall Street Journal ha ricostruito l’espansione di una rete criminale che dal Sud America arriva ai porti europei come Gioia Tauro. Le tensioni politiche sulla risposta globale al fe…

Nei giorni scorsi un’inchiesta del Wall Street Journal ha riportato al centro dell’attenzione internazionale l’espansione del Primo Comando della Capitale (PCC), la più potente organizzazione criminale del Brasile, ormai trasformata in una vera e propria rete transnazionale della droga. Una struttura che, per dimensioni e organizzazione interna, viene paragonata a una multinazionale globale e che si intreccia sempre più stabilmente con le mafie europee, in particolare con la ‘ndrangheta calabrese.
Nata negli anni Novanta nelle carceri di San Paolo, il PCC conta oggi circa 40 mila affiliati e opera in quasi 30 Paesi. Il cuore del business resta la cocaina: dal Sud America ai porti europei, con il porto di Santos come principale hub di uscita verso l’Atlantico. Da lì, secondo diverse indagini internazionali, la droga raggiunge Africa occidentale e Europa, dove viene distribuita attraverso reti criminali locali.
L’alleanza con la ‘ndrangheta
Come emerso anche da audizioni in Commissione antimafia e da inchieste giudiziarie italiane, l’asse con la ‘ndrangheta è diventato strutturale. Il magistrato brasiliano Lincoln Gakia ha definito il rapporto non come una competizione tra mafie, ma come una vera collaborazione operativa: il PCC si occupa dell’approvvigionamento e della logistica in Sud America, mentre la mafia calabrese gestisce l’arrivo e la distribuzione in Europa.
Il modello economico è chiaro: la cocaina viene acquistata nei Paesi andini a prezzi tra i 1.000 e i 3.000 dollari al chilo, per poi essere rivenduta in Europa anche oltre i 30-35 mila euro. I profitti vengono divisi secondo uno schema ormai consolidato: “cinquanta e cinquanta”. La ‘ndrangheta, secondo gli inquirenti, non sostiene i costi di acquisto della droga, ma garantisce accesso ai porti e alle reti di distribuzione, con scali strategici come Gioia Tauro e altri terminal europei.
Dalle ricostruzioni emerse anche dai lavori della Commissione antimafia, il sistema si è evoluto in una vera “catena globale del valore criminale”, dove il PCC ha progressivamente abbandonato i reati tradizionali per concentrarsi quasi esclusivamente sul traffico internazionale di stupefacenti.
A differenza di altre organizzazioni criminali, il PCC si muove con logiche quasi aziendali: una struttura decentralizzata basata su “sintonias” operative, un codice interno rigido e una gestione sempre più tecnologica dei flussi finanziari, anche attraverso criptovalute e sistemi digitali.
Secondo le ricostruzioni investigative, i traffici si avvalgono di tecniche sempre più sofisticate: cocaina nascosta in container di aziende legittime, subacquei per il fissaggio dei carichi agli scafi, hacker per la manipolazione dei registri portuali e sistemi di tracciamento avanzati. Una rete che rende il traffico difficilmente intercettabile e altamente resiliente.
La pressione di Trump e il no del Brasile
In questo scenario si inserisce anche il fronte politico internazionale. L’amministrazione di Donald Trump ha infatti spinto affinché il PCC venga classificato come organizzazione terroristica straniera, nell’ambito di una strategia più ampia di contrasto alle reti criminali latinoamericane.
Una posizione però non condivisa dal governo brasiliano. Le autorità di Brasilia, insieme alla polizia federale, ritengono infatti che una simile classificazione sarebbe un errore giuridico: il terrorismo implica una matrice ideologica e politica, mentre il PCC opera secondo logiche esclusivamente economiche e di profitto.
Una distinzione non solo formale. Secondo gli inquirenti brasiliani, includere il PCC nella categoria del terrorismo rischierebbe di complicare le indagini, ostacolare la cooperazione giudiziaria internazionale e indebolire la sovranità investigativa del Paese. Anche parte della magistratura brasiliana si è espressa contro questa impostazione, ritenendo più efficace il rafforzamento degli strumenti di cooperazione piuttosto che una ridefinizione giuridica del fenomeno.

Un asse criminale globale sempre più stabile
D’altronde, dalle indagini brasiliane e italiane emerge così un quadro convergente: il PCC non è più un’organizzazione confinata al Sud America, ma un attore centrale del narcotraffico globale, capace di dialogare stabilmente con le mafie europee.
Un sistema in cui la ‘ndrangheta rappresenta il principale terminale in Europa, garantendo accesso ai porti, distribuzione e riciclaggio dei proventi. Un’alleanza che, secondo gli investigatori, ha trasformato il traffico di cocaina in una filiera globale ad alta efficienza, con margini economici enormi e rischi operativi sempre più distribuiti.
Un modello che, oggi, appare sempre meno episodico e sempre più strutturale. E che conferma come il narcotraffico internazionale non sia più una somma di organizzazioni criminali, ma un sistema integrato su scala globale. (f.v.)
LEGGI ANCHE
- ‘Ndrangheta, dal Brasile ai porti di Gioia Tauro e Savona: come viaggia la cocaina del PCC. «Comprata a mille, venduta a 35mila euro»
- L’asse tra PCC e ‘ndrangheta, così funziona l’accordo «50 e 50» sulla cocaina
Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato